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Home - Blog - Dall’emergenza alla ripartenza

Dall’emergenza alla ripartenza

di Paolo Pirani
18 Maggio 2020
in Blog
Dall’emergenza alla ripartenza

di Emanuele Ghiani https://twitter.com/GhianiEmanuele

“Nell’emergenza l’uomo da il meglio ed il peggio di sé” osservava argutamente Roberto Gervaso: L’Italia come al solito in questa tremenda epidemia si è collocata a mezza via. Purtroppo il virus ha colpito duramente proprio mentre eravamo in una fase di faticosi compromessi politici e di crescente disorientamento sociale. Ma non sono tempi per abbattersi: abbiamo le energie per risollevarci. Basta evitare di vivere come se l’emergenza fosse al tempo stesso un incubo ed un destino. Dobbiamo sapere guardare oltre, ritrovare la forza per individuare politiche economiche e sociali che col tempo sappiano disegnare nuovamente un’idea compiuta di Paese che ora non c’è.

Ma è proprio ora che dobbiamo determinare i capisaldi della nostra azione sapendo che avremo a che fare nei prossimi mesi con l’emergere in tutta evidenza dei pesanti danni di questa forzata fermata dell’economia. Ed evidentemente il nodo del lavoro sarà quello che dovrà avere la priorità. La crisi esplosa in queste settimane, lo hanno sottolineati diversi economisti, è crisi di domanda e di offerta. Un terremoto mai visto. Apparentemente mercati e capitali sono rimasti intatti, ma ovviamente questa situazione non può durare per molto. E questa volta l’economia reale ha subito in pieno lo tsunami della epidemia, con la conseguenza che sono servite, servono e serviranno iniezioni di liquidità alle imprese ed alle famiglie. E ciò comporta, ne dobbiamo essere consapevoli, un aggravamento dell’indebitamento pubblico che dovremo scontare nei prossimi anni per non lasciarlo in eredità alle prossime generazioni, indebolendo il nostro Paese. Ma l’unico modo per non essere colpevoli di un lascito di miseria è quello di attrezzarci senza perdere tempo per realizzare una nuova e diversa stagione economica.

Una crisi del genere dovrebbe essere gestita a livello europeo, non c’è dubbio. Quella dell’Europa  dovrebbe essere la vera titolarità. Se solo vogliamo toccare il tasto disoccupazione infatti, osserviamo che Francia e Germania da sole stanno assistendo venti milioni di persone con  meccanismi simili ai nostri ammortizzatori e con la prospettiva di dover immettere altre risorse cospicue per i prossimi mesi. Una politica del lavoro europea, va da sé, sarebbe perfino urgente. Ma non possiamo sperarci più di tanto.

L’altro grande problema è come rimettere ai nastri di partenza le imprese, evitando ulteriori divari fra realtà produttive. Ed uno dei nodi più complessi resta per noi proprio quello del rapporto banche-imprese. Quelle francesi hanno erogato ad esempio alle loro Pmi già 38 miliardi di euro, i tedeschi 22. Noi 17 miliardi, non pochi, ma i ritardi ci sono e si fanno sentire proprio quando è toccata al nostro sistema economico la prova più dura. Questo cosa vuol dire? Ancora una volta la scelta migliore sarebbe stata ed è quella di una politica economica di sostegno all’economia reale di carattere europeo, rapida e solidale. Ma le diffidenze di…opinioni ben note stanno ostacolando fortemente questa prospettiva.

Ma c’è un terzo elemento di riflessione che può essere molto utile in questa difficilissima situazione: e sarebbe lo sforzo per sostenere al meglio le filiere di valore che esistono in Europa e nei singoli Paesi. Riducendo le bramosie di controllo e di “campagne acquisti” e ritrovando quelle capacità di cooperazione che l’Europa degli anni ’50 aveva cominciato a conoscere. Ma che purtroppo appare dimenticata.

Il contesto europeo non va citato tanto perché come al solito si devono fare i conti con i nazionalismi  ed i populismi. Ma perché molto probabilmente lo scenario dell’economia mondiale che uscirà dalla pandemia potrebbe risultare molto più complesso di prima, con maggiori tensioni, con un fenomeno, solo per citarne uno, di rilocalizzazioni delle attività del tutto inedito e che deriverà dalla frammentazione dell’attuale ordine economico mondiale. In più si dovrà fare i conti con una incognita di non poco conto: vale a dire il ruolo che la Cina intenderà esercitare e sul quale già si esercitano i politologi e gli economisti.

Paradossalmente un forte contributo alla ripresa di ruolo, auspicabile, dell’Europa dovrebbe giungere da un nuovo rapporto fra Stato ed economia.
Ed in questo senso sarebbe decisivo per il nostro Paese che questo ruolo risultasse al più presto ben definito per indicare la direzione di marcia futura che vada oltre la urgente gestione della attuale emergenza. Vanno indicate senza esitazioni le direttrici indispensabili per cogliere l’opportunità di gettare nuove basi per lo sviluppo economico e sociale del futuro. E vanno consolidate alcune filiere di riferimento che devono supportare questo impegno verso un progetto Paese che sia credibile e solido. 

Una prima direttrice non può che essere quella legata alla salute. Mes o non Mes, ma quelle risorse potrebbero essere utili, sappiamo quanto sia importante investire, razionalizzare e promuovere la ricerca come mai è stato fatto in un sistema sanitario che va ripensato dalle radici. Del resto abbiamo la industria farmaceutica migliore d’Europa e scopriamo ad ogni piè sospinto che possiamo contare intelligenze scientifiche in casa come pure sparse qua e là per il mondo. Si tratta di un lavoro di lungo periodo ma del quale non possiamo fare a meno.

La seconda direttrice è quella richiamata più volte anche nel dibattito politico sulla  green economy. Mai come in questo caso ci sarebbe bisogno di concertare una strategia di ampio respiro. Non basta far calare dall’alto qualche provvedimento per l’efficientamento energetico. Si tratta invece di costruire con un ampio concorso  di forze,  compreso il sindacato, e di competenze, un percorso che faccia seguito ad un progetto condiviso e sottratto alle convenienze politiche del momento.

E veniamo alla filiera agroalimentare. Il suo collegamento con l’ambiente e l’industria dovrà essere sempre più stretto, ma non si può risolvere solo con i necessari incentivi. Questo di cui stiamo parlando è un vero e proprio sistema economico che va reso un pilastro della nostra economia e valorizzato in una logica di reti con il supporto di una sapiente evoluzione tecnologica.

E’ indubbio che inoltre vadano recuperati volani più tradizionali ma non per questo meno preziosi come la ripartenza delle opere pubbliche che possono essere oltremodo utili non solo per mettere in sicurezza il territorio ma anche per far progredire la green economy. Ma una svolta deve esserci, sena lo Stato impossibile da farsi, nel concepire ed attuare una nuova stagione di crescita, senza lasciare indietro per l’enneisma volta le regioni del Mezzogiorno. Va dato vita ad un progetto pluriennale di moderne reti Infrastrutturali, garantendo convenienze economiche a chi investe anche per il motivo che probabilmente dopo questa pandemia una parte più consistente di risorse locali sarà utilizzata dagli apparati produttivi.

Lo Stato ha dunque d’ora in poi un ruolo cruciale. Non può essere quello solo di rimettere in mare una nave ristrutturata alla ben e meglio dopo una tempesta. Ma deve sapere indicare la rotta ed offrire la sua assistenza per garantire la navigazione. Questo non vuole dire entrare nel capitale delle imprese, quando semmai si dovrebbe favorire la partecipazione dei lavoratori; vuol dire invece, ad esempio,  un gigantesco lavoro di riorganizzazione burocratica, pari al momento che il Paese sta vivendo.

Certo, nelle prossime settimane si tornerà a parlare di manovra, di cose che non vanno, di scelte utili ma da perfezionare. E probabilmente di Europa con un certo…batticuore. Sta alla politica dimostrare di saper uscire dalle polemiche frustranti di questi giorni e ritrovare una dimensione del confronto che non ci faccia ripartire in Europa dalle solite posizioni di retroguardia. In altri Paesi la dialettica politica fra forze di Governo e di opposizioni è stata meno “misera” di quella che abbiamo registrato da noi. Abbiamo tutti un obiettivo che non si può aggirare: lavorare sodo per restituire al Paese competitività e una pur minima serenità sociale. Sarebbe ora di recuperare il meglio che abbiamo in termini di proposte, assunzioni di responsabilità, risorse culturali e politiche per fronteggiare un periodo ancora molto accidentato, ma lungo il quale sarà sempre più chiaro che non possiamo fallire. E di mantenere un costante rapporto con le forze che da sempre, come i corpi intermedi, hanno il polso della situazione, agiscono nelle attività di lavoro, sono nella vita sociale con i loro servizi. E possono dare un contributo molto costruttivo all’impegno per lasciarsi alle spalle questo terribile periodo.      

Paolo Pirani

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