Alle 15.25 di mercoledì, cinquantanove minuti dopo che, alle 14,26, si era consumata al Senato la sconfitta del Governo, Raffaele Bonanni diceva: “Spero che il Governo non vada in crisi, sarebbe una vera iattura”. Invece sì, e nelle ore successive una nota delle segreterie confederali Cgil, Cisl, Uil esprimeva “grande preoccupazione per la crisi politica determinatasi a seguito del voto al Senato”, ricordando che essa avveniva “in un momento difficile e importante per la vita economica e sociale del Paese”. Su questa linea, e la conseguente, logica rivendicazione di una stabilità di governo a garanzia dei confronti in corso e in programma, hanno continuato a muoversi le dichiarazioni dei dirigenti sindacali. Di fronte ai cui occhi si profilava il rischio, il minaccioso fantasma del, per così dire, salto dei tavoli. Che, intanto, e non si sa fino a quando, risultavano congelati, tutti: previdenza, ammortizzatori sociali, sviluppo, contratti pubblici. Da qui i concetti unitariamente ripetuti, quasi un’invocazione. Epifani; “Dare rapidamente al Paese una stabilità di Governo che prosegua il lavoro iniziato”. Bonanni: “Mi appello al senso di responsabilità perché la politica deve servire il Paese e non il Paese la politica”. Angeletti: “Come debbano essere i Governi non è nostro compito, a noi interessa, perché interessa al Paese e ai lavoratori, un Esecutivo stabile e autorevole per portare avanti il filo del discorso sullo sviluppo e la crescita”. Polverini: “Occorre ripristinare, in tempi auspicabilmente brevi, le condizioni di una governabilità solida e ristabilire quella stabilità e coerenza che in questi 281 giorni non sono realmente esistite”. Stabilità, dunque, è stata la parola d’ordine univoca, dalla quale i sindacati non deflettono ed al cui interno si può intravedere il desiderio che stabile sia non solo la certezza della concertazione ma anche quella dei suoi contenuti.
Sull’altro lato dello schieramento sociale, quello delle organizzazioni imprenditoriali, l’atteggiamento è stato simile. Aveva detto Epifani di credere che la preoccupazione per le conseguenze della crisi fosse comune a Confindustria, e condivisa dal sistema delle imprese la necessità di proseguire nel confronto su problemi che solo l’Esecutivo può risolvere. Ed in effetti il presidente Montezemolo ha chiesto stabilità e chiarezza: “Mi auguro che si arrivi a una situazione più chiara perché la luce in Italia è già molto flebile. Abbiamo bisogno di stabilità”, aggiungendo che “questo blackout rischia di essere negativo anche a livello internazionale” e precisando che “non è questione di destra o sinistra, di un Governo o dell’altro”. Puntualizzazione, quest’ultima, forse utile, se rispondono al vero le voci che circolano, secondo le quali nel grande corpo di Confindustria e delle associazioni chiamate in altri tempi padronali si sono diffuse nel pomeriggio di mercoledì, strettamente congiunte, soddisfazione e speranza, la prima per la caduta di “questi”, la seconda per il ritorno degli “altri”. Sentimenti, comunque, rimasti al di sotto della superficie. E infatti anche il presidente di Confcommercio, Carlo Sangalli, ha dichiarato: “Se vogliamo sciogliere con determinazione e tempestività i mali di fondo dell’economia e della società italiana, in particolare per quanto riguarda la competitività difficile e la crescita lenta, abbiamo bisogno di un Governo stabile e di una maggioranza coesa”. Il rischio è che venga “spazzata via” la ripresa in atto.
Dunque, nella sostanza, un comune giudizio di sindacati e imprese sulle esigenze della società italiana in questa complessa fase e sul modo in cui le istituzioni e le forze politiche devono risolvere i loro problemi. Come ha detto stamani Guglielmo Epifani, “è naturale che il lavoro e le imprese, quando c’è una crisi, un vuoto di Governo, avvertano disagio”. Tutto lo schieramento sociale è in attesa che a breve scadenza un Governo ci sia, che agisca, che funzioni.
Leopoldo Meneghelli





























