Un’industria che cresce per creare opportunità, competenze e relazioni; che sia inclusiva, riconoscendo valori e competenze per generare progresso; che sappia comunicare, raccontandosi per aprirsi al mondo. Questi i concetti chiave della quarta edizione del Premio Film Impresa, l’evento ideato e organizzato da Unindustria con il supporto di Confindustria. L’evento, che si è aperto questa mattina al Cinema Quattro Fontane di Roma e durerà fino al 4 marzo, è dedicato al racconto audiovisivo dell’impresa e del lavoro attraverso il linguaggio del cinema.
Oltre 200 le opere candidate, tra corti, cortissimi e documentari, confermando il PFI come un osservatorio privilegiato sul cinema d’impresa italiano. Uno spazio relazionale che pone l’impresa al centro, favorendo dialogo, sviluppo e coesione tra mondo produttivo, istituzioni e stakeholder culturali; un ponte tra economia e cultura, pubblico e privato, comunicazione e responsabilità, animato da incontri, conversazioni e attività che interpretano le sfide contemporanee.
Tre i panel che hanno dato il via ai lavori. Il primo si è sviluppato intorno al concetto di crescita, intesa non solo come numeri e mercato, ma anche di rete, relazioni e prossimità, come sottolineato in apertura da Lidia Cudemo, presidente Sezione Editoria, Informazione e Audiovisivo Unindustria e project leader UNI.versoPFI. Sono queste le radici che permettono alle imprese di guardare oltre i confini, mantenendo chiaro l’obiettivo e portando la propria identità nei mercati globali.
A chiarire il ruolo dei territori all’interno del ragionamento è Massimiliano Smeriglio, assessore alla Cultura del Comune di Roma, che ha illustrato i risultati conseguiti dall’amministrazione del sindaco Roberto Gualtieri e della sua giunta. Un percorso territoriale, globale e culturale che ha saputo tenere insieme gli interessi del centro e delle periferie prendendosi cura della qualità della vita dei tre milioni di abitanti. Un ecosistema che, pure nelle sue evidenti criticità e urgenze, si muove in direzione dell’accessibilità universale dei servizi e della loro qualità. In questo contesto, un ruolo privilegiato lo giocano le imprese, sempre in sinergia con l’attore pubblico.
Ma crescita è anche competitività, come sottolinea Enrico Batini, head of corporate business centro Italia UniCredit, e un’impresa per essere resiliente deve essere necessariamente competitiva. Come? Attraverso tecnologia e digitalizzazione. La banca, afferma Batini, non è solo un finanziatore, ma un partner strategico delle imprese con ruolo di advisor e per questo può diventare un punto di riferimento privilegiato.
Un’ottica, questa, insita nella cultura degli startupper, il cui percorso evolutivo è raccontato dal docu-reality a episodi dedicato alle startup italiane The Perfect Pitch. La serie, ricorda Carlo La Rotonda, direttore generale RetImpresa, segue il percorso di crescita di tre startup della mobilità sostenibile approdate a Detroit per confrontarsi con investitori e operatori economici locali attraverso un programma di mentoring e networking. Esempi di valorizzazione del talenti e del genio creativo italiano aperto all’innovazione e alla cultura d’impresa.
In questa direzione si inserisce anche l’intervento di Claudia Maria Golinelli, presidente EGA Worldwide, che ha richiamato la necessità di accompagnare il brand “Italia” nel mondo, come nel progetto 1000 Miglia Experience Florida, di cui è stato proiettato il trailer. Crescere, ha sottolineato, è fondamentale, ma senza perdere le radici che affondano nel territorio e che vanno custodite. Un concetto ripreso da Daniela Cavallo, territory coach, figura nata nel 2017 e chiamata a lavorare su ciò che precede la crescita di un’organizzazione, allenando la governance per raggiungere risultati solidi. La crescita, ha ricordato, procede sempre in parallelo con la costruzione, valorizzando anche la componente umanistica dell’esperienza d’impresa.
A monte di questi processi ci sono le persone, protagoniste assolute del fare impresa che non vanno mai trascurate. L’inclusione è stata infatti la chiave del secondo panel, che ha messo al centro il superamento degli stereotipi tradizionali nelle nuove forme organizzative: strutture più fluide, collaborative e orientate alle persone, capaci di intrecciare innovazione e cultura per creare valore oltre i confini geografici e mentali. L’impresa come comunità, più che struttura verticale, ecosistema di relazioni.
Valentina Picca Bianchi racconta l’esperienza del Comitato Impresa Donna, organismo istituito presso il Ministero delle Imprese e del Made in Italy di cui è presidente. Inclusione è non disperdere capitale umano femminile, risorsa ampia e qualificata, non trascurando il fatto che aumentare la presenza femminile sul mercato del lavoro porterebbe benefici alla crescita economica del Paese. Maria Raffaella Caprioglio, presidente di Umana, ha definito le donne un vero “bacino aurifero” per l’Italia, richiamando l’iniziativa con Federmeccanica “Più donne in fabbrica” e la necessità di politiche attive, formazione ed empowerment attraverso la creazione e lo sviluppo di nuove imprese. Per Daniela Gentile, responsabile Relazioni istituzionali e Comunicazione di Invitalia, il gap ancora esistente va colmato con strumenti istituzionali efficaci e sinergie pubblico-private, investendo sulle competenze STEM e sull’educazione finanziaria, anche come strumento di prevenzione della violenza di genere.
Accanto alle donne, tra le risorse ancora insufficientemente valorizzate ci sono i giovani. che vanno preparati con scienza e coscienza per l’ingresso nel mondo del lavoro. Ruolo cruciale, ancora una volta, è assegnato alla formazione. Miriam Diurni è la presidente dell’ITS Meccatronico Lazio Academy e racconta l’importanza dei bienni professionalizzanti per ridurre il mismatch tra competenze e mercato del lavoro. L’inverno demografico non accenna a stemperarsi, i giovani sono sempre più merce rara e per questo vanno fatti crescere senza perdere di vista le loro esigenze di conciliazione con la vita privata.
Il trattenimento dei talenti, dunque, passa anche da questo ed essere un’impresa inclusiva significa anche dare risposte nuove a nuovi bisogni. Per Virginia Gullotta, amministratore delegato Pezzilli & Company e vice presidente Gruppo Giovani Imprenditori di Unindustria, non bisogna avere paura di parlare in un modo nuovo, anzi: bisogna scambiarsi idee e condividere competenze, mettere in piedi team inclusivi che secondo le statistiche hanno più possibilità di essere competitivi sul mercato. Stereotipi di genere, generazionali, ma anche territoriali.
Infine la comunicazione, intesa come strumento di partecipazione capace di unire obiettivi, comunità e visioni. L’associazionismo, spiega il presidente di Piccola Industria Confindustria, Fausto Bianchi, favorisce questo circolo virtuoso. Per le PMI, questa è una sfida aperta. C’è bisogno di consolidare uno spazio relazionale che in azienda diventa una famiglia – come dimostra il video racconto del progetto Brand Ambassador, con l’obiettivo di rafforzare lo sviluppo associativo e il posizionamento di Confindustria presso le PMI, valorizzando il ruolo degli imprenditori come protagonisti della relazione con i territori. Comunicare è costruire un significato condiviso e per farlo, aggiunge Christian Ostet dei rapporti associativi e organizzazione di Piccola Industria Confindustria, ci vuole coraggio.
In questo quadro si inserisce il ruolo delle grandi imprese. Lavinia Bellioni, responsabile Affari Istituzionali Territoriali Edison, ha ricordato come, nei suoi 140 anni di storia, Edison abbia mantenuto un dialogo costante con i territori, accompagnando le PMI verso la competitività nella traiettoria della sostenibilità.
Ma come cambiare la narrazione delle grandi industrie? Per Stefano Franchi, direttore generale di Federmeccanica, è necessario rompere i luoghi comuni che hanno fissato nell’immaginario l’idea della fabbrica come un luogo non accogliente. Eppure, nella fabbrica – sottolinea Franchi – si vivono anche emozioni vere e positive, e la popolazione che le abita è molto più variegata di quanto si immagini.
La collaborazione con il laboratorio cinematografico del regista e sceneggiatore Massimiliano Bruno va proprio in questa direzione: mettere a sistema la cultura d’impresa con il linguaggio cinematografico, attraverso una serie di cortometraggi tematici che raccontano la condivisione valoriale dei lavoratori all’interno degli stabilimenti, con tutto il loro portato emotivo.
«L’Italia è un Paese straordinario», chiude Livio Vanghetti, direttore Relazioni Esterne Confindustria, «con enormi opportunità di crescita». Ma manca il coraggio di rinnovare e di aggiornare un approccio che è anche tra le cause della crisi della rappresentanza. Occorre fare ciò che non è ancora stato fatto, smettendo di guardare soltanto nello specchietto retrovisore. Impresa e lavoro sono due facce della stessa medaglia: far tornare a dialogare questi mondi complementari è la chiave per mettere a terra un sistema realmente virtuoso.
Elettra Raffaela Melucci























