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Home - Approfondimenti - La nota - Fuori copione: contro stereotipi e patriarcato il dialogo della Slc Cgil sulle donne

Fuori copione: contro stereotipi e patriarcato il dialogo della Slc Cgil sulle donne

di Elettra Raffaela Melucci
10 Marzo 2026
in La nota
Fuori copione: contro stereotipi e patriarcato il dialogo della Slc Cgil sulle donne

“Fuori copione”: dallo stereotipo, dai bias comportamentali, dalle discriminazioni ereditarie. Con questo titolo la Slc Cgil sceglie di celebrare le donne, aprendo uno spazio di incontro e confronto al Teatro Cometa Off di Roma. Linguaggi e narrazioni, generi e tempi entrano in dialogo per costruire collettivamente una riflessione – anche autocritica – sullo stato delle donne nella società.

Comunicando apertamente, come è nella natura stessa della categoria nata trent’anni fa proprio per raccogliere e interpretare il cambiamento, senza escludere nessuna e nessuno. Perché, come avverte il segretario generale della Slc, Riccardo Saccone, il problema non è tanto il patriarcato in sé, quanto il patriarcato “in me”: insito negli uomini, ma anche nelle donne.

Il linguaggio è quello del teatro, con lo spettacolo Storia di Antonia – Racconto per voce e carillon, di e con Angela Sajeva, che ha aperto i lavori; la narrazione è quella della vita delle donne, stereotipizzata in maniera deterministica, che chiude ogni sbocco alla felicità; e i generi sono quelli che si intrecciano, perché se il finale di una storia può essere cambiato, va fatto nel segno dell’alleanza tra uomini e donne. E a chi dice che la memoria va dismessa, la risposta è che il futuro si interpreta e si costruisce solo con la consapevolezza del passato.

Lavoro, coscienza, autodeterminazione; emigrazione, razzismo, silenzi e sopportazione; donne nella relazione con la famiglia, con gli uomini, con la società. La parabola di Antonia, che cresce in una sorta di oscurantismo magico della Calabria del secondo dopoguerra e diventa donna a Torino negli anni della rivoluzione culturale, è lo specchio di una condizione che, in qualche modo, oggi ha cambiato solo foggia. Nei metodi, però, è rimasta la stessa.

Un copione già scritto per Antonia. Lo stesso di quel matriarcato vizioso fatto di lutti perenni – dello spirito, della carne – e di sopportazioni soffocate, che ha tenuto intere generazioni di donne inchiodate al focolare, finendo per incenerire le ambizioni insieme alla legna. Matrimoni di convenienza apparecchiati quando si è poco più che adolescenti, nidiate di figli da allevare, paghette elargite giusto per assolvere alle incombenze ordinarie. L’unica bussola è il volere del padre, del marito e poi dei figli maschi che cresceranno.

Il circolo si ripete all’infinito, ma c’è una crepa in cui è possibile infilarsi per poterlo spezzare: evadere non solo nelle fantasie, ma anche da mura affumicate dalla tossicità delle relazioni. Mura che non sono solo quelle di casa, ma anche quelle della fabbrica, dell’ufficio, dei paesi e delle città. Sembra così antica questa narrazione eppure, se ci si concentra appena un po’, è possibile per buona parte delle donne intravedere qualcosa di familiare.

Le categorie intersezionali della discriminazione di genere sono tantissime, afferma Cecilia Lavatore, insegnante, poetessa e performer intervenuta al dibattito. Lavoro, istruzione, parità e migrazione sono solo alcune. Ed è difficile, oggi, farci i conti, soprattutto in un contesto in cui la smaterializzazione della vita ha tolto quei pochi appigli che si avevano a disposizione. Un tempo erano le fabbriche, i luoghi fisici, quelli in cui era possibile raccogliere la scintilla dell’autodeterminazione e, soprattutto, farlo insieme: i collettivi femministi e il ruolo stesso del sindacato erano il collante della lotta per appropriarsi di tutto quanto era stato negato.

Dividendo si è sempre comandato meglio, ma quelle donne sono state in grado di (ri)mettersi insieme per (ri)prendersi gli spazi di autonomia. Non davanti al focolare, ma per le strade, nelle fabbriche.

Cosa ne è stato di tutto questo? Certo, le strade ancora si riempiono di cortei per rivendicare diritti propri e altrui, ma è soprattutto online che si gioca la battaglia più difficile, tra ragazzi e ragazze che sembrano non avere più modelli a cui guardare e finiscono per costruirsene da soli con gli strumenti che hanno.

Simona Rossitto, giornalista del Sole 24 Ore-Radiocor, si occupa da oltre quindici anni di telecomunicazioni ed economia digitale. Per il blog Alley-Oop – Il Sole 24 Ore segue i temi della violenza sulle donne, dei diritti delle donne e del linguaggio non sessista ed è coautrice del libro In trappola (ed. Il Sole 24 Ore), una ricerca da cui emerge quanto siano profonde, anche nelle nuove generazioni, le radici della violenza sulle donne. Tra i giovani, riflette, c’è consapevolezza sul tema, ma all’atto pratico usano ancora il linguaggio del patriarcato. La loro è una vita onlife, in cui la vita reale è permeata dal linguaggio d’odio usato in rete. E anche se le ragazze sono più consapevoli e pronte a difendere i loro diritti, solo insieme si vince. Bisogna uscire fuori da una dimensione ristretta alle sole donne, aggiunge la segretaria della Slc, Sabina Di Marco: tradurre fuori il conflitto per l’acquisizione di una consapevolezza finalmente globale.

Servono più uomini che prendano la parola, che si espongano e si offrano volontari alla decostruzione di un modello obsoleto di mascolinità. Anzi, osserva Lara Ghiglione, segretaria confederale della Cgil, si tratta di un modello di potere machista-patriarcale che squilibra i rapporti di forza a sfavore delle donne e che, nella sua diffusione, determina già in principio le marginalizzazioni: le donne, le e i migranti, gli appartenenti alla comunità LGBTQI+. I diritti non sono scontati: oggi siamo di fronte ad associazioni antiabortiste che entrano nei consultori, a un ddl Bongiorno che smonta il principio del consenso libero e attuale nei casi di violenza sessuale, al rifiuto dell’educazione sessuo-affettiva per paura di una famigerata teoria gender che nessuno sa veramente cosa sia.

In questo senso, la memoria non è ossimoro del progresso: il futuro si interpreta e si costruisce solo con la consapevolezza del passato. Bisogna rivendicare il potere di tornare a cambiare le cose.

Il sindacato non è del tutto immune dalla patologia del patriarcato e alcune liturgie consolidate tengono in ostaggio il rinnovamento, anche generazionale. La norma antidiscriminatoria nella composizione delle segreterie è certo da difendere con forza, ma alla luce di tempi furiosi per la parità di genere richiede un miglioramento sostanziale. Un esempio su tutti: la componente femminile ai tavoli di trattativa, che se non è azzerata poco ci manca.

Fare un passo in avanti è un imperativo, afferma con forza Di Marco, perché il benessere organizzativo passa anche da dinamiche di genere che mettono a sistema tutte le intelligenze a disposizione. Il finale del copione può essere cambiato, ma il cambiamento si gestisce in maniera plurale.

Elettra Raffaela Melucci

Elettra Raffaela Melucci

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Giornalista de Il diario del lavoro

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