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Le gocce dei ricchi

Marco Cianca
Ottobre12/ 2022

William MacAskill, 35 anni, professore di filosofia ad Oxford, è un teorico della munificenza. Il Corriere della Sera, con un’esaustiva cronaca da Londra firmata Paola De Carolis, ci informa che questo pensatore ha scritto un libro per esaltare le donazioni. Pare che tra i ricchi faccia proseliti. Elon Musk, il più Paperone di tutti, lo apprezza molto. E non sarebbe il solo ad essersi convinto che se si dà via qualche briciola per migliorare il mondo, ci si sente sollevati e si vive meglio. La nuova tendenza ha un nome: altruismo efficace. Spiega l’autore di questa dottrina: “Se posso incoraggiare gente che ha enormi risorse a investire sulla preparazione per la prossima pandemia o sulla sicurezza dell’intelligenza artificiale piuttosto che comprare uno yacht posso dirmi soddisfatto”.

La filantropia assurta a sistema. Una versione benefica del trickle-down, la teoria del gocciolamento. In un dialogo con Thomas Piketty, “La società dei diseguali”, la senatrice Elisabeth Warren ha chiarito: “Secondo questo mito dell’economia, lasciando che i ricchi conservino una fetta più grossa dei loro patrimoni si produrrebbe un effetto a cascata che renderebbe tutti più benestanti.  Ma non è così che funziona.  La ricchezza in realtà non sgocciola giù dai ricchi verso le classi più povere, ma scorre al rovescio. Sgocciola da tutti gli altri verso i ricchi. E questo continua a succedere, sempre e ovunque”.

Gli effetti della pandemia dimostrano senza possibilità di equivoco la verità di queste asserzioni: i poveri crescono in progressione geometrica mentre i tesori dei novelli Creso aumentano di volume. Eppure, su questo non c’è indignazione popolare. A parte le teorie complottiste, che però si indirizzano solo su alcuni personaggi come George Soros o Bill Gates, la rabbia e le rivendicazioni si catalizzano contro i governi e i partiti, assolvendo di fatto i Paperoni. Come se non fosse colpa loro.

Da noi, l’esempio più eclatante di questa cecità è Silvio Berlusconi. A indebolire la sua immagine sono stati gli scandali non le accuse sui conflitti di interessi. Il fatto che i soldi gli escano dalle orecchie e che viva nello sfarzo di Arcore come un monarca non mena scandalo. Anzi, viene considerato un merito. Vale la pena, a questo proposito, di raccontare ancora una volta l’aneddoto di Antonio Giolitti e dell’idraulico. L’insigne politico, dallo storico cognome, si era rivolto ad un artigiano per un guasto nella sua bella casa in zona Campo de’ Fiori, a Roma. La magione era zeppa di libri e di quadri ma l’aggiustatore di tubi non li degnava di uno sguardo.

Incuriosito, l’ex ministro gli chiese se gli sarebbe piaciuto avere anch’egli una nutrita biblioteca e magari elevare con gli studi la propria condizione sociale. “No – rispose senza esitazioni lo stagnaio – io vorrei essere come Berlusconi”. Il Cavaliere era da poco sceso in campo e il mito della ricchezza mieteva proseliti.

Siamo ancora lì. Anzi, lui è ancora qui. In Senato, a godersi l’ennesima rinascita. Aver messo in lavatrice il cervello degli italiani continua a pagare.

I ricchi, da invidiare ed emulare. Una razza a parte, superiore al resto dell’umanità. Pare che i Satrapi moderni conducano una vita particolare. Abiti, abitudini alimentari, svaghi. I grandi manager della Silicon Valley sono salutisti, un po’ vegetariani, intrisi di filosofie orientali, alla ricerca della longevità. Propugnano una mutazione genetica. Forse un giorno andranno a vivere sulla Luna o su Marte, facendo gocciolare la loro manna sulla Terra desolata. Nuove divinità. Intanto, per mondarsi le coscienze e sentirsi buoni, praticano l’altruismo efficiente propugnato da William MacAskill.

Una curiosità inquietante. Nel libricino contenente il confronto tra Warren e Piketty, a proposito del nesso causale tra disparità sociali e guerre, nel senso che le seconde sono causate dalle prime, è contenuta la seguente frase: “Se si guarda all’attuale situazione dell’Ucraina, notiamo una forte diseguaglianza fra la popolazione, mentre gli oligarchi si combattono per l’accaparramento delle risorse”. Era il 2016.

Marco Cianca

Marco Cianca