Il 4 novembre del 2016 è entrata in vigore la legge 199 contro il caporalato. A dieci anni di distanza qual è il suo bilancio?
Il bilancio a dieci anni dall’entrata in vigore della 199 è in chiaroscuro. Il caporalato e l’intermediazione illecita di manodopera sono fenomeni complessi che non si può pensare di risolvere se non con strategie di lungo periodo ed attraverso il coinvolgimento attivo delle istituzioni e delle parti sociali. Grazie alla legge abbiamo conquistato strumenti normativi importanti. Sul fronte della repressione, con le sinergie tra le forze dell’ordine e gli organi ispettivi, abbiamo registrato significativi passi in avanti: grazie, infatti, all’interoperabilità tra le varie banche dati è cresciuto il numero delle aziende interessate da controlli mirati. Certo c’è ancora molta strada da fare ma stiamo andando verso la giusta direzione e in questo senso rivendichiamo con urgenza la piena piena operatività del Silca. come ulteriore strumento per indirizzare in maniera sempre più efficace i controlli.
Il Pnrr aveva messo a disposizione 200 milioni per superare i ghetti, spesi in minima parte. Il governo ha poi approvato un piano alloggi. Che giudizio dà la Uila?
Riteniamo inaccettabile il mancato utilizzo dei fondi per superare i ghetti. Successivamente abbiamo apprezato il Piano alloggi che ha, anche se solo in parte, compensato il mancato utilizzo dei fondi Pnrr destinati al superamento dei ghetti. Come Uila, infatti, abbiamo sempre ritenuto il superamento dell’emergenza abitativa, che affligge tanti braccianti agricoli, una delle precondizioni necessarie nella lotta al caporalato. A queste azioni si devono affiancare si devono affiancare iniziative come la realizzazione di villaggi rurali inclusivi, in prossimità o all’interno delle aziende agricole rispettose dei contratti e delle leggi, anche attraverso il recupero di edifici rurali e il finanziamento di moduli abitativi mobili, superando così definitivamente la logica dei ghetti e delle soluzioni temporanee. Soluzioni che consentirebbero anche di dare nuova vita alla responsabilità sociale dell’impresa che, in passato, è stata un tratto distintivo del nostro settore dove il datore di lavoro assicurava l’utilizzo delle case ai propri dipendenti.
Che cosa bisogna migliorare?
L’aspetto che va potenziato è quello che riguarda la prevenzione. Dobbiamo incentivare l’iscrizione di un numero sempre maggiore di imprese alla Rete del lavoro agricolo di qualità, anche prevedendo dei meccanismi di premialità, così come è necessario dare gambe alle sezioni territoriali. Solo così daremo piena attuazione all’articolo 8 della legge 199/2016 che affida proprio alle sezioni territoriali della Rete il governo del mercato del lavoro, la gestione dei trasporti e degli alloggi. Sottrarre il governo di questi tre elementi a chi sfrutta vuol dire togliere ossigeno al caporalato. Inoltre, dobbiamo considerare che ormai quasi un lavoratore su due nei nostri campi non è nato in Italia. E’ dunque urgente continuare il percorso iniziato con il Dl 145/2024 estendendo anche ai lavoratori entrati regolarmente in Italia prima dell’approvazione del Decreto, e poi rimasti in Italia come irregolari, le possibilità garantite per gli stagionali dal 2024. Si tratta di assicurare al sistema produttivo agricolo la manodopera di cui ha forte bisogno e di stabilizzare nel mercato del lavoro la moltitudine di invisibili rimasti intrappolati nelle pastoie burocratiche della normativa.
Da tempo chiedete il decreto attuativo per dare piena operabilità alla Banca dati sugli appalti? Quali benefici può apportare nel contrasto all’intermediazione illecita?
La Banca dati sugli appalti è una norma fortemente voluta dalla nostra organizzazione che, quando sarà pienamente operativa, potrà rappresentare uno strumento fondamentale nel contrasto allo sfruttamento della manodopera e per garantire un mercato del lavoro sempre più legale e trasparente. La Banca dati ha una funzione dissuasiva importante perché consentirebbe di costituire una white list delle aziende appaltatrici, che potrebbero operare solo in presenza di determinati requisiti. Le imprese sarebbero, infatti, obbligate a iscriversi a un registro presso l’Inps che ha l’obbligo di verificare, attraverso il rilascio di un visto di congruità e di conformità, i requisiti di genuinità dell’appalto. È inoltre previsto l’obbligo di sottoscrizione di una polizza fideiussoria che l’azienda appaltatrice dovrebbe fornire al committente a garanzia di tutti i crediti patrimoniali dei lavoratori. Significherebbe estromettere dal mercato le imprese senza terra. Non è un caso che la legge 199 avesse avuto anche su questo una visione lungimirante, prevedendo il governo del match tra domanda e offerta di lavoro. Negli anni abbiamo perso manodopera. Oggi facciamo fatica a trovarla e a reperire le necessarie competenze. È vero un po’ in tutti i settori, ma ancor di più in agricoltura, un lavoro gravoso e per sua natura stagionale che non garantisce un reddito continuativo. Tuttavia, abbiamo degli strumenti di governo del mercato del lavoro, per permettere ai lavoratori di accedere comunque a forme di protezione salariale.
Dove si può insistere ulteriormente?
Nella lotta allo sfruttamento devono giocare un ruolo da protagonisti gli enti bilaterali agricoli territoriali costituiti da sindacato e associazioni di categoria, come strumento strategico per governare le politiche attive del lavoro e il match tra domanda e offerta di manodopera. Il tavolo anti-caporalato, poi, deve diventare un tavolo di governance permanente che deve riunirsi con maggiore frequenza: le parti sociali, insieme alle istituzioni, devono portare avanti un confronto costante per estromettere tutte quelle realtà che lucrano sui diritti dei lavoratori e sulla dignità umana. Accanto a questo dobbiamo ostacolare tutte quelle pratiche sleali che puntano sul massimo ribasso, sul dumping sociale e contrattuale e che non riconoscono un giusto prezzo alla produzione primaria.
Il prossimo 3 novembre sarete in piazza a Bruxelles per protestare contro la direzione che si sta dando alla nuova Pac. Che cosa c’è in gioco?
Intorno alla futura Pac 2028-2034 c’è stato uno scontro durissimo all’interno della Commissione perché si è prospettata l’idea di un fondo unico, che metta assieme le risorse destinate alla politica agricola e quelle alla politica di coesione, e un approccio più nazionale, che dia sostanzialmente agli stati la libertà di usare tali risorse nei modi che ogni paese ritiene più opportuni. Nel momento in cui il cibo diventa un fattore determinante per esercitare pressioni sul piano geopolitico non possiamo rischiare che la dotazione economica della Pac venga ridotta e che in ciascun paese ci sia competizione tra le risorse per l’agricoltura e quelle legate, ad esempio, al riarmo. Allo stesso tempo è stata messa sotto attacco la condizionalità sociale, un principio etico conquistato dal sindacato nella riforma Pac del 2021. Il messaggio è semplice: chi non rispetta i diritti del lavoro non merita un premio! Per questo la normativa prevede una riduzione, fino all’esclusione totale, dei premi Pac per quelle aziende che violano alcune direttive europee in materia di sicurezza sul lavoro e di trasparenza delle condizioni di lavoro. Abbiamo fatto una campagna di sensibilizzazioni attraverso l’Effat, il sindacato agricolo europeo, rivolta a tutte le forze parlamentari Ue: l’Europa non può rinunciare alla tutela dei diritti dei lavoratori e della sostenibilità sociale e non può fare un passo indietro sul fatto che i fondi della Pac restino vincolati a queste due prerogative. Dobbiamo promuovere in Europa un modello di mercato in cui legalità e rispetto dei diritti siano condizioni imprescindibili. Va detto che il Governo italiano non solo è stato tra i primi Paesi a recepire la condizionalità sociale e, grazie alla pressione esercitata dal sindacato sul governo, le norme attuative della sua applicazione sono considerate tra le più avanzate in Europa. Nei giorni scorsi, però, nonostante l’iniziativa dell’Italia a difesa della condizionalità sociale, sostenuta purtroppo solo da Spagna, Austria e Danimarca, il Consiglio Agrifish ha comunque escluso il principio dalla futura Pac. Un grave passo indietro nella costruzione di un’Europa più giusta, sostenibile e attenta alla qualità del lavoro. La partita però è ancora aperta e, quindi, sin da subito il sindacato, unitariamente insieme all’Effat, si impegnerà per recuperare questo principio di civiltà nel confronto con il Parlamento e la Commissione europea.
Qual è lo stato di salute dell’industria alimentare?
L’industria alimentare italiana è un settore solido, dinamico e competitivo. Nel 2025 l’export ha raggiunto circa 73 miliardi di euro e ci sono le condizioni per fare ancora meglio. È un risultato costruito sulla capacità di coniugare tradizione e innovazione, qualità delle produzioni e investimenti, ma soprattutto sul valore delle persone e delle loro competenze. Proprio per questo riteniamo fondamentale che la crescita del settore continui ad accompagnarsi alla qualità del lavoro e a una contrattazione forte e inclusiva. Il contratto nazionale dell’industria alimentare si è confermato uno strumento importante, anche sul piano salariale, con risultati superiori all’inflazione misurata dall’IPCA. E oggi, nelle imprese dove è presente e radicato il sindacato, i rinnovi della contrattazione di secondo livello consentono di redistribuire ulteriormente valore e di ottenere risultati non soltanto economici, ma anche sul piano dei diritti e dell’organizzazione del lavoro. Abbiamo inoltre conquistato il diritto al confronto preventivo sugli investimenti e sull’introduzione di nuove tecnologie, a partire dall’intelligenza artificiale, perché l’innovazione deve essere governata insieme alle lavoratrici e ai lavoratori e non semplicemente subita. A questo si lega una delle grandi sfide dei prossimi anni: la formazione. Il riconoscimento del diritto soggettivo alla formazione continua rappresenta una conquista che dovremo rafforzare, perché la competitività futura dell’industria alimentare dipenderà sempre di più dalla capacità di innovare e di disporre delle competenze necessarie. Il tema è ancora più rilevante di fronte alla crescente difficoltà delle imprese nel reperire professionalità e manodopera, con differenze significative tra le diverse aree del Paese. Se nel Mezzogiorno lavorare nell’industria alimentare continua a rappresentare un’importante opportunità occupazionale, in molte realtà del Nord attrarre e trattenere lavoratori è diventato più difficile. Per questo la vera sfida non è soltanto mantenere forte l’industria alimentare italiana, ma renderla sempre più attrattiva anche come luogo di lavoro. Servono buone retribuzioni, formazione, welfare, qualità dell’organizzazione e prospettive professionali. Ed è su questo terreno che parti sociali, contrattazione e bilateralità possono svolgere un ruolo decisivo, rafforzando un modello di relazioni industriali capace di accompagnare l’innovazione senza lasciare indietro le persone.
Lei ha toccato il tema dell’intelligenza artificiale. Quali sono le criticità maggiori che riscontra?
È necessario governare la transizione tecnologica e digitale mettendo al centro la persona e contrastando ogni forma di disumanizzazione del lavoro. Sul piano contrattuale continueremo a chiedere di potenziare il coinvolgimento e il confronto preventivo con le Organizzazioni Sindacali, di aggiornare il sistema classificatorio e delle mansioni e di sviluppare una formazione trasversale e inclusiva per accrescere le competenze delle lavoratrici e dei lavoratori. C’è poi il tema della sorveglianza da remoto nei confronti dei lavoratori, che richiama l’articolo 4 dello Statuto dei lavoratori e sul quale, noi come Uila, abbiamo avviato una riflessione, in collaborazione con dei giuristi docenti universitari, su come coniugare sempre meglio l’espansione delle innovazioni tecnologiche con la salvaguardia del diritto alla privacy delle lavoratrici e dei lavoratori. Siamo, però, convinti che, in un’ottica di sussidiarietà, anche il legislatore debba fare la propria parte. Considerata la trasversalità della tematica, abbiamo affidato alla Uil una proposta di revisione della normativa sui controlli a distanza che aspira a rafforzare il ruolo della contrattazione collettiva e del confronto tra le Parti per incrementare le tutele delle persone a fronte dell’introduzione di nuovi strumenti digitali nei luoghi di lavoro.
Secondo lei l’azione sindacale dove potrebbe migliorarsi?
Il sindacato deve tornare a essere protagonista delle politiche attive del lavoro in tutta la filiera agroalimentare, utilizzando anche la bilateralità per rafforzare formazione e incontro tra domanda e offerta. Abbiamo già sperimentato questa strada con Unionfood, attraverso una convenzione che ha coinvolto parti sociali, ITS e università per favorire la connessione tra formazione e lavoro. Dobbiamo poi rafforzare ulteriormente la nostra presenza nei luoghi di lavoro e nei territori. La scelta della Uil di aprire 100 nuove sedi va proprio in questa direzione e si innesta sulla rete capillare della Uila, caratterizzata dalla presenza delle nostre leghe comunali. Per esercitare fino in fondo la sua funzione, il sindacato deve tenere insieme presenza, competenze, visione e concretezza. Dobbiamo ricostruire un’idea collettiva del lavoro, superando un individualismo esasperato alimentato da modelli eccessivamente competitivi, e ricucire nei luoghi di lavoro e nelle comunità, un tessuto sociale solidale e inclusivo, capace anche di integrare pienamente lavoratrici e lavoratori provenienti da altri Paesi, oggi indispensabili per il sistema agroalimentare.





























