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Home - Approfondimenti - La nota - La Cgil ripensa lo Statuto a misura (anche) dei professionisti

La Cgil ripensa lo Statuto a misura (anche) dei professionisti

16 Aprile 2015
in La nota
La Cgil ripensa lo Statuto a misura (anche) dei professionisti

Professionisti autonomi: ecco una definizione con cui dovremo in qualche modo familiarizzare. Se non altro perché da martedì 14 aprile questa espressione è entrata ufficialmente a far parte del lessico dei sindacati confederali o, quanto meno, di quello della maggior confederazione sindacale del nostro paese. Ma, ancor più, per la robusta e vivace, ancorché problematica, realtà sociale cui l’espressione stessa si riferisce tentando di tenerla insieme entro un unico concetto.

Chi sono dunque i professionisti autonomi? Non i professionisti che lavorano nell’ambito di un rapporto di lavoro dipendente, come, ad esempio, i medici ospedalieri o i giornalisti assunti da un’impresa editoriale o, comunque, stabilmente contrattualizzati, magari nell’ambito di un ufficio stampa. Ma neppure i classici lavoratori autonomi, tipo artigiani o commercianti. I professionisti autonomi sono individui che svolgono un’attività “altamente qualificata e specialistica”  oltre che autonoma. Solo che mentre un tempo quando si diceva “professionisti” si pensava subito a medici, ingegneri, architetti, avvocati, notai, ovvero a laureati capaci di svolgere lavori complessi e di grande responsabilità e che, per ciò stesso, percepivano dai propri clienti redditi per definizione più alti di quelli della gran parte dei lavoratori dipendenti, oggi ci si trova di fronte a una realtà che si è fatta, allo stesso tempo, più complessa e meno florida.

Come scrivono Daniele Di Nunzio e Emanuele Toscano in Vita da professionisti, una recentissima ricerca realizzata dall’Associazione Bruno Trentin, oggi come oggi i professionisti autonomi sono spesso associati ai cosiddetti “lavoratori della conoscenza”, e ciò proprio perché l’accesso alle loro professioni è determinato “dal conseguimento di un diploma o di una laurea”. Ma il nuovo e cangiante configurarsi dei rapporti tra imprese e sistema produttivo, intrecciato con i molteplici effetti della diffusione delle nuove tecnologie digitali, ha creato una situazione in cui, specie per tutto ciò che ha a che fare con informazione, comunicazione e servizi, si sono create delle figure che, da un lato, costituiscono punti di decentramento produttivo, e dall’altra, pur navigando nel mare aperto della competizione, riescono ad assicurarsi redditi che, spesso, sono non solo lontani da quelli dei classici professionisti, ma più modesti di quelli dei lavoratori dipendenti e, comunque, discontinui e, perfino, aleatori. (A questo proposito, secondo alcune stime il reddito medio annuo di questi lavoratori, nel 2013, sarebbe stato inferiore ai 19mila euro.)

Ciò detto, perché abbiamo parlato di martedì 14 aprile? Perché è questa la giornata in cui a Roma, presso la sede nazionale della Cgil, sono stati convocati due successivi appuntamenti entrambi concepiti, anche se in termini diversi, come occasioni di incontro fra la stessa Cgil e le problematiche di cui i rappresentanti del mondo dei professionisti autonomi si fanno portatori.

Il secondo appuntamento è consistito nella presentazione della ricerca di cui sopra. Ricerca che è stata svolta con il concorso della Consulta del lavoro professionale della Cgil  e della Filcams, la federazione dei lavoratori del terziario aderenti alla stessa Cgil.

Ma ciò che più conta è l’occasione politica che ha determinato il primo appuntamento. Occasione determinata dal fatto che la Cgil, per portare avanti la sua azione di contrasto alle conseguenze, peraltro non ancora dispiegate, del Jobs Act, ha deciso di avviare la costruzione della proposta di un nuovo Statuto dei lavoratori. Uno Statuto che ricostruisca quella trama di diritti che è stata lacerata dall’iniziativa legislativa del governo Renzi, ma, nello stesso tempo, ne costituisca anche un aggiornamento. Proprio per questo, il segretario generale della Cgil ha invitato i rappresentanti di alcune delle molteplici associazioni sorte nel mondo del lavoro professionale autonomo a un primo incontro pubblico volto ad avviare un lavoro comune che possa definire temi e contenuti di questa proposta di Statuto.

Si è così assistito, nella sede Cgil di corso d’Italia, al susseguirsi degli interventi di portavoce e rappresentanti di associazioni varie cui, sin qui, i mezzi di informazione non hanno dedicato che poca o punta attenzione. Ecco dunque Andrea Dili, di Alta Partecipazione, rete “dei giovani, degli studenti, dei precari e dei professionisti”. Ecco Angelo Deiana, di Confassociazioni, Confederazione delle associazioni professionali. Ecco Emiliana Alessandrucci, di Colap, il Coordinamento libere associazioni professionali. E poi Daniele Petruccioli di Strade, il Sindacato dei traduttori editoriali. Walter Grossi di Ana, l’Associazione nazionale archeologi. Francesca Duimich, per le guide turistiche aderenti a Confesercenti. Ma non è finita. Perché c’è anche Susanna Botta, di Acta Roma, altra associazione interprofessionale. Cosimo Matteucci della Mga, ovvero la Mobilitazione generale avvocati. E infine Francesca Lupo, di Iva sei partita, architetti e ingegneri uniti nella lotta.

Ora, a parte il fatto che persone dedite alle attività professionali fin qui elencate possono avvertire come prioritarie problematiche anche significativamente diverse da quelle tipiche del lavoro dipendente, viene da chiedersi cosa possa accomunare un traduttore che si trova da solo di fronte a una controparte costituita da un grande editore e una guida turistica che soffre del problema opposto, perché la disintermediazione consentita dalle tecnologie digitali frantuma la sua vecchia controparte collettiva, costituita dall’associazione delle agenzie di viaggio, e gli pone di fronte come cliente una comitiva di turisti provenienti dalle coste dell’Oceano Pacifico.

Ma la risposta potrebbe essere appunto che, mentre nel caso del lavoro dipendente il tratto comune a diversi settori e a diverse professionalità è il rapporto conflittuale e/o negoziale – ma da sviluppare comunque in termini collettivi – con i datori di lavoro, qui le questioni che vengono in primo piano sono altre: compensi troppo modesti, certo, ma poi un sistema previdenziale tarato sul lavoro dipendente, e assenza di tutele di fronte a discontinuità lavorative, malattie, maternità. Per non parlare della necessità che questi professionisti avvertono di fornire a sé stessi una formazione continua. Un onere che, ad oggi, ricade in gran parte sulle loro spalle.

Ci si trova, insomma, di fronte a una gamma di problemi che potrebbero essere affrontati solo nell’ambito di iniziative specifiche volte a ridisegnare, nel concreto, l’insieme del rapporto tra fisco, previdenza, welfare e relazioni di lavoro. Invece il nuovo Statuto cui la Cgil sta pensando, ha detto al termine dell’incontro Susanna Camusso, non dovrà essere una legge di dettaglio, ma di princìpi.

Il vecchio Statuto, quello datato 20 maggio 1970, era stato scritto – ha osservato Camusso – a fronte di una situazione in cui i diritti di base universali dei lavoratori dipendenti erano dati per assunti, poiché erano in qualche modo già definiti dai Contratti collettivi nazionali delle varie categorie. Il tema dello Statuto era quindi essenzialmente quello della “libertà nei luoghi di lavoro”. In altri termini, scopo principale della legge 300/70 era quello di far sì che il lavoratore portasse con sé i propri diritti di cittadino anche quando varcava i cancelli della fabbrica. Nella situazione di oggi, invece, il nuovo Statuto dovrà avere in sé delle caratteristiche di universalità “declinate sulla persona che lavora, indipendentemente dal tipo di lavoro effettuato”.

Per quanto riguarda l’iniziativa relativa al nuovo Statuto, l’appuntamento del 14 aprile si è quindi concluso accogliendo la proposta avanzata da Susanna Camusso di effettuare a breve un nuovo incontro in cui cominciare a delineare i contenuti dello Statuto stesso. Il tutto in base all’idea, che è apparsa condivisa nel corso della discussione, che se le associazioni dei professionisti autonomi puntano a costruire un rapporto con i sindacati dei lavoratori dipendenti, anche la Cgil ha bisogno dei professionisti per mettere a punto una proposta che possegga effettivamente quelle caratteristiche e quei contenuti di universalità che sono stati assunti come obiettivo dalla stessa Susanna Camusso.

A breve, la messa a punto di questa proposta di un nuovo Statuto dei lavoratori potrà quindi costituire il terreno per un lavoro comune alla Cgil e a un folto gruppo di associazioni di professionisti autonomi. Sullo sfondo rimane invece, almeno per il momento, la possibilità di costruire una relazione più ampia tra lavoro dipendente e lavoro professionale autonomo. Relazione che consenta di affrontare quei problemi che sono avvertiti con maggior acutezza dai professionisti autonomi. I quali, secondo la ricerca di Di Nunzio e Toscano, pensano a se stessi non come ai lavoratori dipendenti non regolarizzati, ma come a professionisti autonomi privi di adeguate tutele.

Il 14 aprile costituisce e costituirà, con ogni probabilità, una data importante nella storia di questa relazione, ma non segna il suo inizio. Nel corso del tempo, infatti, da un lato la Cgil ha avviato un rapporto di affiliazione con l’Agenquadri, associazione sindacale dei quadri e delle alte professionalità, mentre, dall’altro, grazie anche all’opera di Davide Imola, un sindacalista prematuramente scomparso nel dicembre scorso, ha costituito una Consulta del lavoro professionale. Non resta che aspettare per vedere a quali risultati metterà capo una relazione come questa, che appare comunque già ricca di potenzialità innovative.

Twitter: @Fernando_Liuzzi

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