La Cida, la Confederazione italiana dei dirigenti e delle alte professionalità, compie ottant’anni. Le celebrazioni si sono tenute a Roma, presso l’Auditorium di via della Conciliazione, alla presenza del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, al quale Cida ha consegnato Carta della dirigenza e delle alte professionalità. Un manifesto che vede nel governo delle transizioni e delle innovazioni, prima fra tutte l’intelligenza artificiale, nel merito, nelle competenze e nella formazione e nella centralità della persona le leve per la crescita del Paese.
La Carta si fonda su cinque principi: la libertà si governa; la persona è il fine; il merito è equità; la fiducia si costruisce; il futuro si guida. “Non è un documento per ricordare ciò che siamo stati, ma una parola data al Paese su ciò che vogliamo essere”, ha affermato Stefano Cuzzilla, presidente Cida. “Cinque principi, ma soprattutto cinque scelte, tenute insieme da una stessa idea: dirigere significa non sottrarsi e rispondere del futuro che contribuiamo a costruire”.
“Nel 1946 la competenza fu una delle forze della ricostruzione italiana. Oggi deve aiutarci a governare l’incertezza, ricostruire fiducia e restituire ai giovani la possibilità di credere nel lavoro e nel merito. È questo il compito della dirigenza e la sua responsabilità verso il Paese: non prevedere il futuro, ma contribuire a determinarlo” ha detto Cuzzilla.
Nella sua relazione Cuzzilla ha dedicato diversi passaggi al tema dei giovani. “Il rapporto Cida-Censis che accompagna questa riflessione ci racconta, infatti, una generazione molto diversa da quella che spesso descriviamo. Otto giovani su dieci vogliono crescere professionalmente. Ma nove su dieci non credono che il merito sia davvero riconosciuto. Non siamo davanti a giovani senza ambizioni. I giovani non ci stanno chiedendo di abbassare l’asticella. Ci stanno chiedendo di poterla raggiungere”.
Cuzzilla ha poi rivendicato la richiesta della Cida di arrivare a un sistema fiscale più equo. “Oggi il 30% dei contribuenti italiani sostiene l’80% del gettito IRPEF. È lo stesso ceto medio produttivo a portare sulle spalle una parte sproporzionata del finanziamento dei servizi pubblici. Da anni misuriamo questo squilibrio. E anno dopo anno la fotografia mette a fuoco un paradosso sempre più evidente: il welfare si allarga, la base che lo finanzia si restringe. A questo si aggiunge l’evasione. Perché l’evasione ha sempre un contribuente finale: quello che le tasse le paga. Capiamo bene che non è soltanto una questione fiscale, ma una questione di tenuta del sistema sociale”.
“L’Italia – ho proseguito il numero uno della Cida. resta una grande potenza industriale, la seconda manifattura d’Europa, ma non possiamo pensare di difendere questa posizione limitandoci ad accompagnare ciò che accade. Le imprese che hanno davvero cambiato passo non sono state semplicemente quelle che hanno acquistato nuove tecnologie. Sono state quelle che hanno cambiato il modo di lavorare. Hanno investito nelle competenze, hanno ripensato l’organizzazione, hanno fatto dialogare ricerca e produzione, università e impresa, persone e innovazione. La tecnologia è stata sicuramente l’innesco, ma la differenza l’hanno fatta le persone. Lo dico perché i numeri ci avvertono che non abbiamo tempo da perdere. Da un quarto di secolo la produttività del nostro Paese è ferma. Le nostre imprese, nella maggior parte dei casi, restano troppo piccole per competere davvero sui mercati globali. Non lo interpreto come un declino, ma se non agiamo, rischiamo di lasciarci sfuggire un’occasione”.
La crescita passa anche dalla capacità del sistema produttivo di innovare e aumentare la produttività. “La tecnologia è sicuramente l’innesco, ma la differenza la fanno le persone. È qui che si misura la responsabilità di una classe dirigente», ha concluso Cuzzilla, “creare le condizioni perché il cambiamento diventi un’opportunità e non una frattura”.
“Competenza come coesione, lavoro come sviluppo, futuro come sviluppo. Sono queste le parole chiave che vi hanno accompagnato in questi ottanta anni e che motivano la riconoscenza della Repubblica. Se nei decenni passati sono ascrivibili al vostro primo presidente Giuseppe Togni, costituente, poi parlamentare e ministro, iniziative legislative sul terreno della libertà economica e della tutela dei consumatori, va menzionata la vostra battaglia di questi anni per l’equità fiscale. Il vostro essere parte del tessuto della Repubblica ha significato per i dirigenti pagare anche prezzi alti. È avvenuto durante gli anni del terrorismo, quando le Brigate Rosse assunsero alcuni dirigenti come bersaglio”. Lo ha detto nel suo discorso il Capo dello stato, Sergio Mattarella.
“Oggi un mondo nuovo si sta plasmando tra rapidissime trasformazioni. Dobbiamo tenerne il passo. Non sarà facile sfruttare l’onda prorompente delle nuove tecnologie digitali, dell’intelligenza artificiale, della robotica ponendole non solo al servizio dei profitti e di migliore efficienza, ma anche di una crescita qualitativa e di una organizzazione produttiva e sociale che valorizzi la persona, che tuteli sempre la sua dignità, che rafforzi la coesione sociale” ha ricordato Mattarella.
“È compito che coinvolge il vostro impegno quotidiano. Le funzioni dei dirigenti, private e pubbliche, dei servizi essenziali, dei settori emergenti sono una nervatura essenziale di una società che voglia restare protagonista del proprio futuro. Si tratta dell’alleanza del lavoro, premessa nella nostra Costituzione del carattere universale dei diritti della persona e al contempo dei doveri di solidarietà politica, economica, sociale, paradigma del nostro modello di vita. Un’alleanza che deve saper guardare al futuro e quindi ai giovani”.
“Buon anniversario alla Confederazione italiana dirigenti e alte professionalità. L’Italia ha bisogno del vostro impegno” ha concluso Mattarella.






























