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Home - Approfondimenti - Interviste - De Biasi, Diamo finalmente un ruolo centrale al contratto di azienda

De Biasi, Diamo finalmente un ruolo centrale al contratto di azienda

di Massimo Mascini
29 Maggio 2020
in Interviste

Pietro De Biasi, il responsabile delle relazioni industriali di FCA, guarda con molta positività a una grande trattativa interconfederale che avvii la fase della ripresa economica. Sempre a suo avviso in presenza di forti difficoltà economiche, come quelle che si prospettano, le parti sociali dovrebbero cercare di unire gli sforzi annullando le differenze. Il suo timore è che questa sia però l’occasione per dare forza e centralità al contratto nazionale. Le ultime proposte legislative in materia di rappresentanza, ricorda, andavano proprio verso l’attribuzione di un valore erga omnes per i contratti nazionali, che snaturerebbero lo stesso concetto di contratto quale strumento privatistico.

De Biasi crede sia opportuna una trattativa interconfederale tra le parti sociali per avviare la difficile fase di ripresa economica che ci attende?

In linea di principio, è certamente una cosa utile e auspicabile che ci sia un confronto a livello confederale, ai massimi livelli. Servirebbe per gestire o provare a gestire in misura condivisa le conseguenze, che purtroppo saranno pesanti, della crisi pandemica, e quindi cercare di gestire tutte le ricadute più negative in maniera condivisa. Si potrebbe così cercare di individuare i percorsi, le strade da seguire per attenuare le conseguenze della pandemia e preparare nel modo migliore possibile la ripresa, che auspicabilmente arriverà prima possibile, ma purtroppo questo è solo un auspicio, dato che la situazione è ancora molto difficile.

Non sarebbe la prima volta che ciò accade.

No, nelle situazioni di grave crisi tutte le parti dovrebbero sempre fare uno sforzo per cercare di trovare percorsi di intesa invece di sottolineare le differenze che pure indubbiamente ci sono. Per questo ritengo sia cosa buona e giusta, ma si deve passare dagli auspici ai fatti, cosa peraltro estremamente complessa. Ma è necessario provarci, per riuscire a determinare uno sforzo di coesione come risposta a un’emergenza gravissima, già in corso, ma che in un’ottica economica si aggraverà nei prossimi mesi.

Questa trattativa interconfederale potrebbe essere l’occasione per una discussione sulla struttura della contrattazione, magari con l’obiettivo di dare più spazio a quella aziendale rispetto alle trattative nazionali di categoria?

La struttura della contrattazione potrebbe essere uno degli argomenti di questa trattativa interconfederale. In realtà credo che questo non dovrebbe essere un argomento contrale di questa trattativa considerando le difficoltà che ci sono davanti. Ma è certamente uno degli elementi da discutere. Sarebbe però necessario avere consapevolezza del fatto che il sistema italiano è ormai l’unico in Europa che preveda una dimensione, un peso, sia qualitativo che quantitativo, enorme in capo al contratto nazionale. E mi ha sempre molto preoccupato che non ci sia stato nessun processo in questi ultimi anni, per non parlare di decadi, di alleggerimento del peso del contratto nazionale. Semmai è accaduto l’opposto. Anche le ultime proposte legislative prima della pandemia in tema di rappresentanza avevano come presupposto un ulteriore rafforzamento del contratto nazionale, fino a dargli validità erga omnes e trasformandolo così in qualcosa di paragonabile a una norma di legge. E in questo modo mutandone formalmente anche la sua natura di contratto tra le parti, quindi di strumento privatistico, di diritto civile. L’obiettivo era quello, rafforzare ulteriormente il contratto nazionale rispetto alla contrattazione aziendale, un percorso diametralmente inverso rispetto a quello che invece negli ultimi anni hanno seguito altri paesi europei come Spagna e Francia.

Precedenti importanti?

Interventi espliciti nei loro obiettivi. Il problema è sapere se si vuole davvero andare a un rafforzamento della contrattazione aziendale rispetto a quella nazionale, e sottolineo davvero perché la retorica su questo dura da almeno venti anni, alla quale però corrispondono iniziative di segno opposto. Se si vuole fare un vero passo in questa direzione ci sono questi esempi, soprattutto quello spagnolo dove nel 2012 è stato unificato il sistema delle fonti dando priorità alla contrattazione aziendale. Questo è il modo per dare priorità al sistema di contrattazione aziendale e affidare un ruolo sussidiario e di garanzia al contratto nazionale, cosa mai fatta in Italia. Spero ci sia un’iniziativa in tal senso, e comunque poi sarebbe necessario verificare con attenzione come questa venisse declinata perché troppe volte si è detta una cosa e se ne è fatta un’altra.

Voi lo avete fatto, affrontando così, e risolvendo, i vostri problemi di fondo.

Lo abbiamo potuto fare perché il contratto nazionale è ancora uno strumento di natura privatistica, non è norma di legge e quindi è stato possibile per noi uscire dal contratto nazionale. Ma se dovessero andare in porto quelle iniziative legislative sul tema della rappresentanza questo non sarebbe più possibile o almeno non nei termini in cui lo abbiamo fatto noi. Ma anche solo questo timore dimostra che il percorso in essere è contrario al rafforzamento del contratto aziendale e punta invece a far crescere il ruolo del contratto nazionale. Spero che questo percorso venga fermato e invertito.

In queste settimane si discute molto di un possibile ingresso dello Stato nella proprietà di alcune aziende, anche solo per aiutarle nella diversificazione, nello sviluppo. Lei ritiene che ciò sia possibile?

In astratto è possibile. Può accadere che ci siano aziende di grande rilevanza che non hanno più capacità in questa congiuntura difficilissima di sopravvivere autonomamente ma hanno una rilevanza strategica. In questi casi un ingresso temporaneo dello Stato in astratto può avere senso. Questo però presuppone che esista una vera politica industriale, che lo Stato sappia cosa fare una volta entrato nella proprietà dell’impresa. Vediamo il caso dell’azienda più nota in questo momento, l’Ilva: prima di tutto servirebbe sapere cosa farne, quale politica industriale seguire per questa azienda, altrimenti sarebbe solo un salvataggio. Come per l’Alitalia, dove l’intervento è stato continuo da tanti anni e ha avuto come unico effetto la distruzione di qualsiasi strategia industriale ed è costato al contribuente una valanga di soldi. Quindi un intervento temporaneo in astratto si può configurare, ma solo se si ha una chiara visione di politica industriale, se si sa che cosa si vuole fare. L’esempio dell’Alitalia dice proprio il contrario.


Massimo Mascini

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