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Home - Approfondimenti - Analisi - La contrattazione di secondo livello nel 2002

La contrattazione di secondo livello nel 2002

di Felice Mazza, Andrea Forni, Federica Scipioni
30 Gennaio 2003
in Analisi

Felice Mazza – Flai Nazionale; Andrea Forni – Ricercatore; Federica Scipioni- Ricercatrice

Sono tre gli elementi che qualificano e caratterizzano la contrattazione di secondo livello nel comparto della trasformazione alimentare nel corso del 2002 e si sta chiudendo nel 2003 con gli accordi di tre gruppi importanti come Barilla, Parmalat e Sagit Unilever: formazione, mercato del lavoro, sicurezza alimentare e sicurezza sul lavoro. In questa nota si mettono in evidenza questi tre elementi, che si inseriscono in un contesto innovativo sul quale, in premessa, vale la pena di soffermarsi sinteticamente, per poi sviluppare una serie di considerazioni più approfondite nel paragrafo ad esso specificatamente dedicato.

Gli osservatori più accreditati, insieme agli attori direttamente impegnati nel comparto alimentare, ormai convergono sulle seguenti affermazioni:

–        il sistema alimentare è, insieme all’informatica, esposto in prima linea nei processi di globalizzazione e costituisce elemento non secondario di successo nella ricerca – nelle sedi internazionali preposte – delle regole e degli equilibri necessari per governare la globalizzazione stessa;

–        il governo della questione alimentare e dei mercati agroalimentari costituisce elemento di equilibrio fondamentale per costruire un nuovo ordine mondiale;


–        food safety e food security sono le parole chiave, il cui intreccio equilibrato costituisce la via per dare risposte ad una parte significativa dello sviluppo mondiale;


–        la Ue ha adottato la qualità e la sicurezza alimentare come terreno di competizione globale e come terreno politico di allargamento a est e a sud del vecchio continente.


 


I tre elementi qualificanti della contrattazione aziendale sono il frutto di processi economici e di nuovi obiettivi strategici che l’industria di trasformazione alimentare nazionale deve darsi per perseguire i suoi obiettivi nel mercato europeo e mondiale. Questi elementi ruotano intorno al tema della qualità e della salubrità degli alimenti e della sicurezza dei processi lavorativi, tema che costituirà il focus di questa nota.


 


La formazione


Due fenomeni sono alla base del nuovo ruolo che la formazione va assumendo all’interno della contrattazione aziendale. Il primo è l’accelerazione dei processi di riorganizzazione finalizzati a crescite quantitative e qualitative delle realt¨¤ produttive medio-grandi. Le imprese italiane (Barilla, Ferrero) si espandono nel mercato mondiale attraverso nuove acquisizioni; nel contempo le multinazionali presenti in Italia si riorganizzano a livello europeo attraverso la costituzione di un centro direzionale collegato alla ‘testa continentale’ cioè alla mente strategica dell’impresa, utilizzando le possibilità che le nuove tecnologie informatiche aprono in questo senso. Un processo che si articola con l’individuazione a livello di area di singole direzioni strategiche, come lo spostamento della direzione gelati dell’Unilever dall’Olanda all’Italia. Il sindacato individua, nella formazione di un ‘lavoratore europeo’, lo strumento per non essere marginalizzato nel nuovo quadro organizzativo. Significativo, da questo punto di vista, l’accordo Ferrero che sceglie la formazione congiunta come strumento per recuperare un linguaggio comune nelle relazioni industriali.


 


Il mercato del lavoro


I processi di riorganizzazione – e il livello di investimenti necessario – comportano processi di flessibilizzazione della prestazione (turni notturni, domeniche) e tendenze alla disgregazione del mercato del lavoro aggravate dalle spinte degenerative delle attuali politiche pubbliche in materia. In controtendenza, la contrattazione aziendale ha unificato dal punto di vista normativo (riassunzione, diritto di precedenza) e economico (partecipazione ai premi per obiettivo) la condizione dei lavoratori a tempo indeterminato – compresi impiegati e tecnici – a quella dei lavoratori a tempo determinato, dando spazio ad una contrattazione collettiva che riguarda tutti i lavoratori nel nuovo quadro strategico e sanando una parte significativa di realtà fortemente stagionalizzate come la Nestlè di Verona (panettoni), dove accanto a 100 unità a tempo indeterminato operano 800 a tempo determinato. In questo quadro, nelle realtà più forti, gli accordi hanno inoltre recepito la delega che veniva dal contratto nazionale su polivalenza, professionalità e costruzione di nuovi profili, stabilendo i precedenti di riferimento per la nuova tornata di contrattazione nazionale.
Il risultato complessivo di questa manovra è stato il consolidamento occupazionale (ad es. i 150 occupati aggiuntivi alla Ferrero) in un quadro di ottimizzazione dell’uso dei fattori produttivi e degli impianti che ha trascinato la ridefinizione dei premi e delle condizioni della prestazione, preservando le condizioni di miglior favore, avviando un futuro comune per tutti gli stabilimenti delle realtà di gruppo e disegnando un processo che, congelando al  ’92 i vecchi premi di produzione, implementa i premi per obiettivo in un quadro di aumento della partecipazione e di valorizzazione della contrattazione collettiva.


 


Gli Osservatori



Nelle grandi e medie imprese dove si fa contrattazione continua la prima parte degli accordi è stata implementata in due direzioni: quella di una maggiore specificazione delle relazioni sindacali e delle strutture interne di confronto; quella tesa a rimuovere le condizioni di malfunzionamento o di funzionamento non soddisfacente del confronto e dell’informazione. Il risultato è l’accordo per una maggiore informazione sugli appalti e sulle terziarizzazioni nonché sui processi di riorganizzazione e crescita a livello europeo.


E’ in questo contesto, sinteticamente riassunto, che si è sviluppato l’aspetto più innovativo della contrattazione aziendale relativo ai temi della qualità e salubrità alimentare e della sicurezza sul lavoro.


 


Salubrità e qualità degli alimenti e sicurezza sul lavoro


All’interno dei contratti recentemente siglati si ritrovano alcuni concetti particolarmente innovativi relativi alla salubrità degli alimenti ed alla sicurezza sul lavoro. Il processo di progettazione delle norme del diritto del lavoro, la loro condivisione e, quindi, la loro stessa tutela affinché siano applicate completamente al livello migliore, ha investito anche un principio proprio dell’organizzazione del lavoro, vale a dire il collegamento tra sicurezza all’interno della fabbrica, qualità del prodotto e la sua salubrità.
Facendo un riferimento storico, la contrattazione nel settore agroalimentare alla fine degli anni 90 ha riproposto quanto già elaborato, modernizzandolo, negli anni 60 e 70 in tema di salute in fabbrica e di controllo del ciclo produttivo, tipico del settore chimico e metalmeccanico, recuperando come un valore, il rapporto tra prodotto, ambiente interno all’azienda dedicato al ciclo produttivo, ambiente esterno e mondo del lavoro. Appare infatti culturalmente stupefacente che, storicamente parlando, sia stato il sindacato il primo a porre il problema, ma che poi nel comune sentire questo valore sia stato trasferito direttamente alle associazioni ambientaliste, in Europa, ed alle stesse ed alle associazioni dei consumatori in America. Questa dicotomia ha consentito di lasciare diviso il fronte cittadini-lavoratori e, sul piano culturale, ha inserito nuovi gruppi di leadership totalmente esterni al mondo del lavoro, complicando, se non a volte impedendo, qualunque possibilità di miglioramento del prodotto per i consumatori e, sinergicamente, delle condizioni di produzioni e di lavoro.
Esiste un assioma in economia: per produrre qualcosa devi avere il produttore ed il consumatore, l’uno senza l’altro non durano. Tradotto, significa che ci sarà sempre qualcuno disposto per ignoranza a consumare prodotti non salubri purché a basso prezzo, e ci sar¨¤ sempre qualcuno disposto a produrli, purché pagato meglio di quanto lo fosse prima. Una cattiva pubblicità nell’Occidente sviluppato, un’insostenibile condizione economica nell’Oriente sottosviluppato, sono le condizioni estreme di opposizione tra produttori e consumatori; e sono anche le condizioni permanenti, finora, del confronto culturale ed economico che hanno determinato le scelte ed i comportamenti in tema di salute e sicurezza.
Tutto questo si lega allo ‘sviluppo sostenibile’, il quale nella definizione che comunemente viene data, è un concetto che unisce il presente al futuro attraverso le interazioni tra diversi elementi relativi a quattro macro-sistemi ecologico, economico, sociale e istituzionale: risorse naturali, economia, demografia, sviluppo tecnologico, organizzazione sociale, sistema produttivo, sanitario, Stato sociale. Da questo si evince come i concetti di crescita, sviluppo, sviluppo sostenibile, ognuno con le loro peculiarità, siano tra di loro collegati.
Nella fase iniziale dell’industrializzazione si è sempre guardato al reddito come misura delle opzioni umane, e per questo motivo l’indicatore usato è stato il Pil. In realtà questo dato misura la crescita di un Paese, ossia l’aumento del reddito e della ricchezza materiale, ma non il miglioramento delle condizioni di vita nel complesso. Ed, inoltre, è scarsamente rappresentativo delle opzioni future di crescita, che dipendono largamente anche da quanto si è investito nel capitale umano. L’analisi economica recente esprime alcune considerazioni sull’inscindibilità tra aspetti materiali da un lato e diritti e libertà dall’altro, nel senso che il benessere di una persona o di una comunità non può essere misurato solo facendo riferimento ai beni. Anche l’Onu e altre istituzioni internazionali hanno raccolto parte del dibattito scientifico in materia e hanno iniziato ad usare indicatori sintetici di valutazione della qualità della vita e del benessere di una nazione ricorrendo a indicatori diversi dal Pil, nella consapevolezza che lo sviluppo è determinato da molteplici fattori e non solo dal reddito. Tra gli indici usati vi è l’Isu (l’indice di sviluppo umano, dato dal Pil pro capite, tasso di alfabetizzazione e speranza di vita alla nascita), oppure l’Isew, che inserisce anche delle considerazioni relative al capitale ambientale. Tali indicatori rappresentano un tentativo di misurare il grado di sviluppo raggiunto nei diversi paesi, ma anche un elemento che, in qualche modo, attraverso l’inclusione di tematiche sociali e ambientali, dà delle indicazioni sul sentiero di sviluppo che si è imboccato e che misurino l’investimento in capitale umano, nella gente.




I testi contrattuali esaminati recuperano questo concetto e pongono le condizioni culturali per un superamento di questa situazione. Quando nei contratti si leggono articoli che collegano strumenti come l’Osservatorio sulla sicurezza, e concetti quali l’ambiente esterno, la certificazione di qualità, le tematiche europee in merito, l’attenzione delle parti, entrambe, a future proposte condivise alle istituzioni, si è di fronte senza dubbio ad una progettazione della sostenibilità, nel concetto alto della stessa.



Per questa via, e solo per questa via, si creano le condizioni perché un’azienda, come sta avvenendo nella esperienza contrattuale, riconosca il valore della qualità e firmi con il sindacato una norma che pone la necessità del superamento dei rischi ancora esistenti nel ciclo e nell’ambiente produttivo; e la stessa azienda vi affianchi articoli contrattuali che esprimono la sua attenzione agli aspetti della sicurezza degli impianti ed agli impatti ambientali delle attività di ciclo, non solo alle sue attività interne.


Questi contratti recuperano quindi un’interpretazione multidisciplinare della salute, della qualità del prodotto e della sicurezza. Costante impegno nella qualità dei prodotti e nella sicurezza delle produzioni proprie e di terzi vengono ripetutamente espressi da aziende diverse, con management diverso, con mercati diversi, anche se concorrenziali; e vengono sottoscritti da un sindacato che, bisogna ricordarlo, è l’unico che, su basi volontarie, abbia attualmente una rete internazionale in grado di percorrere gli spazi democratici necessari ai rapidi e condivisi cambiamenti culturali ed economici che il rapporto tra sviluppo e ambiente pone.




Va però affermato, in conclusione, che i principi teorici della sostenibilità, l’impegno della comunità scientifica e delle istituzioni internazionali, camminano solo sulle gambe della condivisione; condizione che si ottiene dal confronto e dalla capacità di rappresentanza. Questo ci pare esprimano le norme contrattuali esaminate che rappresentano ancora il migliore esperimento ed applicazione pratica dei principi della sostenibilità condivisa, concetto di cui la salubrità degli alimenti, la qualità dei prodotti e la sicurezza in fabbrica, sono parte integrante.

Felice Mazza, Andrea Forni, Federica Scipioni

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