Segretaria Barbacci il mondo della scuola è pronto per l’inizio delle lezioni?
L’anno scolastico 2026-2027 ripropone tutto sommato le problematiche degli anni scolastici passati, più una nuova, che è l’emergenza climatica, con ciò che ne deriva per la vivibilità degli edifici scolastici. È un qualcosa che non abbiamo vissuto negli anni passati con questa impellenza, e che induce anche a tracciare un bilancio sul Pnrr. A giugno il Piano nazionale di ripresa e resilienza è terminato e tra i progetti molti riguardavano l’ammodernamento e l’efficientamento energetico dell’edilizia scolastica. È evidente che non è stato fatto tutto il necessario, pur essendo chiaro a tutti che il caldo di questa estate tende a diventare un fattore strutturale e non più solo contingente.
Il ministro dell’Istruzione Valditara ha messo a disposizione 20 milioni di euro per dotare le classi di aria condizionata. Sono sufficienti?
I venti milioni messi a disposizione del ministro sono assolutamente insufficienti: basti pensare che abbiamo sul territorio nazionale 40mila plessi con oltre 362.000 aule.
Secondo lei la scelta di questa cifra è dettata dai vincoli di spesa o da una sottostima del problema?
Il ministro ha racimolato un po’ di risorse per far fronte all’apertura delle scuole, con la speranza che dalla seconda metà di settembre le temperature si abbassino. Comunque va detto che non si tratta solo di mettere un climatizzatore in ogni aula, ma anche di dotare i plessi di impianti che possano essere sostenibili. Un lavoro che potrebbe richiedere centinaia di milioni di euro. È un qualcosa che avremmo dovuto fare, come ho detto prima, con le risorse del Pnrr: si sono invece privilegiati altri capitoli di spesa e oggi ci troviamo sguarniti su questo fronte. Sono costi di cui devono farsi carico gli enti locali, che sono i “proprietari” delle scuole di primo e secondo grado, e dovrebbe essere compito del ministero delle Infrastrutture, e non di quello dell’Istruzione, trovare le risorse necessarie da destinare a comuni e regioni.
Si è parlato di una rimodulazione del calendario o di slittare l’inizio delle lezioni. Cosa ne pensa?
Credo che l’anno scolastico debba partire regolarmente senza deroghe o ritardi. Ritengo che certe proposte, promosse da alcuni enti locali e ahimé anche da sigle sindacali di far slittare il calendario o di ricorrere alla didattica a distanza, siano poco sensate, addirittura deleterie, come nel caso di una riesumazione della DAD. Dobbiamo garantire a tutti gli studenti una normale riapertura dell’anno, senza dimenticare che per legge vanno garantiti almeno 200 giorni di scuola. Chi propone di ritardare l’inizio come pensa di risolvere il problema? Accorciando la pausa natalizia e quella pasquale? O posticiopando la chiusura a fine anno, facendo lezione fino alla fine di giugno, con temperature presumibilmente non molto basse?
Pensa che l’atteggiamento di una parte della politica, volto a sminuire l’impatto del cambiamento climatico, posso avere avuto un ruolo?
Purtroppo sì, c’entra moltissimo. Ormai il cambiamento climatico è una realtà permanente, che non possiamo sottovalutare e derubricare a fatto episodico: ha già un forte impatto sulle nostre vite e sull’organizzazione del lavoro. Non sono neanche convinta che l’installazione massiva di condizionatori sia la soluzione, visto che comporta un aumento del consumo energetico e delle emissioni di calore all’esterno dei locali “refrigerati”. Servono interventi profobdi sull’organizzazione del tessuto urbano, ampliando i polmoni verdi intorno alle abitazioni, alle scuole, agli edifici in generale. Peraltro, i disagi causati dal cambiamento climatico esasperano anche le differenze sociali, a danno di chi versa in condizioni di maggior disagio, con possibili ricadute pesanti anche sul percorso scolastico e poi professionale.
C’è poi la questione dei precari, che pesa a ogni inizio delle lezioni.
È una questione che si trascina da anni, vorrei dire decenni, paradossalmente la potremmo definire una precarietà stabile. Ma in realtà il dato è in crescita. Pur avendo avuto, quest’anno una percentuale più alta di posti coperti con le assunzioni in ruolo (oltre 36.000 sui 46.642 autorizzati dal MEF), è molto probabile che il numero dei precari possa raggiungere e forse superare le 200mila unità. Parlo dei precari che lavorano su posti disponibili per tutto l’anno, escludendo le tantissime situazioni in cui si assumono supplenti per assenze di durata più o meno breve. La buona percentuale di assunzioni in ruolo deriva dal fatto che negli ultimi anni si è bandita una raffica di concorsi, come da impegni assunti col PNRR. Resta tuttavia un tasso di precariato altissimo, su cui incide in modo particolare lo scarto tra l’organico dei docenti di sostegno (circa 128.000) e i posti che ogni anno si rende necessario attivare, in deroga, per soddisfare il fabbisogno effettivo. L’anno scorso i posti di sostegno sono stati circa 275.000, quindi ben più del doppio della dotazione organica ordinaria. Ne consegue un numero altissimo di contratti a tempo determinato, con ripercussioni evidenti sull’organizzazione del servizio, in particolare sulla possibilità di assicurare continuità didattica. Il problema è risolto solo in parte con le disposizioni che consentono di nominare su un posto lo stesso supplente dell’anno precedente, se convergono su questo la richiesta della famiglia e la disponibilità del docente: ma si tratta di soluzioni parziali, con risvolti problematici che come sindacato abbiamo a suo tempo evidenziato. La risposta più efficace non può che essere una revisione dell’attuale organico, oggi chiaramente inadeguato rispetto al reale fabbisogno.
Il precariato è un problema non di certo nuovo, ma sul quale si fa fatica a trovare una soluzione definitiva. Questo è riconducibile sempre alla scarsità delle risorse oppure ci sono altre motivazioni?
Il problema nasce dai limiti evidenti di un sistema di reclutamento centrato pressoché esclusivamente sui concorsi per esami. Detto che è positivo aver coperto quest’anno l’80% dei posti disponibili, resta il fatto che il 20% rimane scoperto perché i vincitori di concorso non sono sufficienti a coprire il fabbisogno. Siccome i posti scoperti saranno poi occupati da docenti precari, grazie ai quali la scuola funziona regolarmente e che nel frattempo maturano una consistente esperienza professionale, non si vede perché non si debba valorizzare la loro professionalità acquisita sul campo offrendo a chi lavora da tempo, e senza demerito, nella scuola una opportunità di stabilizzare il proprio contratto. Da tempo chiediamo di adottare una modalità di selezione che affianchi ai concorsi ordinari un canale per soli titoli. No è un’idea del tutto originale, perché è il sistema che verso gli anni ’90 fu introdotto con norme di legge che portano la firma dell’allora ministro dell’istruzione Sergio Mattarella. Con gli opportuni adeguamenti ai cambiamenti avvenuti nel tempo, per noi resta un modello equilibrato ed efficace. Oltretutto lo stiamo sperimentando da qualche anno sui posti di sostegno, dove si assume di fatto in ruolo chi è nelle graduatorie per le supplenze ed è in possesso del titolo prescritto. Su questo va detto che di personale specializzato vi è oggi forte carenza nelle regioni del nord e in particolare nel settore della scuola primaria. Evidentemente c’è un problema di programmazione e gestione dei corsi di specializzazione da parte delle Università, per cui l’offerta è molto squilibrata fra le aree geografiche e appare del tutto insufficiente al nord. Credo che sul reclutamento serva davvero uscire dagli ideologismi, quelli che mitizzano il concorso come unica forma di reclutamento che garantisce qualità: davvero singolare immaginare che solo la scuola, a differenza di ciò che avviene in ogni settore produttivo, sottovaluti l’importanza dell’esperienza lavorativa maturata sul campo, laddove in altri campi avviene esattamente il contrario. In sintesi, noi siamo per un sistema di reclutamento che dia opportunità ai più giovani, col bando regolare di concorsi, ma valorizzi anche l’esperienza di lavoro delle decine di migliaia di precari grazie ai quali la scuola è messa ogni anno in condizione di funzionare. Rimanere, com’è attualmente, in un sistema fumoso e fonte di tensione e contezioso continuo allontana e dissuade chi vorrebbe intraprendere questa professione.
Gli ultimi dati Istat certificano un calo demografico marcato. Questo in che modo impatta sulla scuola?
Il Pnrr aveva previsto una riorganizzazione della rete scolastica, diminuendo il numero delle istituzioni scolastiche, affidando alle regioni un plafond di autonomie scolastiche da poter gestire. La riorganizzazione ha di fatto accentrato le istituzioni scolastiche nelle aree metropolitane, lasciando ancor più scoperte le zone interne o montane che sono a rischio spopolamento. In termini più generali, da qui al 2034 si stima che avremo un milione di studenti in meno; ciò potrebbe comportare, se ci si ferma a un mero calcolo aritmetico, un calo di 40mila classi, con ripercussioni anche sul numero dei docenti e del personale ATA. Questo porterebbe a un lento declino del sistema scolastico, già fiaccato dai tagli fatti tra il 2008 e il 2010 quando con la manovra Tremonti – Gelmini vennero eliminati 150mila posti. Io credo che una politica non ragionieristica ma lungimirante dovrebbe considerare la crescente complessità dei contesti scolastici, in un sistema che giustamente contrasta e riduce la dispersione, quindi accoglie una popolazione scolastica spesso più problematica, con alunni che, come si suol dire, non sono quelli di vent’anni fa: Alunni che hanno bisogno di strumenti didattici e di accompagnamento sempre più personalizzati, direi “sartoriali”, capaci di intercettare le loro esigenze, promuoverne le potenzialità, ma anche sostenere le debolezze.
Mi scusi ma un sistema scolastico in salute non dovrebbe essere un antidoto contro il crollo delle nascite?
Questo dice il buon senso, anche se la questione si colloca su un piano ben più ampio. Valorizzare la scuola può anche contribuire a un rilancio della natalità, così come può sostenere l’occupazione femminile sotto un duplice aspetto. In settori come l’istruzione la forza lavoro è intanto prevalentemente femminile: una rete di servizi educativi diffusi serve anche a non porre le donne, come purtroppo spesso accade, davanti alla scelta tra il lavoro e la cura della prole. Anche per questo servono politiche di forte investimento sulla scuola: i tagli lineari, meramente quantitativi, non hanno mai prodotto buoni risultati, stressando invece oltre misura un sistema scolastico chiamato a un compito educativo sempre più complesso, sul quale pesa anche un’età media del corpo docente molto alta, circa 55 anni, che non è poco vista la responsabilità del ruolo che sono chiamati a ricoprire.
Pensa che il patto educativo tra famiglie e scuola del quale si parla molto sia ancora effettivo?
C’è una forte difficolta nel dialogo e nel confronto aperto. Da una parte c’è una delega totale dell’educazione da parte delle famiglie alla scuola, soprattutto quando abbiamo a che fare con nuclei familiari disfunzionali, che hanno al loro interno molte fragilità. Dall’altra ci sono quelle famiglie che pretendono una sorta di scuola “alla carta”, entrando a gamba tesa sui contenuti e sule modalità didattiche. A tutto questo si aggiunge la presenza dei social media e dell’intelligenza artificiale che molto spesso allontanano i ragazzi dal dettato pedagogico delle agenzie educative tradizionali. Poi quando il rapporto tra famiglie e docenti e studenti e docenti si inquina oltre i livelli di guardia assistiamo alle aggressioni a danno di insegnati e ATA.
Quello che sta per aprirsi è il primo anno scolastico post Pnrr. Il bilancio è positivo?
Non tutte le risorse della missione 4, ossia quella che riguarda specificatamente istruzione e ricerca, sono state spese, non tutti i progetti sono stati completati. Stiamo cercando di capire l’ammontare di queste risorse per continuare a usufruirne in condizioni più flessibili. Uno dei limiti del Pnrr è stato quello di aver frammentato gli investimenti in una miriade di progetti che non hanno fatto massa critica e che non sempre erano funzionali alle scuole. Nel contempo, non si è premiata abbastanza l’autonomia scolastica, così come non si è fatto molto per l’edilizia scolastica: ciò che è stato realizzato è una goccia nel mare.
Che giudizio da al governo e al ministro Valditara?
Nel programma dell’attuale maggioranza molte delle cose scritte sono state realizzate, anche perché erano state definite dal precedente governo con il Pnrr. Per quanto riguarda il ministro Valditara, dato atto della determinazione con cui ha voluto ricoprire il suo ruolo, credo che sia stato troppo marcato l’intento di ricondurre la scuola nell’alveo di una propria visione ideologica e politica, anziché puntare alla ricerca di una condivisione più ampia, come dovrebbe avvenire sempre quando si ragiona e si decide su un grande bene comune come la scuola, che appartiene all’intero Paese e non alla maggioranza che pro tempore lo governa. Che lo stesso sia avvenuto anche in altre e diverse stagioni politiche non può essere una giustificazione: lo dico convinta che troppe volte il sistema scolastico è stato ridotto a teatro di protagonismi di corto respiro, anziché di politiche autenticamente riformatrici. Non è mancata, da parte del Ministro, la disponibilità al dialogo e al confronto, in qualche caso anche con positivi riscontri in termini normativi e contrattuali: come sull’istituzione degli elenchi regionali degli idonei nei concorsi, una nostra richiesta tradotta in norma di legge e che ha trovato applicazione nelle assunzioni di quest’anno, o l’impegno nel favorire il rinnovo dei contratti, l’ultimo dei quali per la prima volta nel corso del triennio di vigenza). Ma penso che abbia posto troppa enfasi nell’intestarsi un ruolo di “riparatore” di chissà quali guasti, raccontando troppe volte di una scuola “rovinata dal Sessantotto” o “ostaggio della sinistra”, una narrazione che finisce per essere ingenerosa verso l’impegno, la serietà e il lavoro di una comunità professionale che ha dato sempre molto più di quanto avrebbe meritato di ricevere. Ma anche una narrazione molto discutibile per un altro aspetto, perché non tiene conto di quanto siano state mutevoli e alterne, dagli anni ‘90 a oggi, le stagioni politiche e le maggioranze di governo. Avrei voluto, vorrei un ministro meno assillato da queste preoccupazioni e più impegnato sul fronte delle riforme che servono davvero alla scuola. Non quelle di facciata (penso al prevedibile flop del liceo Made in Italy), ma quelle di cui abbiamo da tempo bisogno, e di cui ho parlato a lungo prima: un sistema di reclutamento efficace, una formazione in servizio dei docenti strutturale e incentivata, una considerazione giusta – anche sul piano retributivo – del valore che hanno, per una scuola all’altezza dei tempi, tutte le professionalità che vi operano: docenti, dirigenti, personale ATA.
Tommaso Nutarelli


























