La Commissione europea ha annunciato la settimana scorsa di voler inserire nella sua Agenda per la creazione di un mercato unico del lavoro nella Ue il salario minimo per tutti gli stati membri.
Chiediamo a Fausto Durante, responsabile del segretariato Europa della Cgil, di commentare la posizione di Bruxelles.
Durante, cosa pensa del salario minino europeo?
Non è una buona idea e non sarebbe il ben venuto tra i sindacati.
Perché siete contrari?
C’è più di un motivo. Innanzitutto per una ragione di metodo, perché il salario minimo non è presente in tutta Europa. Estendendolo anche a Paesi, come l’Italia, in cui è assente si sceglierebbe di privilegiare uno strumento di governo della politica retributiva che è controverso e non omogeneamente diffuso. Poi non tiene conto del fatto che tra i paesi che fanno parte dell’Unione esiste una diversa ispirazione e tradizione sindacale rispetto al valore della contrattazione collettiva.
In Italia, ad esempio, ridurrebbe il ruolo del sindacato.
Assolutamente sì, il salario è il cuore della contrattazione, uno dei capisaldi della negoziazione. Non sarebbe accettabile un intervento esterno da parte delle autorità europee che metta in discussione l’autonomia della contrattazione collettiva e il potere negoziale delle parti.
Cisl e Uil sarebbero d’accordo con la sua posizione?
Sicuramente condividerebbero.
Ci sono altri motivi per cui rifiutate questo intervento?
Sì, come Cgil non siamo tranquilli rispetto agli orientamenti prevalenti in ambito europeo sulle questioni che riguardano il lavoro. L’impostazione generale della maggioranza della Commissione Ue è piuttosto conservatrice e temiamo che anche un intervento sul salario minimo possa rientrare nella politica di rigore e autorità che sta indebolendo l’economia.























