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Home - Approfondimenti - L'Editoriale - Il nodo di Gordio sciolto da Draghi

Il nodo di Gordio sciolto da Draghi

di Massimo Mascini
21 Settembre 2021
in L'Editoriale, In evidenza
Il covid a Pomezia nel 1982

Alla fine è andata proprio come era facile immaginare. Draghi ha sciolto il nodo di Gordio, ha preso la spada e ha tranciato quel viluppo di accuse, preghiere, corse in avanti, arretramenti veloci che hanno caratterizzato questi ultimi due mesi sul tema dei vaccini e del green pass. Con un tratto di penna è stato deciso che per andare a lavorare è indispensabile dare assicurazioni di non essere infettati, di aver fatto quanto era possibile per non infettare nessuno, per primi i compagni di lavoro. Si è discusso per settimane se le mense in fabbrica dovevano essere aperte a chi non voleva vaccinarsi e nemmeno presentare un tampone recente, adesso senza una certificazione non si entra proprio in fabbrica, comunque al proprio posto di lavoro, privato o pubblico che sia. Giusta o sbagliata, questa è la decisione del governo e deve essere accettata. Sapendo che magari questo non è nemmeno l’ultimo atto, perché da Palazzo Chigi fanno sapere che se la pandemia non dovesse recedere, non è escluso che si arrivi alla vaccinazione obbligatoria per tutti.

Cadono così le polemiche roventi che ci hanno accompagnato e che certo non rimpiangeremo. Resta da raccogliere i cocci e cercare di capire cosa davvero è accaduto e quali possano essere le conseguenze di quanto è accaduto. La cosa che più colpisce è che non è stato possibile per le parti sociali trovare un accordo tra loro per superare l’impasse. Non era difficile, ci si è andati molto vicini. Fino al mese di maggio, ma anche in giugno, imprenditori e sindacati continuavano a affermare di essere pronti a un dialogo, a due o a tre che fosse, sembrava bastasse trovare un accordo, agende alla mano, sul giorno in cui dare il via a questo negoziato. Poi, inspiegabilmente, qualcosa ha cominciato a non andare nel verso giusto. Forse il primo atto fu la nota, peraltro interna, di Confindustria in cui si paventava la possibilità di sanzionare il lavoratore non vaccinato, ma pesò certamente anche la dichiarazione dell’esecutivo che equiparava ai ristoranti in città le mense in fabbrica, sostanzialmente chiudendole a chi non aveva il green pass. Fatto è che i sindacati si irrigidirono e tutto cominciò a essere più difficile. Le confederazioni sindacali si arroccarono sulla richiesta di una decisione del governo che imponesse a tutti il vaccino, rifiutando il green pass che, a loro avviso, avrebbe discriminato i lavoratori. Il punto è che il governo in un modo o nell’altro proprio a quel risultato voleva arrivare, a distinguere i lavoratori che si vaccinano da quelli che non vogliono farlo. Non perché voglia colpirli, ma perché ciascuno si prenda la responsabilità delle proprie decisioni.

Tutto ha ruotato attorno al concetto di libertà. I sindacati dicono che non è giusto violare la libertà dei lavoratori imponendogli il green pass e che comunque non deve essere il sindacato a farlo. Ma quale è la libertà in gioco, da far prevalere? Quella del singolo, che vuole decidere per sé le cose che lo riguardano, o quella degli altri che non vogliono farsi infettare da un compagno di lavoro? Adriano Fabris, che insegna filosofia a Pisa, ha scritto in merito un bell’articolo che abbiamo pubblicato su Il diario del lavoro. In realtà, lo aveva scritto, come gli era stato chiesto, per pubblicarlo su l’Annuario del lavoro 2021, che uscirà a dicembre prossimo, ma ci è parso così attuale e così preciso che non abbiamo resistito e lo abbiamo anticipato sul nostro giornale. Fabris proprio questo distingue, la libertà del singolo da quella della società. Un sindacato confederale per definizione dovrebbe badare solo al bene comune, per questo si distingue da un sindacato corporativo. Però alla fine, nelle tre confederazioni, ha prevalso la volontà di difendere la libertà del singolo. Ma non è necessario dare troppo peso a questo distinguo. Quello che pesa di più forse è il senso della rinuncia delle parti sociali a un accordo.

Cgil, Cisl e Uil e Confindustria nella primavera del 2020, dopo che la pandemia aveva iniziato a colpire pesantemente, avevano dato un’alta prova di responsabilità e coesione. Avevano raggiunto un accordo per la sicurezza in fabbrica, decidendo, assieme al governo, ma soprattutto in prima persona, quali aziende potevano restare aperte, quali invece dovevano chiudere. E avevano stabilito delle regole precise per i comportanti delle persone, e delle aziende, sugli strumenti e le regole da adottare per i distanziamenti, le mascherine, le disinfestazioni. Decisioni importanti, molto importanti, perché è stato grazie a queste regole e alla serietà e al rigore con cui sono state seguite se l’Italia è cresciuta quest’anno in maniera molto elevata, più di tutti i partner europei. Quell’intesa fu un atto di grande protagonismo, che tuttavia le parti sociali non sono state in grado di ripetere, dando luogo a quello che Adriano Fabris, sempre nell’articolo di cui abbiamo parlato, chiama cessione di responsabilità. Potevano decidere cose molto importanti per difendere gli interessi dei lavoratori (tutti i lavoratori, non solo una parte) e delle aziende, ma non lo hanno fatto. Hanno in pratica lasciato che decidesse qualcun altro, nel caso il governo di Mario Draghi. Ed è stato un peccato perché loro, le parti sociali, hanno rinunciato così a trovare degli accordi tra di loro e con il governo decidendo cose della massima importanza perché attinenti alla salute e sicurezza di tutti.

C’è poi anche da considerare che se è vero che siamo molto contenti di avere a Palazzo Chigi Mario Draghi che decide per tutti e va avanti come un treno, con gentilezza ed educazione, ma con grande fermezza, è anche vero che aver dovuto ripiegare su un governo tecnico è stata comunque una sconfitta della politica, quindi di tutto il paese. Erano i partiti che dovevano saper formare una maggioranza ed esprimere un governo. Non esserci riusciti rappresenta comunque la testimonianza di una sconfitta, che non fa mai bene. Insediare un governo tecnico rappresenta sempre un atto di democrazia, restiamo nel solco della nostra Costituzione, ma ne avremmo fatto a meno con piacere. E così, va bene che il governo ha deciso su vaccini e green pass per tutti, ma se l’avessero fatto le parti sociali saremmo stati tutti più contenti. Anche perché sappiamo bene che sia i sindacati che le associazioni datoriali sono perfettamente in grado di farlo, hanno la capacità e la forza per farlo, come lo hanno fatto tante volte in passato con grande forza e autorevolezza. Stavolta non è stato possibile, ma, come si dice in questi casi, non mancherà occasione.

Massimo Mascini

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