Benjamin Netanyahu resta in testa, ma non ha ancora i numeri per governare. Le elezioni israeliane lasciano aperta la partita per la formazione del prossimo esecutivo: con il 76,8% delle urne scrutinate, il blocco del premier si ferma a 54 seggi nella Knesset, mentre lo schieramento guidato dal centrista Gadi Eisenkot ne conquista per ora 47. Le liste arabe salgono a 19 seggi e potrebbero diventare decisive negli equilibri parlamentari, anche se un accordo con l’opposizione resta politicamente complicato. Per ottenere la maggioranza servono 61 deputati su 120.
È questa la fotografia provvisoria restituita dall’ultimo aggiornamento della Commissione elettorale centrale israeliana. Il conteggio non è concluso e i rapporti di forza possono ancora cambiare. Restano infatti da scrutinare le schede a doppia busta, utilizzate da militari, diplomatici e altre categorie di elettori impossibilitati a votare nel proprio seggio ordinario. Secondo le informazioni riportate dai media israeliani, potrebbero essere circa 600mila e il loro conteggio potrebbe proseguire fino a venerdì. Anche le liste più vicine alla soglia di sbarramento possono fare la differenza. Al momento, tre formazioni risultano sotto la soglia del 3,25%: Reservists, People of Israel e Charedi Public.
Il campo di Netanyahu, pur risultando il più consistente, resta lontano dai 61 seggi necessari. Anche il fronte guidato da Eisenkot non può contare da solo sui numeri per governare. L’opposizione potrebbe raggiungere la maggioranza aritmetica insieme ai partiti arabi, che nel conteggio attuale totalizzano 19 seggi. Ma la possibilità di trasformare questi numeri in un accordo di governo è tutt’altro che scontata.
Netanyahu ha escluso una coalizione che dipenda dall’appoggio delle forze arabe, mentre Eisenkot ha lasciato aperta la porta a una collaborazione a determinate condizioni. Anche tra i possibili alleati dell’opposizione, tuttavia, permangono resistenze. La consistenza della rappresentanza araba è quindi uno degli elementi centrali del voto, ma non basta da sola a stabilire chi guiderà il prossimo governo.
Il risultato arriva dopo una campagna elettorale segnata dal giudizio sulla leadership di Netanyahu, dalla guerra seguita all’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023 e dalle divisioni interne alla società israeliana. Tra i temi più controversi figuravano anche le esenzioni dal servizio militare per gli ebrei ultraortodossi, l’alleanza del premier con l’estrema destra e le tensioni sul sistema giudiziario. Secondo l’Associated Press, il voto rappresenta comunque un arretramento per il governo uscente, ma non una sconfitta definitiva del premier: il suo Likud resta la principale forza singola e Netanyahu punta ancora a formare una maggioranza.
A distinguersi è anche la partecipazione. L’affluenza si è attestata al 77,7%, pari a circa 5,7 milioni di votanti, contro il 70,6% delle elezioni del novembre 2022. È il dato più alto dal 1999, secondo la Commissione elettorale centrale.
La partita si sposta dunque sulle trattative tra i partiti. Il presidente Isaac Herzog dovrà consultare le forze politiche e affidare l’incarico al candidato che riterrà più in grado di ottenere la fiducia della Knesset: non è obbligato a scegliere il leader della lista più votata. Se nessuno riuscirà a costruire una coalizione, il Paese potrebbe ritrovarsi di fronte a una nuova fase di stallo politico, come già accaduto nella stagione delle cinque elezioni tra il 2019 e il 2022.


























