La Fiom lascia Mirafiori. Si sapeva, era questo l’esito normale del lungo braccio di ferro tra la Fiat e i metalmeccanici della Cgil, colpevoli di non aver firmato gli accordi accettati invece dalla maggior parte dei lavoratori del gruppo. Ma fa impressione lo stesso leggere che i delegati Fiom impacchettano le loro cose e se ne vanno, traslocano alla Quinta lega, il loro sindacato territoriale, aspettando, dicono loro, di tornare una volta che vinceranno la guerra di cui per il momento hanno perso solo una battaglia.
In effetti la partita non si può dire conclusa. Il giudice di Torino ha condannato l’azienda per comportamento antisindacale proprio perché aveva firmato un accordo che nei fatti escludeva il primo sindacato di quegli stabilimenti. E’ presumibile quindi che il sindacato di Maurizio Landini non si pieghi e continui la sua battaglia per avere suoi rappresentanti anche a Mirafiori e nelle altre fabbriche Fiat. Intanto, come ha detto a Il diario del lavoro Giorgio Airaudo, la Fiom provvederà a far eleggere dai lavoratori i suoi rappresentanti per formare quella Rsa alla quale non avrebbe diritto. Poi si aprirà la battaglia legale per vedere chi ha ragione.
Ma intanto si stanno muovendo anche le parti politiche, perché fu un atto politico, il referendum dei primi anni 90, a modificare lo statuto dei lavoratori perché fosse possibile avere proprie Rsa solo ai sindacati che firmavano un accordo applicato nello stabilimento. Un’intesa per risistemare la situazione non dovrebbe essere difficile nel nuovo clima politico, adesso che non c’è al governo chi vuole a tutti i costi eliminare la Fiom e forse anche la Cgil.
Una partita aperta, dunque, ma il sentimento che suscita vedere i delegati Fiom fare fagotto e lasciare Mirafiori è comunque forte. Mirafiori non è una fabbrica qualsiasi, è sempre stata un simbolo preciso, era “la” classe operaia. Si diceva negli anni 70, e la storia di quel periodo lo conferma, che il contratto dei metalmeccanici si firmava solo dopo che sui tetti dei capannoni di Mirafiori sventolavano le bandiere rosse. Era quello il segnale che si doveva chiudere, in un modo o nell’altro, il negoziato. I sindacati sapevano che oltre non potevano andare, i padroni che era il momento dell’accordo. Ed è stato attorno alla Fiat, e in particolare a Mirafiori che si sono sempre combattute le grandi battaglie. A cominciare da quelle del 1980, data simbolo anche questo, che ha segnato lo spartiacque tra due epoche, ha chiuso un capitolo che durava dall’autunno caldo, ha ristabilito l’equivalenza delle due forze che si confrontavano, appunto lavoro e capitale, o imprenditori e lavoratori se si preferisce, ma la sostanza resta quella. Nel 1980 a Mirafiori il sindacato dell’autunno caldo combatté la sua ultima battaglia, poi si aprì il grande negoziato sulla scala mobile, che lo impegnò per altri dieci anni.
Chi ha conosciuto il sindacato degli anni 70 non guarda con indifferenza la Fiom che lascia Mirafiori, i delegati che mettono in uno scatolone le grandi fotografie, che arrotolano le loro bandiere. Perché questo è un pezzo di vita, di vita importante, ma anche perché gli ideali che portavano allora a combattere sono sempre validi. La Fiom avrà tutte le sue colpe per non aver voluto firmare in questi anni gli accordi che via via sono stati invece accettati dai lavoratori, ma in quelle fabbriche rappresenta dei lavoratori e questi hanno il diritto ad avere i loro rappresentanti. Altrimenti sono i principi generali di democrazia a vacillare. E questo non è un bene, per nessuno.
Massimo Mascini























