Il viceministro dell’economia Enrico Morando ha spiegato, in una recente intervista, quali sono i pilastri del governo per riformare il mondo del lavoro. Sarebbero tre le nuove tipologie contrattuali, il salario minimo di legge per decidere la soglia inviolabile per la dignità delle persone, il contratto per tutti quei lavoratori che non siano in grado di contrattare direttamente con l’azienda le condizioni del salario e il contratto aziendale per le imprese che vogliono avere condizioni diverse dal contratto nazionale. La rivoluzione del salario minimo intende delineare la linea di sopravvivenza sotto la quale è reato scendere, perché significherebbe trovarsi in uno stato di semi schiavitù. I sindacati tuttavia sono preoccupati: stabilire un salario minimo, affermano, significherebbe appiattire verso il basso tutti i minimi definiti oggi nei vari contratti nazionali. Serena Sorrentino, della segreteria nazionale Cgil, infatti, mette in guardia dalle conseguenze che questa riforma causerebbe all’interno delle aziende e tra le varie categorie dei lavoratori: “il salario minimo oggi definito per contratto da ogni categoria è più alto del salario che sarà stabilito dal governo, perché come detto questa sarà una soglia di sopravvivenza”. E dunque, prosegue, “le aziende sarebbero tentate di uscire da Confindustria e dal contratto nazionale per applicare il minimo di legge, più basso”. Secondo la sindacalista ci sarebbe quindi un fiorire di contratti aziendali e i contratti nazionali finirebbero stritolati. Sarebbe a rischio- conclude- l’idea stessa di sindacato generale “che cerca di dare stessi diritti a chi fa lo stesso lavoro in ogni parte del paese”.

























