È in arrivo da Bruxelles la proposta di regole europee per rendere più accettato e quindi diffuso il lavoro interinale: una mediazione fra chi lo considera una forma di sfruttamento e chi invece una chance per i disoccupati.
All’indomani del Vertice europeo di Barcellona, dove centrale è stato il tema della flessibilità del lavoro, la Commissione Ue di Romano Prodi si appresta a varare una direttiva contenente una “formula flessibile” di compromesso fra le posizioni finora inconciliabili delle parti sociali. Motivo dello stallo a livello europeo è stata soprattutto l’equiparazione – chiesta dai sindacati e respinta dai datori di lavoro – fra i lavoratori ad interim e quelli assunti a tempo indeterminato. L’obiettivo della direttiva è quello di fissare standard minimi europei di tutela per gli interinali e rendere così questa formula di impiego più attraente, a vantaggio delle aziende che potrebbero attingere ad una forza lavoro maggiore di quella attuale: in media circa 2,2 milioni di persone, 1,5% del totale Ue (dato 1998), cifra che con una legislazione adeguata si stima potrebbe triplicare a 6,5 milioni nel 2010.
NON-DISCRIMINAZIONE, MA CON LIMITI. La bozza di direttiva “pone il principio generale di non-discriminazione dei lavoratori interinali” rispetto al “lavoratore comparabile”, ossia a quelli che nell’azienda, sotto un contratto più stabile, già svolgono una “una mansione identica o simile” a quella affidata all’interinale. La direttiva prevede però un “limite” e due “attenuazioni” di questo principio-base. Il limite sono eventuali “ragioni oggettive” che giustifichino un trattamento peggiore del lavoratore interinale rispetto al dipendente fisso. Le attenuazioni riguardano sia i disoccupati assunti a tempo indeterminato dall’agenzia interinale, sia futuri “accordi collettivi” fra le parti sociali su condizioni di lavoro specifiche per l’interim, purchè vi sia “un livello di protezione adeguato”.
PUNTARE AL POSTO FISSO. Dopo che una vecchia direttiva (la 91/383) garantisce condizioni di igiene e sicurezza adeguate, quella nuova punta ora a “facilitare l’accesso all’impiego permanente” da parte del lavoratore interinale (saranno proibite ad esempio clausole che lo impediscano). Agli ‘interim’ dovrà essere permesso inoltre l’accesso ai “servizi sociali” e ai corsi di formazione dell’azienda che li utilizza (si stima che ora ciò sia consentito solo ad uno su cinque).
DIFFUSIONE VARIEGATA. Anche se durante gli anni Novanta è cresciuta del 10%, la diffusione del lavoro interinale nel 1999 era assai variegata: minima in Italia (0,16% del totale dei dipendenti) e massima in Olanda (4,5%). L’80% di questo tipo di lavoratori si concentra in Olanda, Gran Bretagna (4% della forza lavoro), Francia (2,7%) e Germania (però solo 0,70%).
TUTELE DIFFERENTI. Differenziata è anche la situazione giuridica che la direttiva si propone di armonizzare. Il dossier individua tre categorie: la ‘de-regulation’ di Gran Bretagna e Finlandia, la regolamentazione ‘media’ di Germania e Spagna e quella più ‘forte’, perchè integrata da un vero «statuto» del lavoratore interinale, di Italia e Francia.
SALARI BASSI MA MOLTE ASSUNZIONI. Secondo studi citati dalla Commissione, gli interinali guadagnano meno dei dipendenti loro comparabili (con uno scarto del 10-15% in Spagna e del 60- 78% in Germania). Ma, sempre a seconda dei paesi, fra il 29 e il 53% di loro passano al tempo indeterminato già nel primo anno dopo l’assunzione dall’agenzia ad interim.
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