Sono bastati 5 anni di crisi per far perdere al sistema produttivo delle Marche la notevole cifra di 7872 aziende. Di queste, ben 1764 erano manifatturiere, cioè rappresentavano la struttura stessa dell’economia locale, che su quelle imprese aveva costruito nel Dopoguerra le proprie fondamenta e il proprio futuro. Un’ecatombe che ha distrutto 770 realtà della meccanica, 539 della moda, 520 del mobile. E non importa che nello stesso periodo siano nate 2485 unità nel terziario, di cui 753 turistiche, secondo dati del sistema camerale: il crollo verticale dell’industria manifatturiera nei comparti tradizionali ha infatti comportato la fine certa del “modello marchigiano di sviluppo”, cosi come immaginato da dagli anni Sessanta in poi. E così come realizzato soprattutto, da grandi imprenditori ‘’illuminati’’, che hanno fatto da scuola e da guida a migliaia di piccoli produttori e lavoratori della regione che in quel “modello” credevano.
Tutto ciò ha prodotto la quasi scomparsa dei distretti industriali nati negli anni Novanta, con la sola eccezione dell’area calzaturiera fermano-maceratese, che a sua volta sta però sta subendo i contraccolpi delle sanzioni alla Russia: solo nell’ultimo anno, hanno prodotto come risultato perdite pari al 30% della produzione. Il resto delle zone industriali delle Marche vive una lenta agonia. A cominciare da quel distretto del “bianco” che a Fabriano aveva costruito una ricchezza che sembrava destinata a non finire mai. Anche il mobile di Pesaro è in difficoltà, tanto che anche lì si attendono interventi pubblici tramite gli accordi di programma, cosi’ come l’area di Ascoli, il cui declino era peraltro già cominciato con la chiusura della Cassa per il Mezzogiorno ( l’area più a nord del vecchio sistema), accelerato poi dalla crisi finanziaria che ha sottratto credito alle Pmi.
Scomparso il termine ‘’futuro’’, oggi la parola chiave nelle Marche e’ “delocalizzazione”: in particolare in Turchia e aree limitrofe, alla ricerca di un costo del lavoro più basso e di tasse meno pesanti. La stessa classe dirigente locale, del resto, sembra aver perso quelle capacità progettuali che, per esempio, consentirono ai Merloni di creare dal nulla l’impero dell’elettrodomestico.
Nel frattempo, la regione che in passato recente e’ stata la ‘’patria’’ del manifatturiero e dell’artigianato, oggi cerca di riciclarsi nel turismo; ma chiaramente non basterà a rimpiazzare i quasi 5 mila posti di lavoro persi lo scorso anno.
di Marco Traini























