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Home - Notizie del giorno - Lavoro di cura non retribuito, il 71% è svolto dalle donne

Lavoro di cura non retribuito, il 71% è svolto dalle donne

2 Ottobre 2025
in Notizie del giorno, In evidenza
Qui Europa, dare un valore economico al lavoro di cura

In Italia, il lavoro di cura non retribuito rappresenta l’85% del lavoro non retribuito. La stima del totale delle ore di lavoro di cura diretto e indiretto in un anno è di 60,7 miliardi, con un valore monetario stimato di 473,5 miliardi di euro. Il 71% di questo valore è prodotto dal lavoro di cura non retribuito delle donne. La stima dell’apporto del lavoro di cura non retribuito al Pil italiano si aggira intorno al 26 per cento. E’ quanto rileva un’indagine dell’organizzazione internazionale del lavoro (Oil) e Federcasalinghe, secondo cui prevale la percezione che il valore sociale assegnato alla cura dei figli sia decisamente maggiore rispetto a quello assegnato alla cura della casa e delle persone adulte e anziane non autosufficienti.

Solo un terzo di coloro che si occupano della cura della casa e di adulti e anziani non autosufficienti ritiene che gli altri diano un alto valore al lavoro di cura. Un rispondente su dieci ritiene che il lavoro di cura che svolge abbia un basso valore, mentre due su dieci ritengono che gli altri attribuiscano un basso valore al lavoro di cura non retribuito. I dati raccolti attraverso l’indagine indicano che carichi di lavoro di cura non retribuito si riflettono nella scarsa partecipazione al mercato del lavoro retribuito, nonostante il livello d’istruzione medio-alto delle persone che hanno participato all’indagine (il 59,7% ha conseguito il diploma di scuola secondaria superiore e un altro 28,8 per cento ha una laurea).

Per la stragrande maggioranza delle donne, le ragioni della mancata ricerca di un lavoro retribuito sono dovute alle mansioni di cura e ad altri motivi familiari (82,6%), mentre per gli uomini sono soprattutto i carichi di cura verso i figli e gli anziani (62,2%) a determinare la non ricerca di un lavoro. Anche le statistiche ufficiali più recenti contabilizzano un totale di 12,2 milioni di persone inattive nel secondo trimestre del 2025. Tra queste, più di 3,2 milioni hanno dichiarato di essere fuori dal mercato del lavoro retribuito a causa di responsabilità di cura della famiglia. Il 95,1% di queste persone (3,54 milioni) erano donne e il 4,9% (149mila) erano uomini.

Tra le persone intervistate quasi una madre su due (46,5%) ha lasciato o ridotto l’attività lavorativa dopo il primo figlio.

Spesso si tratta di una rinuncia dovuta alla mancanza di servizi di supporto, organizzazione del lavoro e orari di lavoro rigidi, bassi salari, cultura del lavoro ancora sbilanciata, discriminazione e scarsa condivisione dei compiti di cura.

Le differenze di genere risultano particolarmente evidenti anche nelle ragioni che spingono i lavoratori di cura a lasciare il lavoro retribuito. Per il 42,3% degli uomini è la perdita del lavoro retribuito (licenziamento, pensione o mobilità) e la cura dei figli o genitori (38,5%) che dettano la fuoriuscita dal lavoro retribuito.

Intraprendere il lavoro di cura non retribuito deriva da uno stato di necessità e dalla mancanza di alternative piuttosto che da una scelta. Questo vale in particolar modo per i quasi tre quarti delle donne che hanno partecipato all’indagine (74%) contro il 60,3% degli uomini. Al momento di intraprendere il lavoro di cura in ambito familiare, quasi i due terzi di tutte le persone intervistate (63,4%) riteneva che avrebbe svolto questo lavoro in maniera temporanea. Nel corso degli anni, questa aspettativa di temporaneità è cambiata, visto che la media degli anni dedicati dalle persone che hanno partecipato all’indagine si attesta a 13 anni e mezzo per le donne e quasi 10 anni per gli uomini.

La percezione di temporaneità del lavoro di cura non retribuito è maggiore tra le persone giovani (oltre l’80% delle persone fino ai 49 anni ritiene il lavoro di cura una situazione temporanea). Cala drasticamente a un terzo delle persone di età uguale o superiore ai 50 anni. Per molte donne si innesca l’effetto trappola che si manifesta alla nascita dei figli, ragione per cui molte donne lasciano il lavoro retribuito (circa il 46,5%) per dedicarsi al lavoro di cura. Con l’avanzare dell’età diminuiscono gli impegni di cura verso i figli, ma aumentano quelli rivolti agli adulti e anziani (sia autosufficienti che non), il che genera un continuum di lavoro di cura non retribuito che si protrae per tutto il corso della vita.

 

L’Italia è il secondo paese dell’Unione europea dopo il Portogallo per il numero di minuti (306 minuti o oltre 6 ore) dedicato giornalmente dalle donne al lavoro non retribuito, mentre è il terzo paese dopo il Portogallo e la Grecia per il divario rispetto al tempo dedicato dagli uomini allo stesso lavoro, con un tempo dedicato dalle donne maggiore di 2,3 volte rispetto agli uomini (133 minuti o oltre 2 ore).

In media, il lavoro di cura impegna oltre la metà (52,8%) delle persone che hanno partecipato all’indagine per un ammontare di ore settimanali superiori a quelle di un qualsiasi lavoro retribuito. Rispetto agli uomini, le donne dedicano più ore alle attività di cura non retribuita (il 54% delle donne dedica 40 ore e più al lavoro di cura rispetto al 34 per cento degli uomini).

Le ore di lavoro dedicate alla cura aumentano con l’età e raggiungono il picco nella fascia d’età tra i 30 e i 49 anni, per poi diminuire gradualmente con l’avanzare dell’età e la sostituzione della cura dei figli con la cura di adulti e anziani non autosufficienti. Mentre tra le donne più giovani prevalgono le ore dedicate alle attività di cura della casa, dei figli e di adulti autosufficienti, con l’avanzare dell’età iniziano a prevalere le ore destinate alla cura degli adulti e anziani non autosufficienti (caregiving).

Sono soprattutto le donne ad occuparsi di adulti e anziani non autosufficienti tra le mura di casa (90,6%). Quasi i due terzi (61%) ha più di 60 anni e sopporta un carico orario elevato.

L’impegno orario dei caregiver è di gran lunga superiore a quello osservato tra tutti gli altri lavoratori di cura. La percentuale di coloro che dedica 55 ore e più alla settimana al caregiving è di oltre il 40 per cento, con un altro 15 per cento che dedica tra le 40 e le 54 ore settimanali.

E’ significativo anche il numero di risposte di cargiver che indicava una media settimanale di ore lavorate di oltre 80 o 90 ore, come pure una disponibilità durante tutto l’arco della giornata (h24). Contrariamente a quanto riscontrato per le altre tipologie di lavoro di cura non retribuito, la quota di caregiver che svolge un lavoro retribuito come attività secondaria si attesta introno al 31%, con una media di circa 30 ore di lavoro retribuito alla settimana. La possibilità di svolgere un lavoro retribuito è dovuta, in parte, al ricorso al lavoro domestico retribuito (il 19,3% si avvale di lavoro domestico contrattualizzato) e in parte dal tipo di professioni retribuite del cargiver, dato che 25% è un/a professionista e un altro 19% è assistente amministrativa/o. Solo il 29,5% dei partner condivide le attività di cura di adulti e anziani non autosufficienti e per un monte ore comunque limitato, dato che solo il 7,7% dedica 16 ore e più alla condivisione dei compiti di cura. Il lavoro di cargiver è una necessità per il 67,8% delle persone intervistate, sia per gli uomini (65,9%) che per le donne (68%).

Per ridurre la probabilità di scivolare nella povertà in età anziana, sottolinea il report, è necessario aumentare i tassi di copertura e le prestazioni di previdenza sociale. In parallelo, le ore di lavoro e il cumulo di mansioni richiedono il rafforzamento della prevenzione degli infortuni. Azioni di informazione e sensibilizzazione sul lavoro di cura non retribuito e sulle condizioni di lavoro sono inoltre necessarie per il riconoscimento sia del suo valore sociale ed economico che per la dignità, il rispetto e le pari opportunità.

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