È molto soddisfatto del risultato della prima edizione del Festival Internazionale del Lavoro, Andrea Ciampani, professore associato di Storia contemporanea presso la Libera Università Maria Ss. Assunta (LUMSA), uno dei promotori , insieme al Diario del Lavoro, dell’iniziativa. Ciampani guarda con ottimismo al futuro del Festival che si è deciso di replicare l’anno prossimo.
Ciampani come valuta l’apertura fatta al Festival dal direttore del Fondo Monetario Internazionale, Dominique Strauss Khan, sul tema della partecipazione delle parti sociali alla governance internazionale?
Intanto vale la pena di sottolineare come la presenza di Strauss Khan al Festival del Lavoro sia già di per sé un gesto rilevatore di una maggiore attenzione delle organizzazioni internazionali nei confronti delle parti sociali.
Pensa che l’apertura sia reale?
Già nel 1999 la Banca Mondiale parlava della formazione di una”coalizione per il cambiamento” come punto di partenza per una riforma della goverrnance. Questa volta però potrebbe essere diverso. Strauss Khan ha spiegato alla platea che per uscire dalla crisi occorrerà un serio ripensamento dell’economia e per far ciò non si potrà fare a meno dell’apporto della parti sociali.
In concreto cosa è stato proposto?
Strauss Khan ha parlato della necessità di coinvolgere quelli che definisce in tre pilastri della rappresentanza sociale: imprenditori, sindacati e mondo culturale-universitario. Inoltre, si detto anche disponibile a organizzare una conferenza in Italia per ragionare insieme sulle modalità di coinvolgimento delle parti sociali nella governance internazionale.
Nel campo della governance sociale l’Europa può essere ancora un buon esempio per il resto del mondo?
Si, sicuramente la Commissione Delors, i protocollo sociali di Maastricht e di Amsterdam sono ancora modelli a cui ispirarsi. Però non si può negare che il modello di governance europeo, negli ultimi anni, sia stato vittima di un’eccessiva burocratizzazione e irrigidimento.
Sono solo le istituzioni europee a essere responsabili di ciò?
No, sicuramente vi è stato anche un indebolimento del ruolo delle imprese e del sindacato europeo.
Cosa si può fare per uscire da questa impasse?
C’e bisogno di una rivitalizzazione del sindacato europeo e si devono creare nuovi strumenti e dinamiche sociali.
Quale è stato l’errore delle istituzioni europee?
L’Europa si è concentrata eccessivamente sui modelli e sulle procedure più che sugli obbiettivi. Inoltre ormai appare chiara una certa debolezza del percorso di modernizzazione dell’economia europea innescato con il processo di Lisbona. Il problema è la mancanza di una strategia di partecipazione degli attori sociali.
È sempre stato cosi?
No, uno dei segreti del successo delle prime fasi dell’integrazione europea era proprio il coinvolgimento delle parti sociali. Oggi non è più così. L’Europa per ritrovare lo slancio deve uscire da una certa autoreferenzialità e ritrovare il consenso sociale.
La crisi ha colpito fortemente anche l’Italia, cosa pensa del dibattito che si aperto nel paese sulla partecipazione?
È un dibattito positivo che però deve andare oltre la sfera legislativa per trasformarsi, prima di tutto, in un dibattito culturale. Oggi infatti gli attori sociali hanno la consapevolezza del ruolo che possono avere sia dal punto di vista locale che nazionale. L’accordo del 21 gennaio sulla contrattazione ne è la dimostrazione.
Come spiega la freddezza di Confindustria e della Cgil?
Il dibattito è troppo concentrato sulla modellistica e ciò spiega il timore che la partecipazione possa essere realizzata senza il rispetto dei rispettivi ruoli. Invece ogni attore deve, per ciò che gli compete, partecipare a un processo di individuazione delle problematiche e di condivisione degli obiettivi per poi prendersi le responsabilità di potarli avanti.
Quale è il contributo più intessente che ha sentito al Festival sulla partecipazione?
Ho molto apprezzato il discorso di Richard B. Freeman, professore a Harvard, che, ha portato l’attenzione sul tema della partecipazione dei lavoratori alle dinamiche finanziarie, perché l’intervento ha proiettato i sindacati su nuovi scenari. L’idea che i sindacati possano avere voce negli organismi che decidono come orientare socialmente l’azionariato è molto interessante.
Luca Fortis

























