Un primo passo verso l’estinzione dei contratti pirata: lo ha compiuto oggi il Cnel, approvando, all’unanimità, la completa riorganizzazione dell’Archivio nazionale dei contratti e degli accordi collettivi di lavoro: ovvero quel pozzo senza fondo nel quale galleggiano oltre 1000 contratti, di cui la stragrande parte, ovvero 800, firmati da organizzazioni sindacali con pochi o nulli iscritti e relativi ad appena il 2% dei lavoratori, contro i 99 contratti sottoscritti da Cgil, Cisl e Uil e applicati al 97% della platea. Da oggi, grazie all’operazione di pulizia, avviata a titolo sperimentale un anno fa, questa macedonia dove tutti, contratti reali e contratti in dumping, avevano pari dignità, non sarà più possibile: “da adesso – ha sottolineato il presidente Cnel Renato Brunetta- possiamo individuare i CCNL sottoscritti dalle organizzazioni comparativamente più rappresentative”.
Con la riorganizzazione dell’Archivio dei contratti collettivi viene data priorità al loro reale radicamento in termini di lavoratrici e lavoratori coperti, spiega ancora Brunetta, sottolineando come i dati adesso disponibili vadano a “ridimensionare nettamente il problema quantitativo del dumping contrattuale, perché circa 99 CCNL sottoscritti da CGIL, CISL e UIL coprono oltre il 97% dei lavoratori del settore privato, mentre circa 800 contratti riconducibili a sigle minori si applicano a poco più del 2%, pari a circa 350 mila lavoratori. Con questa riorganizzazione l’Archivio CNEL diventa uno strumento essenziale per monitorare con rigore il fenomeno del dumping e per supportare, anche nell’ambito del Codice dei contratti pubblici, valutazioni oggettive di equivalenza contrattuale da parte delle stazioni appaltanti e degli operatori economici”.
La nuova organizzazione dell’Archivio nazionale dei contratti introduce un criterio oggettivo di selezione dei contratti collettivi, fondato sul loro effettivo radicamento nel sistema produttivo, misurato attraverso i dati amministrativi INPS (Uniemens): potranno essere collocati nella sezione dei contratti nazionali di settore solo i CCNL applicati ad almeno il 5% dei dipendenti di una divisione ATECO o al 3% in almeno una divisione nel caso di contratti multi-settoriali. Si supera così definitivamente la logica meramente formale del deposito dei contratti, introducendo un principio di rilevanza sostanziale che consente di individuare i contratti realmente rappresentativi e applicati e di distinguere in modo trasparente tra contrattazione effettiva e contrattazione marginale.
La riforma dell’Archivio si completa con l’introduzione delle schede contratto standardizzate, già operative per i principali contratti nazionali del terziario di mercato che coprono circa 5 milioni di lavoratori, costruite sulla base delle voci retributive e normative previste dal Codice dei contratti pubblici. Le schede, integrate da note comparative, costituiscono uno strumento tecnico innovativo che consente a operatori e stazioni appaltanti di valutare in modo oggettivo l’equivalenza tra contratti collettivi, rafforzando la trasparenza del sistema e rendendo concretamente verificabile il fenomeno del dumping contrattuale nei diversi settori economici.
Da oggi, dunque, non si potrà più dire che “al CNEL sono depositati oltre mille contratti collettivi”: “abbiamo finalmente separato ciò che conta davvero da ciò che esiste solo sulla carta -prosegue Brunetta- si tratta di un passaggio decisivo per il Paese e per aggredire la questione salariale, perché dimostra che le istituzioni, insieme alle parti sociali, possono costruire strumenti affidabili e condivisi. Il CNEL restituisce al sistema delle relazioni industriali e ai decisori politici una base informativa solida, che supera definitivamente letture superficiali e restituisce la reale struttura della contrattazione collettiva italiana”, conclude Brunetta.
Dunque, fine dei contratti pirata? Non del tutto. Quello compiuto dal Cnel è un primo passo ma non ancora definitivo, avverte infatti Alessandro Genovesi, responsabile della contrattazione in Cgil e vicepresidente della Commissione Informazione del Cnel, a cui si deve il lavoro di riorganizzazione. Con le nuove linee guida per l’archivio dei Contratti, spiega Genovesi, che stabiliscono le soglie minime superiori al 5% e 3%, emergerà che quasi il 99% dei lavoratori è coperto da Contratti Collettivi Nazionali di Lavoro sottoscritti da Cgil, Cisl e Uil, ma questo non basta: “occorre compiere come parti sociali ulteriori scelte sul fronte della definizione della rappresentanza e il legislatore dovrà poi sostenerle”.
“Abbiamo fatto quel che si poteva fare a normative vigenti – prosegue il sindacalista- ma è soltanto uno dei passi da compiere per una maggiore trasparenza e contro il fenomeno dei contratti pirata, e la sola riorganizzazione dell’Archivio dei contratti non è risolutiva. Ora serve generalizzare misure certe per misurare la rappresentatività dei firmatari, sindacati e associazioni datoriali, e definire all’interno di questo insieme di Contratti collettivi più radicati quali siano realmente i contratti leader. Questi ultimi – spiega – dovranno essere infatti solo ed esclusivamente quei contratti firmati da chi è realmente rappresentativo di lavoratori ed imprese secondo l’articolo 39 della nostra Costituzione”.
Intanto, quello di oggi è un risultato che va a immediato vantaggio anche delle pubbliche amministrazioni, che potranno più facilmente individuare, tra i poco più dei 140/150 CCNL più applicati, e non più tra gli oltre mille CCNL depositati presso il CNEL, i contratti collettivi da indicare nelle gare di appalto o negli affidamenti. “Ovviamente – sottolinea Genovesi – applicando correttamente quanto previsto dallo stesso Codice appalti, cioè individuando sempre tra i vari CCNL presenti negli archivi quelli firmati dalle organizzazioni sindacali e datoriali comparativamente più rappresentative e che hanno già le tabelle di costo del lavoro indicate dal Ministero del Lavoro, come previsto dall’Allegato I.01 del Codice stesso”.
Nunzia Penelope

























