Ho appreso da Collettiva, il giornale online della Cgil, della scomparsa di Aldo Amoretti. Collettiva ricostruisce anche il lavoro di direzione che Aldo ha svolto in tanti decenni alla guida di importanti federazioni di categoria e del Patronato INCA la cui presenza e attività di protezione sociale, svolta nel territorio, è uno dei punti di forza e di radicamento della Cgil. Non ripeterò pertanto le tappe del suo cursus honorum, ma mi soffermerò brevemente sul nostro rapporto di carattere personale.
Ho conosciuto Aldo nel 1970, quando nell’ambito dell’attività per il Congresso della Fiom (l’apoteosi dopo i successi dell’autunno caldo) mi recai a Parma per concludere il congresso provinciale. Nel dibattito intervenne anche Aldo, allora giovane segretario generale aggiunto della CdL di quella città (il segretario generale era il socialista Giorgio Lindi, una vera personalità riconosciuta da tutti nella comunità parmigiana). Mi colpì la foggia un po’ barocca della sua capigliatura, rimasta tale anche con le canizie dell’età. Ricordo ancora le prime parole del suo discorso (‘’i padroni’’) che davano un incipit diretto e immediato ad un duro attacco al padronato. Poi, pochi mesi dopo, lo ritrovai a Roma all’ufficio organizzazione della Confederazione. Si era trasferito con la moglie, una bella donna che per le caratteristiche fisiche sembrava uscita da un romanzo di Alberto Bevilacqua e che entrò a far parte dell’ufficio stampa. La sua cifra negli organi dirigenti era quella di una severità bonaria che non gli evitò di reagire polemicamente quando Fausto Bertinotti, in una intervista (se ben ricordo a La Stampa), aveva avuto espressioni di populismo ante litteram nei confronti delle strutture del sindacato.
Aldo era comunista migliorista, forse uno dei pochi in Cgil. Anzi una volta mi invitò – io non ero più in Cgil – ad una riunione della sua area presieduta addirittura da Emanuele Macaluso con l’odg il tema delle pensioni. Con Aldo siamo rimasti in contatto anche negli anni del pensionamento. Ci scambiavamo scritti e considerazioni. In particolare mi teneva informato della sua attività associativa in rappresentanza delle famiglie e mi forniva la documentazione prodotta. Ogni tanto, però, riemergeva la consueta determinazione con cui difendeva le sue convenzioni.
Cercando tra le mie carte ho trovato (e allego il link) un articolo a sua firma pubblicato da Il Diario del Lavoro (18 marzo 2024), nel quale è racchiusa anche una sua breve autobiografia.
https://www.ildiariodellavoro.it/ma-davvero-le-commissioni-interne-non-erano-elettive/
Giuliano Cazzola



























