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Home - Approfondimenti - Analisi - Le esperienze di contrattazione di Nidil Cgil

Le esperienze di contrattazione di Nidil Cgil

25 Febbraio 2004
in Analisi

di Giovanna Altieri – Direttore Ires Cgil

Sono ormai vari anni che l’Ires affianca Nidil in un lavoro di monitoraggio dell’area delle collaborazioni coordinate e continuative, che riguarda sia gli andamenti quantitativi  del fenomeno, la sua articolazione sociale e il suo impatto nel mercato del lavoro italiano, sia la valutazione critica di come Nidil sia stata capace di fare sindacato per questa area del mondo del lavoro, guardando in particolare  alla sua attività di contrattazione. Per questo abbiamo studiato alcuni casi di contrattazione, considerando le diverse tipologie di soggetti con i quali Nidil ha maturato una pratica negoziale (pubblici, privato sociale, servizi privati) e dei livelli ed ambiti contrattuali. Non ci siamo concentrati solo sui testi degli accordi. L’obiettivo, infatti, era innanzitutto  capire l’aspetto sostanziale della contrattazione, ossia gli effetti prodotti nei luoghi di lavoro. Non c’è dubbio che la contrattazione collettiva in favore dei collaboratori sia ormai fuoriuscita dalla fase pionieristica iniziale.  Gli studi di caso   realizzati, ma anche la numerosità degli accordi sottoscritti, testimoniano sia il salto di qualità nella capacità di indirizzare il processo negoziale verso standard definiti di regolamentazione; sia la capacità di estendere ad un numero sempre maggiore di collaboratori  un quadro di diritti. Sebbene, la potenziale area da rappresentare sia oggi ancora più incerta dopo la legge l.30, il decreto n. 276 e le circolari applicative. Contare esattamente questa area è un esercizio a cui molti  si sono dedicati in questi anni, con punti di vista  non sempre convergenti. Se ci limitiamo ad osservare gli iscritti alla gestione separata Inps sappiamo che hanno ormai raggiunto i due milioni e ottocentomila unità. Una cifra che  va certo ridimensionata se vogliamo contare i collaboratori attivi. Lo stesso Inps nel suo ultimo rapporto annuale (2002) ci informa, infatti, che negli anni si è accresciuta la differenza tra il numero di coloro che sono coperti da contribuzione e il numero degli iscritti. Così, se nel ’96 risultavano essere coperti da contribuzione l’83% degli iscritti, nel 1999 tale percentuale sarebbe diminuita fino al 51%. E’ probabile, comunque, che relativamente di più in quella area di posizioni previdenziali accese e non più attive si addensino coloro i quali hanno altre fonti di reddito, (cioè i già dipendenti ed i pensionati), che hanno fatto, magari occasionalmente, qualche prestazione di lavoro in condizione di parasubordinazione. Tra gli attivi sul piano previdenziale sappiamo anche che una quota non insignificante è composta da figure poco riconducibili all’area della rappresentanza Nidil, gli amministratori, i revisori di conto, ecc. e che, anche al netto di queste ultime figure, c’è una forte differenziazione interna tra i collaboratori, di cui, comunque, un’azione di rappresentanza deve tenere conto.
E’ possibile anche che  assisteremo ad un ridimensionamento dell’area delle collaborazioni per quelle che dovranno transitare verso le collaborazioni a progetto, per via di una fuga dalle stesse a causa della maggiore regolamentazione. Anche se, a mio avviso, appare piuttosto improbabile uno spostamento massiccio dei collaboratori verso l’area della dipendenza in quanto non riconducibili  ad un progetto o programma di lavoro, visti i contenuti del decreto attuativo; mentre la concorrenza che potranno esercitare le altre forme contrattuali introdotte con la legge 30 o quelle preesistenti (ad esempio, le associazione in partecipazione) andranno valutate in termini di differenze relative nei costi del lavoro delle diverse formule. Ma, potrebbe esserci anche un effetto di esplicitazione   verso le collaborazioni a progetto di precedenti collaborazioni occasionali, per le quali la nuova normativa ha di fatto fortemente ristretto il campo di applicazione, offrendo dunque qualche visibilità in più e forse anche qualche tutela, a questa area molto “grigia” del mondo del lavoro. Da questo punto di vista mi sembra di particolare interesse il fatto che in alcuni dei casi di contrattazione Nidil che abbiamo studiato, siano stati inclusi nell’ambito di applicazione dell’accordo anche  i collaboratori occasionali. In sostanza, i parasubordinati non sono gli unici soggetti  portatori di bisogni  e ai quali il sindacato dovrebbe rivolgere la sua azione di rappresentanza.

Ma, al di là delle quantità c’è almeno un aspetto da considerare quando si parla di questa area del mondo del lavoro. Spesso, si è portati a pensare che il sindacato sia titolato ad occuparsi di questi lavoratori solo se appartengono alla fascia degli “sfigati”, a quelli che non sono capaci di “autotutela”, mentre l’area dei veri collaboratori a progetto, dei veri collaboratori professionisti  sia estranea e irriducibile all’area della rappresentanza  sindacale e collettiva, in quanto tutelati  dal proprio “capitale umano”.

E’ una confusione  che ha prodotto la cultura, con cui si confrontano soprattutto i giovani, che  se si vuole perseguire un percorso di professionalizzazione, se si vuole fare il lavoro per il quale si è studiato, ebbene sia legittimo non esigere diritti e contare sulla propria “forza” o resistenza. Ebbene, l’aspetto più importante, che emerge dai casi esaminati è proprio questo cambiamento di prospettiva e di cultura che avviene all’interno dei luoghi di lavoro nel momento in cui  entra la contrattazione collettiva.


L’iniziativa di muoversi verso un percorso che poi porterà ad una piattaforma di richieste contrattuali nei  casi studiati non ha seguito una unica traiettoria. Nella maggior parte si può, comunque, ravvisare un’iniziativa autonoma dei lavoratori che superando incertezze e diffidenze iniziali, in piccoli gruppi si recano ad una struttura territoriale Nidil, per esprimere il proprio disagio. Le diffidenze nascono soprattutto dalla paura di ritorsioni, ma  si sono rilevate anche difficoltà particolari ad intraprendere iniziative di riconoscimento dei propri diritti  proprio in alcune realtà del privato sociale, in cui i lavoratori si sentivano di condividere con il Committente valori  ed obiettivi. Cruciale in tutta la fase negoziale è stato, comunque, il coinvolgimento e la partecipazione attiva dei collaboratori.


Nel corso del processo negoziale  va segnalato il ruolo  importante svolto dalla Nidil nazionale, che si dimostra cruciale nel predisporre le piattaforme secondo standard  e per alzare anche il livello delle richieste. Tutti  gli accordi contemplano, infatti, una gamma ampia e ben articolata di istituti, con un elenco standard di materie e soluzioni contrattuali, con alcune clausole specifiche secondo i casi. Inoltre, rispetto alle ragioni o rivendicazioni iniziali dei collaboratori che avevano preso l’iniziativa abbiamo registrato uno scarto significativo con quanto poi è stato definito nell’accordo, che è stato in tutti i casi  sempre più ampio e coerente.


I rapporti con le strutture di categoria in rappresentanza dei lavoratori dipendenti già presenti nei luoghi di lavoro  non sempre sono stati  facili. Quello che appare evidente è che quando l’azione è co-promossa da tutti e due i soggetti di rappresentanza  i risultati sono decisamente migliori. Va riconosciuto, comunque, a Nidil la capacità di far insediare il sindacato in quelle realtà in cui non c’era una  presenza  del tradizionale sindacato di categoria.


La parte datoriale si è dimostrata sostanzialmente disponibile al confronto. Di fatto, sono gli stessi committenti ad essere convinti che una maggiore dose di  precisione formale  e di trasparenza possa servire a tutti. La disponibilità è condizionata a che l’accordo produca due effetti. Si eviti attraverso la definizione delle regole che tali rapporti di lavoro possano essere in qualche modo ricondotte al lavoro dipendente e  che la regolamentazione della parte normativa non  comporti troppi aggravi del costo del lavoro.


Nelle valutazioni espresse dai lavoratori l’iniziativa negoziale assume frequentemente il valore di momento di rottura, di discontinuità, di un cambiamento significativo del contesto e delle condizioni lavorative. I collaboratori elogiano prima di tutto l’azione di formalizzazione di una serie di regole di carattere generale, che fungono da riferimento minimo. Regole comuni, uguali per tutti, che introducono un sistema trasparente di gestione dei rapporti di lavoro. La contrattazione ha anche svolto una funzione educativa all’agire collettivo. I collaboratori, infatti, si sono sentiti tutti un po’ più lavoratori ed hanno capito l’importanza dell’azione collettiva. Non vanno, inoltre, trascurate le tipicità di domande che vengono da questi lavoratori, molto spesso con alti livelli di istruzione, che si sostanzia in una forte attenzione all’equilibrio tra tutele collettive e  tutele di diritti individuali. L’approccio di Nidil “disponibile” e non gerarchico, orientato all’ascolto, sembrerebbe aver colto, in alcuni casi, più delle categorie di rappresentanza del lavoro dipendente questo aspetto.


La contrattazione dovrà ora partire da quanto stabilito dalla legge, ma anche cercare di contrastare le ambiguità in essa presenti e regolare le materie sulle quali c’è un vuoto normativo. Il sindacato credo, infatti, debba continuare a intervenire in questa area del mondo del lavoro. Sarebbe, infatti, un errore pensare che l’area delle collaborazioni sia estranea all’ambito della contrattazione tra le parti sociali, in quanto riguarda lavoratori autonomi. Al contrario, penso che i rapporti di collaborazione debbano essere materia di contrattazione e debbano entrare a tutto titolo all’interno delle piattaforme delle categorie, unificando il mondo del lavoro, seppure in una articolazione delle tutele che rispecchi le diversità contrattuali. Lo studio ci dimostra chiaramente che quando l’azione è co-promossa  i contenuti e la qualità della contrattazione  sono migliori ed il dialogo con i lavoratori è più facile. D’altra parte solo l’attività di contrattazione ai diversi livelli può essere capace di  regolare le diversità professionali che  troviamo in questo ambito (dai lavoratori dei call center ai ricercatori universitari). E’ chiaro che non tutto può essere risolto con la contrattazione. Seppure il sindacato fosse capace di raggiungere il singolo posto di lavoro, rimane la necessità di garantire a questi soggetti un sistema di sicurezza sociale e di welfare, capace di offrire loro anche  garanzie per il futuro.


 

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