Il pubblico ministero di Milano Paolo Storari ha disposto il controllo giudiziario d’urgenza per l’ipotesi di caporalato nei confronti di Caddell Construction, multinazionale statunitense dell’edilizia impegnata nella realizzazione del nuovo Consolato generale degli Stati Uniti a Milano. Nell’ambito della stessa indagine, è stato fermato Ulas Demir, dirigente della divisione italiana della società, bloccato all’aeroporto di Orio al Serio mentre stava per imbarcarsi su un volo diretto a Istanbul insieme alla famiglia. Secondo i magistrati, alcune intercettazioni avrebbero evidenziato una chiara intenzione di lasciare il Paese dopo l’emersione delle accuse. Per questo la Procura ha disposto il fermo, eseguito dai carabinieri del Nucleo ispettorato del lavoro.
L’inchiesta della Procura milanese ipotizza un sistema di sfruttamento della manodopera che avrebbe coinvolto decine di lavoratori indiani reclutati per il cantiere della futura sede diplomatica statunitense. Secondo gli accertamenti, gli operai sarebbero stati attirati in Italia attraverso un’agenzia intermediaria alla quale avrebbero dovuto versare fino a 500mila rupie, pari a circa 4.500 euro, per ottenere il trasferimento e l’assunzione.
Una volta arrivati nel Paese, i lavoratori avrebbero percepito retribuzioni effettive ben al di sotto degli standard previsti, con compensi stimati attorno ai due euro l’ora. Gli inquirenti contestano inoltre condizioni di particolare vulnerabilità economica e contrattuale, aggravate dalla dipendenza dei dipendenti dal sistema di reclutamento che ne aveva favorito l’ingresso in Italia.
Secondo quanto emerso dalle indagini, gli operai avrebbero lavorato fino a dieci-dodici ore al giorno per sei giorni alla settimana. Gli stipendi, inizialmente compresi tra 1.200 e 1.500 euro mensili, sarebbero stati progressivamente ridotti da trattenute per vitto, alloggio e altri costi, abbassando il compenso reale a pochi euro l’ora.
La misura del controllo giudiziario, prevista dalla normativa antimafia e sempre più utilizzata nei casi di sfruttamento lavorativo, consente all’azienda di proseguire l’attività sotto la supervisione di un amministratore nominato dal tribunale, con l’obiettivo di interrompere eventuali pratiche illecite e ripristinare condizioni di legalità.
Negli atti dell’inchiesta la Procura descrive il contesto come una situazione di «para-schiavismo», ipotizzando un sistema strutturato di sfruttamento della forza lavoro all’interno di un’opera dal valore di circa 200 milioni di dollari. Gli accertamenti proseguono per chiarire le responsabilità individuali e societarie e ricostruire l’intera filiera di reclutamento che avrebbe portato in Italia i lavoratori coinvolti.



























