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Home - Approfondimenti - Analisi - Flessibilità senza deregulation

Flessibilità senza deregulation

di Raffaella Vitulano
25 Marzo 2002
in Analisi

Raffaella Vitulano

“Chi frena le riforme è contro l’Europa”, aveva scritto Marco Biagi in sintesi in un articolo sul Sole 24 Ore il giorno prima di essere ucciso. Era un articolo di commento al vertice di Barcellona, e qualunque analisi del summit appare oggi a un tempo drammaticamente superata dagli eventi, ma terribilmente attuale nella contestualizzazione europea.
Il vertice di Barcellona ha in effetti impresso un’accelerazione forte alle riforme,  il documento di 30 pagine lo conferma in ogni nota. E tuttavia boccia una deregulation che smantelli il modello sociale europeo, puntando dritto alla flexecurity, la flessibilità dell’impiego associata alla sicurezza del e nel posto di lavoro, esigenza sottolineata da Francia, Germania e Portogallo, forse anche perché ansiose di raccogliere consensi pre-elettorali.
L’Unione europea chiede ai Quindici di eliminare “gli ostacoli e i disincentivi a entrare o rimanere nel mondo del lavoro”, ma non inneggia ai licenziamenti selvaggi. Basti ricordare il documento che a metà gennaio la Commissione europea  aveva prodotto in materia di scalate, fusioni, e ristrutturazioni di massa. Vere e proprie regole ai licenziamenti sono state in sostanza dettate alle imprese – soprattutto multinazionali – e non c’è dubbio che la procedura di consultazione cui l’esecutivo comunitario invita le parti sociali sia destinata ad innescare un vivace dibattito. Due, tra gli altri, i concetti che emergono con chiarezza: licenziare “solo se necessario” e, in tal caso, invito all’azienda di aiutare il dipendente nella ricerca di nuova occupazione oppure nel tentativo di mettersi in proprio, ferme restando le pratiche di equo indennizzo e congruo periodo di preavviso. Da Bruxelles veniva dunque un appello ad immettere su binari precisi un tipo di dialogo sociale che rafforzi l’efficacia delle misure di ristrutturazione e ne minimizzi i costi. Iniziativa accolta con poco entusiasmo dagli imprenditori, ma che Barcellona sembra confermare, proprio nello spirito del dialogo sociale.
Il documento conclusivo di Barcellona fa infatti esplicito riferimento al fatto che “uno Stato sociale dinamico dovrebbe incoraggiare la gente a lavorare, poiché un’occupazione offre la miglior garanzia contro l’esclusione sociale”, ed auspica “un maggiore coinvolgimento dei lavoratori nei cambiamenti che li riguardano. A tale proposito il Consiglio europeo invita le parti sociali a ricercare le modalità per una migliore gestione della ristrutturazione aziendale attraverso il dialogo e un’impostazione a carattere preventivo e le invita ad impegnarsi attivamente in uno scambio di buone prassi per quanto riguarda la ristrutturazione industriale”. Barcellona invita inoltre le parti sociali a presentare, in materia di occupazione,  una relazione annuale  sui loro contributi sia a livello nazionale, nei piani per l’occupazione, sia a livello europeo, presentandola direttamente al vertice sociale che precede il consiglio di primavera. Una valutazione intermedia nel 2006 verificherà poi che entro il 2010 sia davvero possibile aumentare il nostro paniere di ben 20 milioni di posti di lavoro. Il vertice di Barcellona fissa alcune date, ma anche in questo caso le scadenze elettorali di Svezia e Olanda potrebbero ribaltarle o diluirle.  E il rischio è che il tanto auspicato sorpasso dell’economia Ue sugli Stati Uniti non avrà mai luogo, considerando anche il processo d’allargamento e i tempi biblici della Convenzione per le riforme istituzionali.
Barcellona spinge per maggiore flessibilità nei mercati del lavoro. E’ uno dei punti essenziali della strategia per l’occupazione e la competitività adottata al vertice di Barcellona, per rilanciare il processo riformatore partito a Lisbona due anni fa. Nelle conclusioni finali si legge, in particolare, che è essenziale che “le istituzioni nazionali per il lavoro ed i sistemi di contrattazione collettiva, rispettando l’autonomia delle parti sociali, tengano conto della relazione fra le evoluzioni salariali e le condizioni dei mercati del lavoro, permettendo una maggiore differenziazione dei salari a seconda dei differenziali di produttività e di qualifiche”. E al fine di “stabilire un equilibrio adeguato tra la flessibilità e la sicurezza”, gli Stati membri, inoltre, dovranno “rivedere la regolamentazione sui contratti di lavoro” per favorire la creazione di posti di lavoro. Sempre nell’ottica di snellire le regole sul lavoro, i Quindici hanno anche dato via libera al “piano d’azione della Commissione per l’eliminazione degli ostacoli alla mobilità nel mercato europeo del lavoro entro il 2005”, soprattutto nel campo del mutuo riconoscimento dei titoli professionali e della trasferibilità dei diritti pensionistici e di assistenza sanitaria da un paese all’altro. Consentire infine “l’evoluzione dei salari in base agli sviluppi della produttività” è un messaggio chiaro per l’Italia.
Gli strabismi del dibattito in corso sull’Europa e le improprie pagelle di “europeismo” che ne conseguono, rendono difficile parlare del rapporto tra Italia ed Europa senza cadere in luoghi – o polemiche – comuni. L’Ue si lancia  in una strategia ambiziosa anche socialmente, ed è il Consiglio che ne assicura la regìa, cumulando funzioni esecutive e legislative. Per i prossimi anni s’annuncia un’ampia zona di turbolenza perché nessuno sa con esattezza che cosa implicherà l’allargamento, quali dinamiche lo accompagneranno e quali si manifesteranno ad allargamento avvenuto. Non ci sono indicazioni chiare sul se e sul come saranno modificate le regole per l’esigibilità delle regioni in ritardo di sviluppo alle risorse dell’obiettivo 1. Né cosa avverrà con le prospettive finanziarie che dovranno essere adottate a partire dal 2006, ma che saranno discusse almeno due anni prima: si dice che il futuro bilancio Ue potrebbe comprendere un’imposizione diretta comunitaria, il che sarebbe una novità assoluta. Il cronico ritardo della dimensione sociale è comunque solo in parte recuperato dalla prospettiva della piena occupazione di Lisbona e dall’avvio del coordinamento delle politiche per l’inclusione sociale, anche perché si iscrive in un quadro pieno di problemi, in bilico com’è tra un patto di stabilità che ha messo briglie rigide alle finanze pubbliche, uno sviluppo demografico tendente al negativo e una partecipazione al mercato del lavoro del tutto insufficiente, anche perché gravemente insufficiente è il ritmo della crescita. Allora è verosimile che in questo quadro ogni paese tenti di nascondere la sua polvere di deficit sotto il tappeto, per poi ammettere, fra un anno, alla faccia di coerenza e trasparenza, di non aver rispettato gli impegni. Ma a quell’epoca, con la ripresa della crescita – si spera – si potrà di nuovo promettere di far meglio in futuro.
Ecco perché gli esami di europeismo e i proclami di difesa degli interessi nazionali, in questo contesto, lasciano il tempo che trovano. L’Italia ha infatti attuato una serie di politiche positive, in questo decennio, e non grazie a singoli governi, ma alla forza e alla responsabilità negoziale degli attori sociali che hanno trovato, con la strategia di concertazione, soluzioni innovative ed esemplari. Ecco perché oggi appare proprio incomprensibile che mentre il vertice di Barcellona ha chiesto “più Europa” e più partecipazione, da noi si vogliano celebrare i funerali della concertazione. Questo non è più strabismo, è proprio cecità. A Londra, anche Tony Blair dovrà scorciare le maniche. I sindacati britannici criticano le sue politiche del lavoro. John Monks, segretario generale dell’organizzazione che raggruppa i sindacati del Paese – il Trade Union Congress, Tuc, sostiene senza mezzi termini che “la posizione del signor Blair in fatto di legislazione sul lavoro è più a destra rispetto a quella di gran parte dei partiti democratici cristiani di centro-destra europei, i quali credono in una forte cornice sociale dell’Ue”. E aggiunge che Londra “avrà molte difficoltà a vendere l’euro ai lavoratori britannici in mancanza di una dimensione sociale in parallelo”. Poca o nessuna concertazione in Gran Bretagna. Ma i sindacati sfoderano le unghie, e proprio per protestare contro la prevista riforma dei servizi pubblici, il principale sindacato dei dipendenti del settore ha ridotto di recente i suoi finanziamenti al partito laburista di circa 2 milioni di sterline (circa 3,2 milioni di euro) per l’attuale legislatura.
Per trovare equilibri interni e strappare sorrisi e consensi all’Unione, ormai prossima all’allargamento, non bastano ormai certo confezioni-regalo di prosciutto – come quella inviata ad Helsinki da Parma, sua concorrente diretta nella “corsa” alla sede dell’Autorità alimentare europea – né simpatici fuori programma – come le ‘corna’ di Berlusconi nelle foto di gruppo. E di certo, non solo ai governi è affidato il futuro dell’Unione. Infatti, invece di lasciare il metodo quasi  esclusivamente in mano ai governi degli  Stati membri, come in precedenza è accaduto durante le conferenze intergovernative, il processo intrapreso nella Ue sembra supporre  il coinvolgimento anche dei  rappresentanti della cosiddetta “società civile”,  che comprende partners sociali e reti delle organizzazioni non  governative.
Fin  dalle  prime  battute, la  Ces  si  è presentata come un attore decisamente ambizioso. Secondo la Confederazione europea dei sindacati, la riforma dell’Ue deve – per quanto riguarda gli aspetti sociali – essere imperniata su tre grandi assi: la costituzionalizzazione del prossimo trattato europeo che dovrà scaturire direttamente della Cig 2004; i diritti sindacali europei e, in particolare, l’esplicito riconoscimento dei diritti sindacali trasnazionali, in particolare il diritto di sciopero; la realizzazione e lo spiegamento di un sistema europeo di relazioni industriali. La Ces, per rendere credibile la  sua  forte  ambizione, deve poter far conto sugli alleati, mettere a punto e affinare la sua strategia. Paradossalmente,  il  primo  –  e  principale  – alleato potrebbe proprio essere l’Unice. Se si condivide l’idea che i più importanti sviluppi dell’Europa sociale degli anni 90 sono stati il risultato del dialogo sociale europeo – malgrado il suo  recente indebolimento -, bisogna ricordarsi che questo dialogo, nato dall’accordo sociale appena citato, è stato il risultato del contributo dei partner sociali al trattato di Maastricht nel 1991. Contributo che, malgrado la violenta opposizione politica del Regno Unito di John Major, è diventato il cuore stesso dell’Accordo sociale integrato al trattato.
La futura riforma dei trattati sarà inevitabilmente influenzata dall’attuale contesto caratterizzato dagli attentati terroristici di New York e dal “dopo 11 settembre”, che in tutto il mondo, in tutt’Europa e in Italia (leggi le cronache di sangue di questi giorni), sta segnando duri conflitti. Ma come spesso è accaduto nella storia della costruzione europea, lo choc degli avvenimenti esterni contribuirà ad accelerare il processo di integrazione ed è quasi ineluttabile che questo peserà sull’integrazione politica dell’Ue. E la storia insegna che il capitolo sociale della costruzione europea ha sempre beneficiato, anche se talvolta solo marginalmente, della crescente integrazione politica dell’Unione.

 


 

Raffaella Vitulano

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