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Home - Blog - Lavoro agile. Postille a sinistra

Lavoro agile. Postille a sinistra

di Paolo Casali
28 Aprile 2022
in Blog
Alla Findus di Roma arriva lo smart working

Tra le conseguenze sociali della pandemia da Covid-19, o meglio tra le conseguenze sociali delle modalità con cui questa pandemia è stata affrontata nei Paesi più sviluppati, c’è n’è una, relativa al mondo del lavoro, su cui forse non si è ancora riflettuto abbastanza.

Mi riferisco a un’importante conseguenza dei lockdown, ovvero alla imprevista e rapidissima diffusione del lavoro agile. E desidero fare alcune considerazioni relative specificamente a ciò che, in merito, è accaduto, sta accadendo e potrebbe accadere nel nostro Paese.

 

  • Agili mezzi – Il ricorso torrenziale alla modalità agile di prestazione lavorativa che ha caratterizzato la fase pandemica è stato certamente caratterizzato dal superamento del principio di volontarietà tipico dell’istituto, per come è stato regolamentato dalla legge 81/2017. La prestazione in modalità agile è stata resa obbligatoria per tutte quelle attività che consentivano di ricorrere al suo impiego. Ma, parallelamente, si è derogato alla regola che vede in capo al datore di lavoro l’onere della fornitura della strumentazione, delle utenze e di ogni altro elemento necessario per lo svolgimento della prestazione in tale modalità. Inoltre, non è stato disciplinato il tema della formazione specifica per il ricorso a questa stessa modalità. Parimenti, non è stata data alcuna indicazione giuridica per quanto concerne la responsabilità in materia di sicurezza del lavoro anche con la medesima modalità di prestazione.

La conseguenza è che tali “oneri” sono stati tacitamente fatti ricadere sui lavoratori che hanno dovuto provvedere ad essi a loro spese. Una misura molto parziale ha previsto un limitato ristoro delle spese per acquisto di device e utenze, ma subordinato a stringenti limiti reddituali. Al riguardo, l’articolo 5 del Protocollo nazionale sul lavoro in modalità agile, firmato il 7 dicembre scorso, ha ribadito quanto previsto dalla citata legge 81/2017: “Fatti salvi diversi accordi, il datore di lavoro, di norma, fornisce la strumentazione tecnologica e informatica necessaria allo svolgimento della prestazione lavorativa in modalità agile, al fine di assicurare al lavoratore la disponibilità di strumenti che siano idonei all’esecuzione della prestazione lavorativa e sicuri per l’accesso ai sistemi aziendali” (Comma 1). E ancora: “Laddove le parti concordino l’utilizzo di strumenti tecnologici e informatici propri del lavoratore, provvedono a stabilire i criteri e i requisiti minimi di sicurezza da implementare e possono concordare eventuali forme di indennizzo per le spese” (Comma 2).

Ovviamente, tali previsioni operano per il futuro. Ci si augura che la contrattazione collettiva voglia considerare quanto avvenuto nella fase emergenziale e prevedere apposite misure di ristoro per i lavoratori.

  • Agili alla pensione – Un tema che non sembra emergere ancora, ma che andrebbe approfondito, riguarda la interrelazione virtuosa che potrebbe prodursi tra il ricorso al lavoro agile e un complesso di misure volte a rendere sempre più graduale e sopportabile l’accesso al pensionamento.

E’ di tutta evidenza come, anche per i lavori non riconducibili alle attività usuranti o gravose, gli ultimi anni della vita lavorativa siano i più impegnativi dal punto di vista psico-fisico, a parte le ovvie eccezioni di alcune specifiche professioni intellettuali, magari svolte ricoprendo posizioni apicali. Peraltro, è altrettanto noto come l’onere lavorativo quotidiano sia determinato dall’orario di lavoro vero e proprio e dai tempi e dalle modalità di collegamento con il luogo di lavoro, nonché dai tempi di preparazione. Un onere che, nell’ultima fase della carriera lavorativa, ovvero negli anni che precedono il perfezionamento dei requisiti per la pensione, potrebbe essere notevolmente attenuato dal progressivo e significativo ricorso al lavoro agile. Per ricorrere a una formula, si potrebbe dire che il ricorso al lavoro agile può “sdrammatizzare” il gravame degli ultimi anni lavorativi, rendendo meno pesante il raggiungimento del requisito anagrafico.

  • Agile ma non troppo – Una delle peculiarità del lavoro agile è rappresentata dal cambio di paradigma di valutazione della prestazione, non più basato su elementi di carattere quantitativo, ma concepito in ragione del raggiungimento di obiettivi, di risultati qualitativi. Allo stesso tempo, tenendo presente la norma del 2017, e ciò che emerge da tutte le valutazioni degli analisti, un corretto e ragionevole ricorso al lavoro agile deve prevedere la permanenza della prestazione in presenza. Ciò attraverso un equilibrato mix che contemperi le opportunità offerte dalle nuove tecnologie, che consentono la prestazione a distanza, con l’esigenza di non disperdere i vantaggi del lavoro di squadra, del confronto diretto, della socializzazione delle proprie esperienze e capacità e, aggiungerei, con il senso di appartenenza alla comunità dei lavoratori.

Quindi, alternanza di lavoro in presenza e di lavoro in modalità agile. A questo punto, però, si apre un dissidio nella stessa forma di organizzazione dell’impresa che non sembra essere stato ancora sufficientemente preso in considerazione. Se la prestazione in modalità agile, eseguita per alcuni giorni della settimana, è valutabile in termini di conseguimento degli obiettivi, tanto da essere considerata, da alcuni che spingono il concetto ai limiti (Stirpe), assimilabile alla prestazione autonoma, allora la valutazione dello svolgimento della prestazione in presenza non sembra più sostenibile in termini quantitativi. Non si può essere per due giorni alla settimana lavoratori “autonomi” e per tre giorni lavoratori “subordinati”. E’ la stessa organizzazione dell’impresa a dover essere messa in discussione e riprogettata. Allo stesso modo, vanno ripensati radicalmente sia il ruolo che il modus operandi della dirigenza.

  • Formazione che passione – Anche per ciò che riguarda le valutazioni in merito al diffondersi del lavoro agile – sia nella fase emergenziale, sia nella fase di ripristino delle procedure ordinarie – viene spesso evocato il tema della formazione. Nel corso degli ultimi anni e, a maggior ragione, nella prospettiva della attuazione dei programmi previsti dal PNRR, il tema della formazione professionale sta diventando una sorta di passe partout buono per ogni evenienza. Senza voler disconoscere il valore dell’aggiornamento sia rispetto all’evoluzione tecnologica che ha caratterizzato questi ultimi anni, sia rispetto alle nuove problematiche legate alla transizione ecologica, andrebbero posti alcuni punti chiari che tengano conto della situazione concreta vissuta dai lavoratori che una prestazione lavorativa la svolgono realmente.

In primo luogo, si dovrebbe tenere presente che quasi nessun lavoratore, a parte forse qualcuno collocato in situazioni marginali, continua a svolgere le proprie prestazioni così come era abituato a fare solo qualche anno addietro. L’aggiornamento – o, come va di moda dire, la formazione on the job – è realtà fattuale dalla quale nessuno si può sottrarre.

L’irruzione dell’informatica è un fattore ormai metabolizzato in qualsiasi attività, anche solo parzialmente complessa. Basterebbe solo soffermarsi ad osservare come si svolge, nella quotidianità, il lavoro in qualsiasi complesso produttivo di tipo industriale, o in qualsiasi ufficio postale o bancario, o, ancora, nelle strutture sanitarie, nelle pubbliche amministrazioni, nelle reti commerciali, ma anche nelle professioni manuali e artigianali, per constatare  che il ricorso a dispositivi elettronici di misurazione, di comunicazione o genericamente di supporto dell’attività è ormai ampiamente diffuso. Per fare solo un esempio, si consideri cosa vuol dire oggi guidare un moderno trattore agricolo dotato di sistemi satellitari, videocamere e mille altre applicazioni.

Il fatto, però, è che spesso, come nel caso del ricorso al lavoro agile nella fase emergenziale della pandemia, sono stati i lavoratori a doversi far carico, in maniere esclusiva, del necessario aggiornamento per la gestione delle procedure informatiche per lo svolgimento della propria prestazione da remoto (utilizzo delle diverse piattaforme di corrispondenza, accesso e gestione delle banche dati, video riunioni, ecc.).

In tale prospettiva, il frequente, a volte rituale, richiamo alla necessità della formazione, che viene effettuato da più parti, non è chiaro a chi sia rivolto.

Se fosse rivolto ai datori di lavoro, ipotesi non sempre così esplicita, dovrebbe essere corredato da una corrispondente valutazione della capacità del nostro sistema produttivo di rimanere al passo con l’evoluzione di questi anni. Un tema particolarmente serio, questo, laddove si consideri la cronica polverizzazione delle nostre aziende.

Se invece, come spesso sembra trasparire dalla più diffusa pubblicistica, il richiamo alla formazione è rivolto, nonostante le precedenti considerazioni, proprio ai lavoratori, il sottotitolo di tale richiamo, il non detto esplicitamente, è che nel prossimo futuro, anzi, già nell’attualità, il lavoro, come mi ha detto un lavoratore da me interrogato in merito alle questioni di cui stiamo discutendo, “te lo devi difendere con le unghie e con i denti”. E questo stesso lavoratore ha poi aggiunto: “Devi spremerti per migliorare le tue performances, devi dimostrarti sempre più produttivo e competitivo, devi investire il tuo tempo e le tue risorse per poter continuare a lavorare, pena l’esclusione dal ciclo produttivo. Un’esclusione che, a questo punto, per alcuni sarebbe solo riconducibile alle tue responsabilità”. “In prospettiva – ha concluso – rischi di ritrovarti disoccupato perché, secondo il tuo datore di lavoro, non ti sei impegnato abbastanza.”

Paolo Casali

Paolo Casali

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Esperto di politiche del lavoro

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