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Home - Approfondimenti - L'Editoriale - Lavoro, la “strategia Primo Maggio” che non coglie la realtà del mercato

Lavoro, la “strategia Primo Maggio” che non coglie la realtà del mercato

di Massimo Mascini
20 Aprile 2026
in L'Editoriale
Istat, a ottobre fatturato industria cresce del 2%, ordini +4,6%

È ben strana la strategia di Giorgia Meloni. Dovrebbe cercare alleati adesso che il suo fronte, dopo il referendum confermativo, non appare più massiccio, sembra invece andare in tutt’altra direzione. Come sta facendo, per esempio, con il problema lavoro. La premier ha annunciato un provvedimento per il lavoro povero e, pomposamente, lo ha promesso per il primo maggio, la Festa dei Lavoratori. È poi uscita la bozza del decreto che vorrebbe portare al Consiglio dei ministri e la matassa si è ingarbugliata. Perché la vera ratio di questo provvedimento, oscuro e anche contraddittorio in tante parti, è in definitiva il sostegno ai contratti pirata.

Dei contratti pirata si può dire di tutto, ma una cosa è certa: nascono per iniziativa di pochi per consentire a qualche imprenditore border line, quindi con il fiato della concorrenza sul collo, di pagare meno i lavoratori e tagliare loro diritti sacrosanti, come ferie, welfare in generale, qualsiasi forma di partecipazione. Come si faccia a difendere il lavoro povero diminuendo salario e diritti, è un mistero che forse nemmeno la premier ha scandagliato a sufficienza.

Si potrebbe credere che Giorgia Meloni voglia favorire gli imprenditori, sempre cari al centro destra, ma a esser favoriti da una politica del genere non sarebbero gli imprenditori in generale, ma solo i peggiori, quelli che, grazie ai contratti pirata, spendono meno e possono così fare concorrenza agli imprenditori che pagano il giusto e non rubano i diritti ai lavoratori.

Non appare come una strategia ben pensata, perché non ha senso cercare di cogliere un obiettivo e puntarne un altro, proprio l’opposto. E del resto bisognerebbe prestare maggiore ascolto a quel che la premier dice quando parla di lavoro. Il suo refrain, lo ha ripetuto anche alle Camere, è che il fronte del lavoro gode di ottima salute. E come testimonianza porta i dati dell’occupazione, ricordando che ormai hanno un lavoro più di 24 milioni di persone, che il tasso di occupazione continua a crescere, mentre quello della disoccupazione è in calo. Un bollettino della Vittoria, peccato che non colga la realtà del mercato del lavoro italiano.

Perché è vero che lavorano in tanti, ma forse bisognerebbe guardare più in profondità i dati forniti dall’Istat. È stato infatti considerato in attività anche chi è stato occupato solo due giorni in un mese. E poi ci sono i part time, spesso involontari, lavoratori cioè che sono assunti per pochi giorni o poche ora ogni settimana, c’è chi lavora solo nel week end e chi ha un’occupazione solo stagionale. Sia chiaro, la gran parte dei lavoratori censiti dall’Istat ha un lavoro stabile e dignitoso, ma gli altri, gli irregolari, sono tanti e pesano in negativo sulla bella fotografia del mercato del lavoro che ci viene consegnata.

Se si vuole davvero conoscere l’effettiva salute del mondo del lavoro bisognerebbe tener conto anche di questi aspetti, certamente non marginali. Il dato più evidente dovrebbe essere quello del numero di ore lavorate, ma è un dato che spesso non viene diffuso. Meglio allora dire che l’occupazione cresce, magari di un milione di unità, come faceva Silvio Berlusconi.

E, ancora, se si volesse davvero misurarsi con la realtà, occorrerebbe tenere presente il fenomeno del mismatch, la mancata coincidenza tra domanda e offerta di lavoro. Un fenomeno che è presente in tutto il mondo industrializzato, ma da noi non trova risposta il 60% delle richieste di lavoro. I produttori, soprattutto gli industriali, cercano ovunque lavoratori ma non li trovano. Un problema vero, in grado di bloccare l’economia, perché se un’impresa intende fare un investimento, per esempio acquistare una macchina particolarmente costosa, ma sa già che potrebbe non disporre delle persone in grado di farla lavorare, forse deciderà di non comprarla. Ma così salta un investimento importante, che potrebbe portare efficienza e produttività. Il guaio è che questo problema si sta rapidamente estendendo anche ai lavoratori non particolarmente specializzati, fino agli operai generici. Mancano i cervelli, ma anche le braccia, e allora è inutile dire che l’occupazione aumenta se la realtà è anche quella di tante aziende, specie nelle regioni più operose, all’affannosa ricerca di persone da occupare.

Forse il mondo del lavoro ha bisogno di altre e differenti strategie, certo non dei contratti pirata.

 Massimo Mascini

Massimo Mascini

Massimo Mascini

Direttore responsabile de Il diario del lavoro

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