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Home - Rubriche - Poveri e ricchi - Il paradosso della produttività

Il paradosso della produttività

di Maurizio Ricci
30 Maggio 2016
in Poveri e ricchi, Analisi

Potremmo chiamarlo il mistero della produttività svanita. Quando la Confindustria  rilancia l’idea di legare i contratti alla produttività, infatti, fa ricorso ad uno strumentario tutt’altro che inedito. Anzi, percorso più volte nel dialogo e nella  contrattazione. A patto di sapere, però, che, oggi, la  roduttività – l’unico autentico  motore della crescita economica e del miglioramento del tenore di vita – non è più il  moltiplicatore di una volta. In Italia, è da decenni la grande latitante della nostra economia e della nostra crescita asfittica. Ma il fenomeno è più ampio, anzi mondiale. Nonostante il succedersi delle rivoluzioni tecnologiche, la produttività scende inesorabilmente un po’ dovunque. E’ il puzzle che autorizza autorevoli economisti a parlare di grande stagnazione globale.

Il “Compendio di indicatori 2016 della produttività” che l’Ocse ha appena fatto uscire parla di “paradosso della produttività”. L’Italia, va detto, al paradosso non è neppure arrivata: il più prezioso indicatore dell’economia moderna precipita, da noi, fin dagli  anni ’90. Il Pil per ora lavorata cresceva del 2,65 per cento l’anno fra il 1970 e il 1996.

Ha rallentato giù fino allo 0,64 per cento fra il 1996 e il 2004. E’ rimpicciolito allo 0,04 per cento l’anno fra il 2004 e il 2014. In sostanza, negli ultimi dieci anni il Pil per ora lavorata è rimasto uguale. Anche se in modo meno vistoso, tuttavia, anche altri paesi, assai più dinamici del nostro, hanno subito un brusco rallentamento. Gli Usa sono passati dal 2,50 per cento l’anno all’1,12, dopo il 2004. La Germania dall’1,68 per cento allo 0,86 l’anno. Dove sta il paradosso? Nel fatto che “la produttività è rallentata durante un periodo di significativi mutamenti tecnologici, crescente partecipazione di aziende e paesi alla catene produttive internazionali e aumento dei livelli di istruzione della forza lavoro” dice l’Ocse. Se la produttività non cresce in queste condizioni, quando dovrebbe crescere? L’avvento di Big Data non avrebbe dovuto dare una scossa all’aumento di produttività pari all’introduzione dell’elettricità a inizio ‘900 e dell’informatica alla fine?

Una ipotesi, naturalmente, è che sia stato l’impatto della crisi finanziaria esplosa nel 2008 a segnare le diverse economie, al punto che la produttività non riesce a riprender quota. Ma il Compendio fa  giustizia di questa ipotesi consolatoria: il calo della produttività non è un fenomeno ciclico e  transitorio. In realtà, si scopre che l’investimento nell’informatica, come quota del Pil, è sistematicamente in caduta, negli ultimi anni, anche negli Usa e in Germania. Il contributo di questi investimenti alla produttività ha raggiunto il picco a fine anni ’90 e da allora sta gradualmente diminuendo. Ci sono dei dati illuminanti, per l’Italia, dentro i numeri dell’Ocse.

Rispetto alla produttività oraria americana, ad esempio, nonostante il nostro crollo degli ultimi anni, siamo tornati ai livelli degli anni ’70: un  lavoratore italiano producein un’ora, in media, tre quarti di quello che produce un lavoratore americano. Peccato che, negli anni ’90, fossimo arrivati al 96 per cento. Ma, al di là dei mali specifici dell’economia italiana – dalla flessibilità del lavoro alla carenza cronica di investimenti – i dati dell’Ocse alimentano una teoria che circola da qualche tempo fra gli economisti: nonostante il grande battage pubblicitario, la rivoluzione tecnologica di questi anni ha un potere trasformativo incomparabilmente minore rispetto ai grandi salti del ‘700 e dell’800. Fra il telefonino e l’interruttore della luce non c’è match.

Anche, e soprattutto, per quel che riguarda l’importanza diretta sulla produzione e sul lavoro. Bisogna inventarsi qualcos’altro.

Maurizio Ricci

Maurizio Ricci

Giornalista

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