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Home - Rubriche - Poveri e ricchi - Sorpresa: i nostri laureati sono bravissimi, e trovano perfino lavoro. Ma sono troppo pochi

Sorpresa: i nostri laureati sono bravissimi, e trovano perfino lavoro. Ma sono troppo pochi

di Maurizio Ricci
30 Giugno 2014
in Poveri e ricchi, Analisi


Più bravi, seri, studiosi, motivati, efficienti. Ma dannatamente pochi. Il quadro dei laureati italiani fornito dalla consueta indagine Almalaurea dà un’immagine confortante che, però, svanisce in fretta. Dopo il boom a cavallo del millennio dove, forse, fin troppi si sono buttati nelle aule universitarie, la qualità degli studenti è migliorata. Cala nettamente la quota dei fuoricorso, aumenta la partecipazione alle lezioni, resta la voglia di perfezionarsi all’estero o in stage e tirocini paralleli allo studio. Nel 2003 i giovani che si laureavano nei tempi previsti erano il 15 per cento. Oggi sono il 43. Cosa chiedere di più? Semplice: più laureati. La qualificazione ai massimi livelli è uno dei prerequisiti indispensabili per la crescita delle economie moderne e noi siamo indietro. Fra i giovani nella fascia 25-34 anni, i laureati sono solo il 21 per cento, contro il 39 per cento della media dei paesi industrializzati. Più o meno, siamo al livello della Turchia. L’obiettivo comune fissato dalla Commissione di Bruxelles – il 40 per cento di laureati fra i giovani di 30-34 anni entro il 2020 – per noi è già sfumato. E irrecuperabile: oggi, solo tre diciannovenni su dieci si iscrivono all’università.

Pesa, in questa fuga di massa davanti all’università, la diffusa convinzione che la laurea, in realtà, non serva a nulla. Tanto meno a trovare lavoro. E’un rovesciamento di 180 gradi, rispetto alla fede cieca di dieci anni fa, quando sembrava che, invece, la laurea fosse un lasciapassare garantito per una vita professionale gratificante. Ma è giustificata questa sfiducia? O è, invece, l’ennesimo caso di leggenda metropolitana assurta a senso comune? Il dubbio viene leggendo i risultati di un sondaggio che la Fondazione Nord Est ha condotto all’università di Padova, su oltre 200 laureati in Scienza delle Comunicazione, quasi tutti quelli che hanno concluso gli studi negli ultimi dieci anni. Non è una scelta casuale, perché Scienze delle Comunicazione è una facoltà di recente istituzione, che ha avuto all’inizio un vero boom di iscrizioni, perché sembrava moderna, anzi modernissima, per trasformarsi rapidamente, nella percezione comune, in un flop assoluto: un vicolo cieco che non avvicinava neanche al mercato del lavoro.

Be’, il messaggio che arriva da Padova è assolutamente diverso. I laureati degli ultimi dieci anni se la stanno cavando benissimo e- forse – questo non è solo merito del modello veneto. L’88 per cento, infatti, lavora attualmente con regolare busta paga e solo il 4 per cento non ha mai trovato (o cercato) un posto. Tutti figli di papà o, almeno, “dell’amico di un amico”? Niente affatto. Solo il 6 per cento dei laureati in Scienze delle Comunicazioni degli ultimi dieci anni dichiara di avere trovato un posto, grazie ad una raccomandazione. Quella che sembra una maledizione parafeudale del mercato del lavoro italiano, lì in Veneto è, a quanto pare, una rarità. Si trova lavoro come avviene comunemente all’estero: con uno stage (8 per cento), un concorso (7 per cento), finanche quella specie di Fortezza Bastiani da Deserto dei Tartari che è l’ufficio di collocamento (8 per cento). Ma i veri motori sono altri due: l’invio, puro e semplice, di un curriculum (32 per cento) o, anche con i social network (14 per cento). Neanche fossimo in America. Perché sono andati all’estero? No, solo il 5 per cento. Perché si sono infilati nel ventro caldo dell’impiego pubblico? Neppure: l’81 per cento lavora nel settore privato. Sotto casa, per giunta: quasi l’80 per cento è rimasto nel Veneto.

Rassegnandosi ad una vita di superprecario? Niente affatto. Anche se non parliamo di esperti di software, ingegneria o biotecnologie, ma di tecnici di una cosa apparentemente opzionale come la comunicazione, i co.co.co sono solo l’8 per cento, i freelance l’11, quelli dei finti stage altrettanti. Il 35 per cento ha un regolare contratto a tempo indeterminato, di quelli che sembravano scomparsi e un altro 31 per cento a tempo determinato. Due su tre, comunque, con regolare contratto. In nove casi su dieci a tempo pieno. E’ l’immagine di un mercato del lavoro che non sembra Italia, ma lo è.

Maurizio Ricci

Maurizio Ricci

Maurizio Ricci

Giornalista

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