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Home - Approfondimenti - Interviste - Giove, su scuola e cultura il governo riveda le sue priorità

Giove, su scuola e cultura il governo riveda le sue priorità

di Tommaso Nutarelli
12 Novembre 2020
in Interviste
Giove, su scuola e cultura il governo riveda le sue priorità

Riforma degli ammortizzatori sociali e della sanità. Sono queste le materie urgenti per Luigi Giove, segretario generale della Cgil Emilia-Romagna. Se il governo non intende ricorrere al Mes, afferma Giove, allora trovi le risorse in altro modo, magari con una patrimoniale. Sbagliato, sostiene Giove, chiudere come prima cosa le scuole e bloccare la cultura. Urge un nuovo patto sociale e di sviluppo per il paese, ma con questa Confindustria, dice il segretario, difficile pensare a una felice conclusione.

Giove, il mondo del lavoro sta risentendo pesantemente della pandemia. Che cosa serve adesso?

Cgil, Cisl e Uil, nel confermare il blocco dei licenziamenti e nella proroga degli ammortizzatori sociali per covid, hanno ottenuto un risultato importantissimo, capace di mitigare le tensioni sociali. È stato guadagnato del tempo prezioso che però deve essere usato nel migliore dei modi, perché sappiamo che queste misure non potranno essere procrastinate sine die.

In che modo?

Bisogna arrivare, il prima possibile, a una riforma degli ammortizzatori sociali di stampo universalistico. Il mercato del lavoro è troppo parcellizzato e precario, e questo non è un bene. Sicuramente ci sarà una ricaduta dei livelli occupazionali, e dobbiamo farci trovare pronti con strumenti adeguati, cosa che il Jobs Act non fornisce, al di là della pandemia.

Ci saranno delle cadute più forti su alcuni settori?

Alcune realtà e specifici settori risentiranno più di altri della pandemia. Penso ai servizi, al turismo e al mondo della cultura e dello spettacolo. Le città stanno forse vivendo la crisi peggiore, perché appunto legate al turismo e alla cultura. Bologna è diventata l’ombra di sé stessa. Dobbiamo evitare che questa sia la sorte delle nostre città.

Crede che lo smart working potrà, alla fine, essere un alleato per le città?

In questa fase il lavoro agile ha dato una spinta propulsiva alle aree interne del paese, che rischiavano anche la desertificazione abitativa. È ovvio che le città hanno incassato il colpo. Ovviamente se il lavoro agile lo pensiamo in modo veramente smart, e non come remote working, allora è sempre possibile legarlo anche a una dimensione fisica. Magari questa non sarà mai come prima, ma la socialità, lo scambio di idee e l’esercizio dei diritti sono aspetti del lavoro che non possono essere soppressi.

Quali criticità vede per la sua regione?

Le aziende grandi, già presenti nelle filiere internazionali, riusciranno a superare la crisi. Il vero problema è rappresentato da quelle medio-piccole, poco patrimonializzate e con una bassa propensione all’innovazione. Per queste serve un piano di investimenti da coordinare tra Regione, territori e parti sociali.

Come userebbe le risorse del Recovery Fund?

Gli obiettivi che l’Europa si è posta per il prossimo settennato – transizione energetica e digitale, lotta alle disparità di genere, al divario generazionale e territoriale – dovranno essere anche i nostri, ed è su questi punti che bisognerà impegnare le risorse del Recovery Fund.

Che situazione sta vivendo il sistema sanitario?

La pandemia ha messo in evidenza le cronicità della nostra sanità. Queste si sono viste anche nella mia regione che, tuttavia, nella scorsa legislatura ha assunto 8mila, tra medici e infermiere, e ha un apparato socio-sanitario molto più solido rispetto a quello di altri territori.

Userebbe il Mes?

I soldi del Mes andavano presi ieri. È innegabile che una riforma complessiva della sanità non è più rimandabile. È vero che le risorse del Mes sono a debito, come del resto anche quelle degli altri aiuti europei. Ma il Mes ha dei tassi di interesse inferiori anche al Recovery Fund. Se il governo non vuole prendere ulteriori denari a debito, dovrebbe spiegare, allora, dove intende reperirli. Tassando i colossi del web, dell’e-commerce o le aziende che hanno la sede nei paradisi fiscali? Oppure tassando i grandi risparmi dei privati con una patrimoniale? Se non scegli il Mes o altre risorse non stai facendo scelte politiche. E quel punto ti troverai costretto a spiegare i danni irreparabili prodotti da questo immobilismo.

Veniamo alla scuola. Secondo lei come è stata gestita?

Definirmi non soddisfatto di come è si affrontato il nodo della scuola è un eufemismo. Il ritorno alla dad al 100% per le superiori è un fallimento. Così come sarà un fallimento se si dovessero nuovamente richiudere le scuole degli altri ordini. L’istruzione è uno degli strumenti principali per promuovere la mobilità e soprattutto l’uguaglianza sociale. Sappiamo tutti che la dad è iniqua, perché molto dipende dalla condizione familiare, economico-sociale e abitativa degli alunni. Anche gli altri paesi europei stanno approntando chiusure e restrizioni, ma nessuno ha pensato di bloccare la scuola.

Ma non crede che la scuola sia stato un acceleratore nella diffusione del virus?

Se così fosse, allora bisognerebbe avviare un monitoraggio anche sui luoghi di lavoro. Abbiamo gestito, qui in regione, focolai significativi nell’industria della carne e nella logistica e nei poltronifici, ma non mi pare che nelle scuole ci siano state situazioni altrettanto preoccupanti. Perché allora un poltronificio può restare aperto e le scuole chiudono?

Una situazione aggravata anche dai trasporti.

È chiaro come il sole che i trasporti andavano potenziati e che scrivere su un foglio la percentuale della capienza non ha alcun senso. L’utenza non si taglia per decreto. Ora, con la dad alle superiori, il problema sembra rientrato, ma, paradossalmente, ci troviamo nella situazione opposta, ossia che, per la poca utenza, molte corse e linee rischiano di essere soppresse.

I sindacati e Confindustria parlano di un nuovo patto sociale di sviluppo. Ci sono le premesse per realizzarlo?

Prima di costruire un nuovo patto sociale e di sviluppo bisognerebbe partire dal rinnovo dei contratti. Sono questi l’antidoto principale alla crisi e ai cambiamenti che sta vivendo il mondo del lavoro. Non dobbiamo dimenticare l’emergenza salariale e la bassa produttività, che è uno dei mali storici del nostro sistema produttivo. Ma se nel nuovo corso targato Bonomi la Confindustria si oppone al contratto degli alimentaristi e blocca le trattative per il rinnovo dei metalmeccanici, credo che si possa sperare ben poco.

Il sindacato si è mosso bene nella pandemia? Sono stati commessi errori o alcune cose si potevano fare diversamente?

Ovviamente anche noi qualcosa abbiamo sbagliato. È normale. Ma da quando è scoppiata la pandemia e la crisi sociale connessa, il sindacato è stato un collante, un presidio di democrazia. Qualora la nostra regione dovesse passare nella fascia arancione e o rossa, abbiamo deciso di essere ancor più presenti sul territorio, in modo capillare, per dare risposte e sostegno alle cittadine e ai cittadini.

Che giudizio da all’operato dell’esecutivo?

Ogni governo, di ogni stato, si è trovato a gestire un’emergenza immane e imprevedibile. Sicuramente sono stati commessi degli errori, ma non è assolutamente detto che altri avrebbero fatto meglio. Quello che, tuttavia, mi preoccupa maggiormente è la scala di priorità della nostra politica. A marzo come a ottobre il governo ha chiuso le scuole e bloccato la cultura. E questo non è un bel segnale.

Come vede la tenuta della coesione sociale?

Ci sono molte più criticità ora che a marzo. Arriviamo a questa seconda ondata con una situazione sanitaria, economica e sociale più difficile e complessa. Le persone sono stremate, si stanno impoverendo e vivono la precarietà. La rabbia e il dissenso, per ora, sono esplosi solo in certe categorie e realtà, ma temo che stia covando qualcosa di molto più ampio e generalizzato sotto la cenere.

Tommaso Nutarelli

Tommaso Nutarelli

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Giornalista de Il diario del lavoro.

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