In Italia la maternità si traduce ancora in un equilibrio fragile tra occupazione e carico di cura, tra desiderio e rinuncia, con carriere che si fermano o rallentano e difficoltà a rientrare nel mercato del lavoro. È la fotografia che emerge dall’XI edizione del Rapporto “Le Equilibriste, la maternità in Italia” elaborato dal Polo Ricerche di Save the Children.
A fronte di una costante diminuzione delle nascite (nel 2025 se ne registrano circa 355 mila con una flessione del -3,9% in un anno) e un tasso di fecondità di 1,14 figli per donna, ben al di sotto della soglia di sostituzione e della media UE (1,34 nel 2024), l’età media al parto raggiunge i 32,7 anni e le madri under 30 sono una minoranza esigua. Quasi una donna su quattro tra i 25 e i 34 anni dichiara di non avere condizioni lavorative adeguate per avere un figlio.
In Italia la penalizzazione associata alla maternità è pari al 33%, con effetti significativi e persistenti nel tempo. Guardando in particolare ai salari, nel settore privato le madri registrano una penalizzazione che può arrivare fino al 30% dopo la nascita di un figlio, mentre nel settore pubblico la penalizzazione è più contenuta (5%), ma comunque rilevante.
Rispetto alla partecipazione al mercato del lavoro, dai dati si evince che mentre gli uomini con figli sono più presenti nel mercato del lavoro degli uomini senza figli, per le donne avere figli è associato a una minore occupazione lavorativa. Se il 78,1% degli uomini tra i 25 e 54 anni senza figli è occupato, con una percentuale che si attesta al 92,8% tra i padri con almeno un figlio minore (92,9% per chi ne ha uno e 92,7% per chi ne ha due o più), per le donne della stessa fascia d’età la situazione è molto diversa: lavora il 68,7% tra quelle senza figli, ma la quota scende al 63,2% tra le madri con almeno un figlio minorenne (67% per chi ne ha uno e 58,8% con due o più). Il tasso di occupazione scende ancora per le madri con almeno un figlio in età prescolare (58,2%). Rispetto agli scorsi anni, a fronte di un incremento dell’occupazione, anche femminile, sono proprio le donne e in particolare le madri, a beneficiare di meno del trend positivo: tra le donne 25-54enni con almeno un figlio minore, l’occupazione nel 2025 rispetto al 2024 è aumentata dello 0,1%, mentre l’aumento è dello 0,9% per gli uomini nelle stesse condizioni.
Le differenze territoriali sono marcate: tra le madri 25-54enni con almeno un figlio minore il tasso di occupazione si attesta al 73,1% al Nord e 71% al Centro, mentre nel Sud e isole scende al 45,7%. Un fattore di protezione risulta essere il titolo di studio: tra le madri con figli minori il tasso di occupazione cresce in modo netto per le più istruite, dal 37,7% tra le donne con al massimo la licenza media, al 62,8% tra le diplomate, fino all’85,4% tra le laureate.
Il pianeta maternità è caratterizzato anche dal part-time: ne fanno ricorso il 32,6% delle donne 25-54enni con almeno un figlio minore (di cui l’11,7% è part-time involontario), contro il 3,5% dei padri nella stessa condizione. In aumento la quota di donne occupate con contratti a termine da almeno 5 anni (da 17,4% a 19,1%).
“La lettura dei dati ci restituisce la fotografia di un Paese in cui la maternità resta ancora uno dei principali fattori di disuguaglianza”, ha dichiarato Antonella Inverno, Responsabile Ricerca e Analisi Dati di Save the Children Italia. “Viviamo in un sistema che continua a scaricare i costi della genitorialità in modo sproporzionato sulle donne, come il rapporto Le Equilibriste denuncia da undici anni. Nel 2026 dobbiamo ancora rimarcare come la situazione delle madri in Italia sia addirittura peggiorata rispetto agli scorsi anni. Nonostante gli impegni annunciati, aumentano le dimissioni delle neomamme e, tra le madri più giovani, la maggior parte non studia, non lavora e non è inserita in percorsi di formazione”.
Il Rapporto propone anche quest’anno il Mothers’ Index regionale, realizzato in collaborazione con l’ISTAT, che misura le condizioni delle madri attraverso 7 ambiti – Demografia, Lavoro, Rappresentanza, Salute, Servizi, Soddisfazione soggettiva e Violenza – utilizzando 14 indicatori provenienti da diverse fonti del sistema statistico nazionale.
In questa edizione la regione più “amica delle madri” è l’Emilia-Romagna (110,115), seguita dalla Provincia Autonoma di Bolzano (106,334) e dalla Valle d’Aosta (105,718), che torna sul podio dopo il forte arretramento registrato nell’edizione precedente. Segnali di miglioramento si osservano per il Piemonte, che sale dal 12° all’8° posto (103,473), e per la Calabria, che guadagna due posizioni, passando dal 18° al 16° posto (94,197).
Al contrario, si registrano arretramenti nel Nord-Est: il Friuli-Venezia Giulia scende dall’8° al 13° posto (100,801) e il Veneto dal 9° al 12° (100,978), evidenziando un indebolimento relativo nel confronto nazionale. Perdono terreno anche il Molise, che scivola dal 15° al 17° posto (94,177), e il Lazio, che passa dal 6° al 9° posto (103,469). Nel Mezzogiorno il quadro resta complessivamente stabile e su livelli inferiori alla media nazionale (101,460): l’Abruzzo, con un valore pari a 99,259, si conferma la regione meglio posizionata tra quelle meridionali (14° posto), mentre in fondo alla classifica si collocano la Basilicata (92,276), la Puglia (92,226) e la Sicilia (91,930).
Nel complesso, la situazione italiana mostra un lieve peggioramento rispetto agli ultimi due anni: l’indice nazionale scende a 101,460, in calo rispetto al 102,635 del 2024 e al 102,002 del 2023. Una flessione riconducibile in particolare al peggioramento delle dimensioni della demografia, del lavoro e della salute.
La dimensione Lavoro del Mothers’ Index registra un peggioramento netto in tutte le regioni: nel 2025 l’Italia scende a 88,3 punti, con un calo di oltre 11 punti rispetto al 2022 e di quasi 10 punti sull’ultimo anno. A pesare sono soprattutto l’aumento della precarietà, con la quota di donne occupate in lavori a termine da almeno 5 anni salita dal 17,4% al 19,1%, e la crescita delle dimissioni delle madri con figli piccoli, passate da 4,8 a 6,8 ogni 1.000 donne occupate.
Migliora solo il part-time involontario, in lieve diminuzione, ma non basta a compensare il peggioramento complessivo. Si registrano, pertanto, arretramenti anche significativi in diversi territori. È il caso della Valle d’Aosta, che perde ben 10 posizioni rispetto all’anno precedente (da 9° a 19° posto; 75,975), e del Piemonte, che scende dal 2° al 10° posto (87,393).
In cima alla classifica del dominio lavoro si collocano le Marche, al 1° posto (99,768), seguita da Toscana (97,258) e Molise (94,938), mentre in coda si trovano la Valle d’Aosta, al 19° posto appunto (75,975), seguita da Friuli-Venezia Giulia (73,407) e Provincia Autonoma di Bolzano (38,639). A differenza dei cali, i miglioramenti registrati in alcune regioni risultano più contenuti e non compensano le perdite. Un arretramento diffuso che conferma come, da Nord a Sud, per le madri diventi sempre più difficile restare nel mercato del lavoro.

























