In Brasile Lula conquista un nuovo mandato, battendo Flávio Bolsonaro; in Serbia gli studenti trasformano una lunga stagione di proteste in una vittoria elettorale contro il blocco del presidente Aleksandar Vučić. Due vicende lontane che raccontano la stessa possibilità: che nelle urne, quando il malcontento incontra la capacità di organizzarsi e di conquistare consenso, gli equilibri politici possono essere ribaltati.
In Brasile Luiz Inácio Lula da Silva è stato rieletto presidente con il 51,79% dei voti validi, pari a 64.256.232 preferenze, contro il 48,21% del senatore Flávio Bolsonaro, figlio dell’ex presidente Jair Bolsonaro, che ha raccolto 59.826.041 voti. Il margine è di oltre 4,4 milioni di preferenze. Per lo storico leader della sinistra brasiliana, ex sindacalista e già presidente dal 2003 al 2010, si tratta del quarto mandato, il secondo consecutivo dopo il ritorno al Planalto nel 2023. Il nuovo mandato comincerà il 5 gennaio 2027.
La vittoria di Lula interrompe così la serie di successi elettorali delle destre nella regione e impedisce che anche il Brasile, la maggiore economia dell’America Latina, finisca sotto la guida di un alleato di Donald Trump e conferma come l’avanzata conservatrice non sia un processo inarrestabile. Una vittoria che Lula ha rivendicato come una sconfitta del «negazionismo e della menzogna», ribadendo al tempo stesso la necessità di un Brasile autonomo nelle relazioni internazionali. «Questo Paese non accetta di essere il cortile di nessuno», ha dichiarato dopo il voto.
Per parte propria, Flávio Bolsonaro ha rifiutato di riconoscere il risultato e annunciato che ne chiederà l’annullamento, contestando la decisione della magistratura elettorale di prolungare di due ore le operazioni di voto in alcune sezioni, in seguito a problemi nei trasporti e alle difficoltà incontrate dagli elettori. Il presidente del Tribunale superiore elettorale ha confermato la regolarità della proclamazione, sostenendo che la proroga non ha modificato l’esito delle urne.
Dalla competizione elettorale brasiliana alla lunga mobilitazione serba, il terreno cambia, ma anche qui il voto ha premiato una forza che si è fatta strada sfidando il potere costituito. In Serbia la lista degli studenti ha vinto le elezioni politiche anticipate di domenica 25 ottobre, superando il blocco guidato dall’ex presidente Aleksandar Vučić. La lista studentesca avrebbe ottenuto il 52% dei voti, conquistando 138 seggi sui 250 dell’Assemblea nazionale, contro il 39% e i 104 seggi attribuiti alla lista Serbia Unita. È stato lo stesso Vučić ad annunciare in televisione la sconfitta: «È chiaro che abbiamo perso queste elezioni». L’affluenza ha sfiorato il 70%, un livello che non si registrava da oltre trent’anni.
Il risultato è il punto d’arrivo di una mobilitazione che ha attraversato il Paese per quasi due anni. La scintilla era stata la tragedia del primo novembre 2024, quando il crollo della pensilina della stazione ferroviaria di Novi Sad aveva provocato la morte di sedici persone. Da allora, le proteste studentesche hanno trasformato la richiesta di responsabilità per quella tragedia in una contestazione più ampia della corruzione, degli appalti pubblici opachi e della concentrazione del potere. Una sfida cresciuta progressivamente, fino a diventare la più seria opposizione al sistema politico dominato da Vučić, al governo dal 2014 e presidente dal 2017, prima di dimettersi nel settembre scorso per guidare la lista Serbia Unita e puntare a tornare alla guida dell’esecutivo.

























