Nota da ex sindacalista
C’è qualcosa di profondamente stonato nel leggere che il caro energia spinge in alto i titoli di Eni ed Enel mentre milioni di famiglie e migliaia di piccole imprese continuano a considerare la bolletta una delle principali fonti di preoccupazione. Per Piazza Affari è una buona notizia. Per il Paese molto meno.
Il racconto della finanza è lineare: utili record, dividendi straordinari, buyback miliardari, target price in crescita, analisti entusiasti. Quello che manca è una domanda semplice: se l’energia è un bene essenziale per la vita e per la produzione, è normale che la sua scarsità o il suo rincaro diventino una straordinaria occasione di valorizzazione finanziaria?
Da ex sindacalista non riesco ad abituarmi a questa inversione morale. Quando il prezzo dell’energia sale, il lavoratore perde potere d’acquisto, il pensionato deve rinunciare a qualcosa, l’artigiano vede ridursi i margini, l’impresa energivora valuta la cassa integrazione. Nello stesso momento, però, gli investitori celebrano utili superiori alle attese e dividendi più ricchi. Ciò che rappresenta un costo sociale per molti diventa una rendita finanziaria per pochi.
Naturalmente nessuno mette in discussione che Eni ed Enel debbano essere imprese solide, capaci di investire e di generare profitti. Il problema nasce quando la discussione pubblica si riduce esclusivamente alla soddisfazione degli azionisti. Nei commenti giornalistici si sottolinea che Eni distribuirà circa 1,3 miliardi di dividendo straordinario e aumenterà ulteriormente il programma di riacquisto di azioni proprie. Si parla di oltre 8 miliardi di remunerazione agli azionisti nel 2026. Ma quasi nessuno si chiede quale quota di questa enorme ricchezza prodotta possa essere orientata verso una riduzione strutturale delle tariffe, verso investimenti accelerati nella transizione energetica o verso un fondo sociale destinato alle famiglie in povertà energetica.
La questione è ancora più delicata perché non stiamo parlando di normali società private. Eni ed Enel hanno una rilevante presenza pubblica nel capitale e svolgono una funzione strategica nazionale. Dovrebbero quindi essere giudicate non soltanto dal rendimento borsistico ma dalla loro capacità di garantire sicurezza energetica, accessibilità dei prezzi e coesione sociale.
Invece il dibattito dominante sembra ruotare intorno a una sola domanda: “Il titolo ha ancora spazio per salire?”. È la stessa domanda che da decenni accompagna la finanziarizzazione dell’economia. Mai invece la domanda complementare: “Quanto benessere collettivo sta generando questa crescita?”.
L’aspetto più paradossale riguarda Enel. Gli analisti applaudono la crescente quota di attività regolate perché garantiscono visibilità degli utili. Tradotto in linguaggio comune: ciò che per i cittadini è una rete essenziale per avere luce e calore nelle proprie case viene valutato prima di tutto come una macchina stabile di generazione dei profitti. Ancora una volta il diritto tende a trasformarsi in prodotto finanziario.
È questa la grande contraddizione del nostro tempo. Le grandi imprese energetiche vengono spesso presentate come campioni nazionali da sostenere. Eppure, l’interesse nazionale non coincide automaticamente con l’interesse degli azionisti. Un Paese non è un portafoglio titoli. È una comunità di persone che lavorano, consumano, studiano, si curano, vivono.
Per questo trovo inquietante l’entusiasmo con cui si commentano buyback e dividendi record nel mezzo di una persistente crisi del costo della vita. Quando un’impresa utilizza miliardi per riacquistare le proprie azioni, aumenta il valore per gli investitori. Quando investe la stessa cifra per ridurre la dipendenza energetica, migliorare le reti o abbassare i costi per utenti e imprese, aumenta il valore sociale. La differenza non è tecnica. È politica.
La vera sfida dell’energia nel XXI secolo non dovrebbe essere battere il Ftse Mib, ma contribuire a costruire un modello economico più equo e sostenibile. Continuare a misurare il successo esclusivamente attraverso la quotazione azionaria significa accettare che il termometro della finanza sostituisca quello del benessere collettivo.
E forse è proprio qui che si apre il vero derby: non quello tra Eni ed Enel, ma quello tra due idee di economia. Da una parte l’energia come fonte di rendita e valorizzazione finanziaria. Dall’altra l’energia come bene comune, infrastruttura di cittadinanza e leva di sviluppo umano.
La Borsa, oggi, sembra avere già scelto il vincitore. Resta da capire se quella scelta coincida davvero con gli interessi del Paese.
Savino Pezzotta



























