L’Italia è una repubblica democratica fondata sul lavoro: quella che era una dichiarazione di principio per i padri costituenti, oramai è diventato solo un auspicio. Amaro, per altro. Il lavoro, troppo spesso, da diritto si è trasformato in privilegio: il terreno fertile di ogni disparità sociale. Proprio a questa contraddizione sopraggiunta, il Teatro di Roma ha deciso di dedicare il suo progetto speciale intitolato Ritratto di una Nazione (“L’Italia al lavoro”), una serie di spettacoli la cui prima parte è ora in scena al Teatro Argentina (la seconda è prevista per il prossimo anno), che però avrà una coda di sicuro interesse alla fine di questa stagione, sul medesimo palcoscenico, con una riduzione teatrale del Capitale di Karl Marx che si annuncia quanto meno singolare.
Dunque, fino a sabato sarà possibile vedere dieci quadri (più un prologo scritto per l’occasione da Elfriede Jelinek, la drammaturga austriaca premio Nobel per la Letteratura nel 2004, interpretato magistralmente da Maddalena Crippa) ciascuno dedicato a una differente connotazione regionale: in tutto, cinque ore di spettacolo, dalle ore 19 in poi. Tutti i testi sono stati espressamente commissionati da Antonio Calbi, direttore del Teatro di Roma e curatore di questo progetto insieme al regista Fabrizio Arcuri.
Si va dalla Fincantieri di Monfalcone raccontata in Etnorama 34074 dalla friulana Marta Cuscunà, alla tragedia di Lampedusa secondo Davide Enia in Appunti per un naufragio; dal berlusconismo di ritorno raccontato da Renato Gabrielli in Redenzione, alla crisi vista da Castrovillari in 30 minuti di Saverio La Ruina; dalla Puglia intrecciata di storie operaie in Pane all’acquasale di Alessandro Leogrande, alla nuova Brescello di Marco Martinelli (Saluti da Brescello); dalla Sardegna di Michela Murgia (Festa nazionale, sull’indotto delle basi militari americane), all’emergenza Petrolio in Lucania di Ulderico Pesce; dalla new economy veneta di Vitaliano Trevisan per finire con una amara riflessione sulla caduta del mito del sindacato in Meccanicosmo di Wu Ming 2 e Ivan Brentari.
Insomma, viene fuori il Ritratto di una Nazione unificata quasi esclusivamente dall’emergenza lavoro: non è solo un problema di diritti e di qualità della vita, ma anche proprio di riconoscimento identitario collettivo. Prendiamo il quadro scritto e interpretato da Saverio La Ruina: i trenta minuti del titolo sono quelli che i vecchi impiegavano per attraversare il corso di Castrovillari, un tempo che comprendeva la necessità di incontrare, conoscere, consumare. Oggi, invece, i giovani di Castrovillari impiegano al massimo due minuti per fare lo stesso tragitto, con una conseguente, evidente perdita di identità comune, oltre che con evidente danno per i commercianti… Insomma, il lavoro ha smesso di assolvere quella funzione di collante sociale che aveva in passato (Meccanicosmo, sulle vecchie lotte sindacali alla Breda di Milano lo dimostra bene) ed è diventato una componente critica della vita sociale, snodo di divisioni non più tra classi ma quasi tra “buoni e cattivi”: non è più elemento inclusivo bensì qualcosa che produce esclusione. Insomma, la maratona organizzata all’Argentina dal Teatro di Roma dimostra una realtà difficile da digerire: l’Italia vorrebbe essere una repubblica fondata sul lavoro.
Andrea Ottieri
























