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Home - Approfondimenti - Analisi - Europa: più uniti ma non (più) unanimi. Rischi e opportunità della proposta di Ursula von der Leyen al parlamento di Strasburgo

Europa: più uniti ma non (più) unanimi. Rischi e opportunità della proposta di Ursula von der Leyen al parlamento di Strasburgo

di Marianna Clelia Fazzolari
11 Settembre 2025
in Analisi
La “lista della spesa” di von der Leyen non convince il Parlamento Ue: freddezza e qualche contestazione per il discorso sullo Stato dell’Unione. Unica novità (applaudita) lo stop a Israele

A Strasburgo, mercoledì 10 settembre, suona poco dopo le 9:00 la campanella del rientro a scuola nell’aula della seduta plenaria del Parlamento europeo. Suona con l’inizio del lungo discorso di Ursula Von der Leyen sullo stato dell’Unione, l’appuntamento che si tiene ogni anno a settembre: un po’ come a dire “tutti ai propri banchi”, l’estate è finita. E stavolta possiamo dire, pur senza essere meteorologi, che quella appena finita è davvero “l’estate più calda degli ultimi anni”. Un po’ come l’estate seguente si presenta come più calda di quella prima, e di quella prima ancora, proprio quando noi tutti pensavamo ormai di averne viste abbastanza, ecco che Von der Leyen si trova a dover tenere il suo discorso all’apice delle quarantotto ore più schizofreniche dell’intera stagione. “Potrebbe piovere”, per citare Mel Brooks. Effettivamente, almeno qui, è successo anche quello.

Nell’illustrare la sua visione del futuro dell’Unione sono stati tanti i temi che la Presidente della Commissione Europea ha dovuto toccare, e probabilmente dopo aver passato la notte a rimettere mano in continuazione al proprio discorso, per stare al passo con i continui sviluppi del tutto imprevisti. Il prodotto finale è la presentazione di una fittissima agenda di impegni, che vedrà l’Unione Europea muoversi su più fronti per tentare di tornare protagonista dello scenario internazionale.

Nonostante i toni decisi e la natura tutto sommato innovativa dei contenuti, il discorso della Von der Leyen non ha potuto riscuotere, finora, l’attenzione che avrebbe meritato; un po’ perché – possiamo ammetterlo – lo stato dell’Unione è un appuntamento atteso più dagli addetti ai lavori che dall’opinione pubblica. Ma un po’ anche perché la schizofrenia degli eventi è proseguita anche nelle ore successive al discorso, e la portata di quanto accade in varie parti del mondo, ormai, è tale da non sapere più da che parte guardare. Mala tempora currunt.

E quindi, tornando al punto: come può l’Europa riuscire non solo a restare a galla, ma anzi ripromettersi di tornare protagonista? Con quello che, in prima battuta, appare come un forte appello di von der Leyen all’unità tra gli Stati membri, tra le istituzioni e tra le forze democratiche europeiste che le compongono. Ingenuamente, anche solo per una questione di assonanza, si potrebbe associare l’unità – dell’Unione – alla sua unanimità. Invece è esattamente il contrario. Quello che Ursula Von der Leyen propone è infatti di uscire dall’immobilismo europeo liberandoci “dalle catene dell’unanimità”: ma proprio in senso letterale, e cioè passando al requisito della maggioranza qualificata nel processo decisionale di alcuni ambiti. Tuttavia, dei diversi settori considerati strategici per cui attualmente sia il TUE che il TFUE (rispettivamente Trattato sull’Unione Europea e Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea, ovvero i testi sacri che disciplinano gli ingranaggi dell’organizzazione) prevedono l’unanimità, Von der Leyen ne cita in verità uno solo: la politica estera.

Per politica estera dell’Unione – o PESC, Politica estera e di sicurezza comune, per i più tecnici – si intendono “tutti i settori della politica estera e tutte le questioni relative alla sicurezza dell’Unione, compresa la definizione progressiva di una politica di difesa comune che può condurre a una difesa comune”. La PESC, sempre secondo i Trattati, viene definita e attuata dal Consiglio europeo e dal Consiglio che deliberano all’unanimità, e poi messa in atto dall’Alto rappresentante dell’Unione (a sua volta membro della Commissione Ue). Prosegue l’articolo 24 del TUE: “gli Stati membri sostengono attivamente e senza riserve la politica estera e di sicurezza dell’Unione in uno spirito di lealtà e di solidarietà reciproca, e rispettano l’azione dell’Unione in questo settore”. Per maggioranza qualificata, invece, si intende il numero minimo di voti che il Consiglio deve raggiungere per poter adottare una decisione. Questa maggioranza varia a seconda di chi presenta la proposta, con un meccanismo di doppio requisito nel caso in cui a farlo siano la Commissione o l’Alto rappresentante: in questo caso è sufficiente il 55% degli Stati membri, purché questi rappresentino almeno il 65% della popolazione totale dell’UE.

Fin dalla sua costituzione nel secondo dopoguerra, l’assetto istituzionale europeo è stato viziato da un doppio spirito: da una parte l’ingenuo ottimismo di pensare che, essendo ancora in pochi, gli interessi nazionali non avrebbero prevaricato quello europeo; dall’altra, un sistema di check and balances e poteri mescolati tra loro, a tutela di tutte le parti. Del resto, in quello stesso periodo, quel sistema coincideva con gli sforzi di ricostruzione democratica che gli Stati fondatori stavano attuando sul piano interno attraverso le Costituzioni.

Ma dopo anni, ormai decenni, di critiche all’Europa e alla sua impasse, in buona parte causata proprio dal suo assetto istituzionale, spesso trasformatosi in un gigantesco Moloch per via di quegli stessi check and balances messi a proteggerla, ecco che l’unica soluzione sembra essere quella di rimuoverli. L’eliminazione dell’unanimità, si sostiene, permetterebbe a tutti di procedere a passo più svelto, di essere più concreti e incisivi, superando i rallentamenti causati dai bastian contrari: con l’obiettivo – sottolinea Von der Leyen – di “rafforzare la maggioranza democratica europeista”.

Uscendo per un attimo dai tecnicismi, questa affermazione apre ad ulteriori riflessioni di più ampio respiro. Si può davvero considerare la strada giusta da percorrere quella di fare ricorso alla votazione a maggioranza, seppur qualificata, considerata uno strumento molto più democratico dell’unanimità, nonostante il suo carattere per sua natura più escludente, al fine di uscire dall’impossibilità di mettersi d’accordo in un processo decisionale? Sì. Perché, afferma Von der Leyen, la maggioranza democratica europeista è “l’unica che può fare la differenza per gli europei” ed è in virtù di questo bene superiore che si può considerare legittimo eliminare il vincolo.

Lo stato dell’Unione, però, ha tra i suoi obiettivi quello di esporre la visione del futuro dell’Unione stessa, che in verità sembra scricchiolare. L’Europa di oggi fa lo slalom tra crisi di varia natura e si trova a fronteggiare nuovi conflitti che peggiorano di giorno in giorno, tensioni sociali al loro apice, in un’epoca in cui si è tornati a sparare ai rappresentanti di un’area politica che non ti rappresenta: ancora prima dell’omicidio di Charlie Kirk e dei tentati omicidi di Donald Trump, Robert Fico e Melissa Hortman, ci tengo a ricordare anche la deputata laburista Jo Cox, e lo sgomento che ci colse quando fu assassinata a Leeds nell’ormai lontano 2016, a pochi giorni dal referendum sulla Brexit.

In questo clima che non sembra migliorare, in cui i populismi sembrano ormai ben consolidati (alcuni sono divenuti quasi mainstream), in cui stiamo riscoprendo l’ebbrezza di non poter dare più nulla per scontato come eravamo stati abituati negli ultimi ottant’anni, sembra quasi lecito domandarsi: è davvero questa la soluzione più lungimirante per il bene dell’Europa? E cosa succederà se (o quando) non sarà più una maggioranza europeista a decidere?

Qualcuno potrebbe rispondere: è la democrazia, bellezza!

Marianna Fazzolari

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