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Home - Notizie del giorno - Crisi superata, “si volta pagina”: l’agenda ambiziosa di Obama

Crisi superata, “si volta pagina”: l’agenda ambiziosa di Obama

21 Gennaio 2015
in Notizie del giorno

“Questa sera si volta pagina”, ma per “iniziare un nuovo capitolo” Obama ha bisogno dei numeri, quelli di un Congresso a maggioranza repubblicana. E il presidente per questo nel suo discorso sullo stato dell’Unione tenuto quando in Italia era notte fonda ha chiesto che si “lavori insieme, da subito” cercando di far crescere gli Stati Uniti e di trovare un punto comune.

Il sesto discorso del presidente davanti al Congresso in seduta plenaria (il penultimo della sua storia alla Casa Bianca) è iniziato con questo cambio di passo, mettendo l’accento sulle cose fatte, sui dati “sul superamento della crisi economica”, ma soprattutto sulla classe media.

E infatti i provvedimenti per i quali Obama chiederà sostegno al parlamento sono tutti rivolti in questa direzione. Ha chiesto al Congresso di aiutarlo a rendere le università pubbliche gratuite, migliorare l’istruzione dei bambini e l’assistenza all’infanzia e infine imporre più tasse ai più ricchi e alle grandi istituzioni finanziarie. Una richiesta di collaborazione: dobbiamo farlo per il Paese, dobbiamo trovare un punto in comune.

Per questo ha proposto una serie di riforme per favorire la crescita: “Questo significa aiutare questa gente ad avere assistenza all’infanzia, college, assistenza sanitaria e pensioni – e il mio budget darà una risposta a ognuno di questi problemi, abbassando le tasse alle famiglie di lavoratori e portando migliaia di dollari nel loro portafoglio ogni anno”, ha ricordatoObama, prestando fede a quanto anticipato negli scorsi giorni.

Il presidente americano ha anche parlato della questione razziale, dei casi di Ferguson e di New York. Dobbiamo riformare il “sistema giudiziario americano”, ha detto, perché l’America non deve essere “dei bianchi o dei neri” ma di tutti. Ma anche di nuove regole per Wall Street e di una riforma dell’immigrazione, punto focale degli ultimi suoi due anni di presidenza, che di sicuro troverà un muro sul fronte repubblicano.

Obama ha anche toccato temi di politica estera. Da un parte ricordando che “staremo dalla parte delle persone colpite dal terrorismo, da una scuola in Pakistan a Parigi”, ha detto Obamaparlando della minaccia dello Stato islamico. Dall’altra ricordando l’importanza delle sanzioni contro Mosca per la questione dell’Ucraina. “Oggi la Russia è isolata”. E ancora, come anticipato nei giorni scorsi nel suo incontro con il premier britannico David Cameron, ha parlato dell’Iran, chiedendo al Congresso di non approvare nuove sanzioni che potrebbero “far naufragare i colloqui” con Teheran.

Infine Obama ha parlato di inquinamento e di surriscaldamento del pianeta, lanciando anche un frecciata contro Keystone XL, l’oleodotto che collegherà il Canada al Golfo del Messico. “Le imprese del 21° secolo hanno bisogno di infrastrutture del 21° secolo – porti moderni, ponti forti, treni più veloci e internet veloce. Democratici e repubblicani sono soliti convenire su questo. Quindi cerchiamo di portare il nostro sguardo oltre un singolo oleodotto”, ha detto Obama.

Applausi dalla platea, pochi fischi, quasi impercettibili, e un unico tema ricorrente. “Siamo una famiglia unita”, che dopo essere passata attraverso periodi difficili ora ha bisogno di un scrivere un nuovo capitolo.

Un esercizio di retorica e una dimostrazione di forza. Ma il discorso sullo Stato dell’Unione pronunciato da Obama davanti al Congresso “lascia aperte domande sull’inutilità di obiettivi improbabili”. Per il New York Times, infatti, il presidente vedrà sulla sua scrivania ritornare pochissime delle proposte avanzata nel corso del suo discorso.

Questo perché il Congresso a maggioranza repubblicana (nonostante i buoni propositi e la richiesta di lavorare insieme) non potrà convenire con il presidente su temi come la riforma dell’immigrazione o l’aumento delle tasse ai ricchi per favorire la classe media.

Il quotidiano di New York parla di “inutile spreco di tempo e di atto per rimarcare la sua forte leadership”. Nulla di più, soprattutto vista la situazione politica che dovrà affrontareObama negli ultimi due anni alla Casa Bianca.

Proprio su questo tema il Washington Post fa un passo avanti sostenendo che Obama – dopo il suo discorso – dovrà contare su altre misure per portare a termine la sua agenda: da una parte gli ordini esecutivi e dall’altra le sponde al di fuori di Washington.

I repubblicani hanno fatto commentare il discorso a Joni Ernst, la senatrice dell’Iowa nota per le sue posizioni conservatrici. Ernst ha aperto alla collaborazione con i democratici ricordando tuttavia che il Grand old party continua a lavorare per fermare l’Obamacare e per passare un budget bilanciato “con riforme significative e non con più tasse”.

Ogni presidente – ha scritto il New York Times – presenta le sue idee allo stato dell’Unione sapendo che non trionferà, ma tentando di creare un dibattito, aprire un passaggio, segnare una linea contro gli avversari o preparare la strada alle azioni future. “Ma raramente la distanza tra il presidente e il Congresso è sembrata così grande come quando Obama ha presentato un piano che si muove nella direzione opposta al mandato esposto dai repubblicani dopo la vittoria di novembre”.

Un Obama che non segue la dottrina di Bill Clinton, che cercò di portare il suo discorso molto vicino a quello dei repubblicani su temi come la giustizia e il welfare. Il presidente ha tenuto fede ai suoi valori liberal. Ed è sembrato molto più simile a George W. Bush che nel 2006 parlò a un Congresso completamente democratico. Bush aveva in quella occasione ignorato le richieste democratiche di porre fine alla guerra in Iraq, inviando invece più militari. E agendo in modo unilaterale. Forse l’unica ricetta con la quale Obama può sperare di portare a termine la sua ambiziosa agenda. Retorica a parte.

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