Gli italiani vivono sempre più a lungo, ma il miglioramento del benessere non raggiunge tutti allo stesso modo. Nel 2025 la speranza di vita alla nascita ha toccato il massimo storico di 83,7 anni e sono tornati a crescere gli anni attesi in buona salute. Restano però oltre 5,4 milioni le persone in povertà assoluta, mentre il Mezzogiorno continua a registrare le maggiori difficoltà economiche e sociali e l’Italia mantiene ritardi significativi rispetto alla media europea, soprattutto per lavoro, istruzione e innovazione. È il quadro che emerge dall’edizione 2026 del rapporto dell’Istat sul Benessere equo e sostenibile (Bes).
Dei 132 indicatori per i quali è possibile il confronto con l’anno precedente, 54 risultano in miglioramento, 55 stabili e 23 in peggioramento. Nel lungo periodo il bilancio è più favorevole: su 133 indicatori confrontabili, 70 mostrano progressi e 24 un peggioramento, mentre per i restanti 39 non è possibile individuare una tendenza univoca.
Il dato più preoccupante sul fronte economico riguarda la povertà assoluta. Nel 2025 interessa l’8% delle famiglie residenti e coinvolge il 9,3% della popolazione, oltre 5,4 milioni di persone. Nel confronto con il 2014, quando l’incidenza individuale era al 6,9%, il valore è aumentato di 2,4 punti percentuali. Le difficoltà rimangono più diffuse nel Mezzogiorno, dove la povertà assoluta individuale si attesta all’11,5%, in calo rispetto al 12,5% del 2024. Seguono il Nord, con l’8,5% dall’8,8% dell’anno precedente, e il Centro, dove si registra il valore più contenuto, pari al 7,4% contro il 7,6% del 2024. Anche arrivare a fine mese rimane difficile per una parte della popolazione. Nel 2025 il 7,5% delle persone vive in famiglie che dichiarano di affrontare grandi difficoltà, una quota che nel Mezzogiorno sale al 12,3%. Il Centro registra il valore più basso, pari al 4,7%, sebbene in peggioramento rispetto all’anno precedente.
La frattura territoriale attraversa gran parte degli indicatori di benessere. Tutte le regioni del Nord e del Centro, con l’eccezione del Lazio, registrano risultati superiori alla media nazionale per almeno la metà degli indicatori disponibili a livello regionale. Nel Mezzogiorno prevalgono invece i valori inferiori alla media italiana, fatta eccezione per l’Abruzzo. Friuli-Venezia Giulia e Province autonome di Trento e Bolzano presentano valori medi superiori a quelli nazionali in almeno 10 dei 12 domini del Bes. All’opposto, Campania, Puglia e Calabria registrano risultati peggiori della media italiana in almeno 10 domini. Le distanze più marcate riguardano il lavoro e la conciliazione dei tempi di vita, il benessere economico e le relazioni sociali. Abruzzo e Sardegna si distinguono invece per risultati relativamente migliori nel contesto meridionale, con valori spesso in linea con quelli nazionali.
Non tutti gli ambiti, tuttavia, seguono la tradizionale divisione tra Centro-Nord e Mezzogiorno. È il caso della sicurezza, del benessere soggettivo e dell’ambiente, per i quali la distribuzione territoriale risulta più articolata. In particolare, nel dominio della sicurezza le regioni meridionali, con l’eccezione della Campania, presentano livelli migliori della media nazionale. Le maggiori criticità si concentrano nelle aree metropolitane del Centro-Nord, penalizzate dalla più elevata incidenza di reati predatori e violenze, soprattutto nel Lazio, seguito da Lombardia, Emilia-Romagna e Toscana. Ritardi nell’innovazione, nella ricerca e nella creatività si riscontrano invece anche in alcune regioni settentrionali, come Valle d’Aosta e Liguria.
Nel confronto europeo, basato su 40 indicatori, l’Italia presenta risultati più favorevoli rispetto alla media Ue27 in 12 casi e meno favorevoli in 18. Le maggiori criticità riguardano istruzione e formazione, lavoro e conciliazione dei tempi di vita, innovazione, ricerca e creatività. Il rischio di povertà colloca il Paese in una situazione peggiore rispetto alla media europea: nel 2025 il 22,6% dei residenti è a rischio di povertà o esclusione sociale, contro il 20,9% nell’Unione europea, collocando l’Italia al ventunesimo posto tra i 27 Stati membri. Il rischio di povertà supera di 2,3 punti percentuali la media Ue. Sono inoltre peggiori i risultati relativi alla difficoltà di arrivare a fine mese e alla disuguaglianza del reddito disponibile. Al contrario, l’Italia presenta livelli relativamente migliori per il sovraccarico dei costi dell’abitazione e per la grave deprivazione materiale e sociale.
Sul fronte dell’istruzione, le quote di persone con almeno il diploma e di laureati sono inferiori alla media europea rispettivamente di 14,2 e 13,7 punti percentuali, con divari leggermente più accentuati tra gli uomini. Anche le competenze digitali di base restano meno diffuse: ne dispone il 54,3% della popolazione, contro il 60,4% nell’Ue27. La quota di giovani che non lavorano e non studiano, i cosiddetti Neet, è invece più elevata: il 13,3%, rispetto all’11% europeo.
Il lavoro è uno degli ambiti in cui il ritardo italiano è più evidente. Il tasso di occupazione è inferiore di 8,5 punti percentuali rispetto alla media Ue, con una distanza particolarmente ampia per le donne, pari a 13,3 punti, contro i 3,8 degli uomini. Criticità emergono anche per il tasso di mancata partecipazione al lavoro. Il part-time involontario è invece in diminuzione per il sesto anno consecutivo: nel 2025 riguarda il 7,7% degli occupati, contro l’8,5% del 2024 e l’11,8% del 2014. Rimane però marcata la differenza di genere: la quota sale al 12,8% tra le donne, oltre tre volte il 4% registrato tra gli uomini.
Nell’ambito dell’innovazione, della ricerca e della creatività, il divario con l’Europa si manifesta soprattutto nella quota di lavoratori della conoscenza, inferiore di 8,1 punti percentuali, e nell’intensità della ricerca. Gli investimenti in ricerca e sviluppo si fermano all’1,40% del Pil italiano, contro il 2,26% della media Ue. In controtendenza, gli investimenti in proprietà intellettuale crescono a un ritmo superiore a quello europeo, pur restando al di sotto di quello registrato in alcuni dei principali Paesi membri.
Sul fronte della salute, invece, l’Italia conserva risultati favorevoli nel confronto europeo, con una speranza di vita superiore di 2,2 anni alla media Ue27 e una mortalità evitabile nettamente più bassa. Il miglioramento della longevità, tuttavia, convive con differenze territoriali e di genere e con criticità legate agli stili di vita.
Nel 2025 la speranza di vita alla nascita ha raggiunto gli 83,7 anni, con un aumento di 0,2 anni rispetto al 2024 e di 1,1 anni rispetto al 2014. Per gli uomini si attesta a 81,7 anni, per le donne a 85,7. Il divario di longevità tra i sessi si è così ridotto dai 5,7 anni del 2004 ai quattro del 2025. Si è invece ampliata la distanza tra le aree del Paese: il vantaggio del Nord sul Mezzogiorno, che nel 2004 era di 0,7 anni, oggi è di 1,4. La speranza di vita raggiunge infatti gli 84,2 anni al Nord, gli 84 al Centro e gli 82,8 nel Mezzogiorno.
Torna a crescere anche la speranza di vita in buona salute, che nel 2025 arriva a 59,1 anni, contro i 58,2 del 2024, interrompendo una serie di quattro anni consecutivi di calo. Il dato resta però più favorevole agli uomini, con 60,2 anni attesi in buona salute, rispetto ai 58 delle donne. A 65 anni, invece, uomini e donne possono aspettarsi di vivere altri 10,8 anni senza limitazioni nelle attività quotidiane.
L’indice di salute mentale si attesta a 68,7 punti, stabile rispetto al 2024 e in lieve miglioramento rispetto ai 68,1 del 2016. Cambia però il rapporto tra le generazioni: il benessere psicologico peggiora tra i più giovani e migliora nelle fasce di età più mature, riducendo il vantaggio che i primi avevano sugli anziani. Tra il 2016 e il 2025 l’indice è sceso di oltre un punto tra le persone di 14-24 anni e tra quelle di 25-44 anni, mentre è aumentato tra i 45-64enni e tra gli over 65.
Rimane elevata la fragilità nella popolazione anziana. Nel 2025 il 47,2% delle persone di almeno 75 anni presenta tre o più patologie croniche oppure gravi limitazioni nelle attività quotidiane. Il dato è stabile rispetto all’anno precedente, ma in diminuzione rispetto al 51,9% del 2014. Le difficoltà sono più diffuse tra le donne, con una quota del 53,4%, contro il 38,5% degli uomini, e aumentano con l’età, fino al 58,6% tra gli over 84.
























