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Home - Approfondimenti - L'Editoriale - Parte coi metalmeccanici la stagione contrattuale

Parte coi metalmeccanici la stagione contrattuale

di Massimo Mascini
26 Febbraio 2024
in L'Editoriale
Istat, il Covid frena rinnovi, 10 mln i lavoratori con contratto scaduto

Con l’approvazione della piattaforma dei metalmeccanici da parte dell’assemblea unitaria dei delegati è partita la stagione dei rinnovi contrattuali. Quello dei meccanici non è che uno dei tanti contratti, ma da sempre ha rappresentato un preciso punto di riferimento per tutte le categorie dell’industria. C’è stato un periodo in cui questa trattativa non era più al centro dell’attenzione, per lo più legato al momento di massima disunione tra le diverse sigle confederali, ma ormai sembra proprio acqua passata. E i contenuti della piattaforma messa a punto adesso conferma questo giudizio positivo. Per quanto attiene al salario, alla gestione dell’orario di lavoro, alla formazione, i meccanici sono certamente all’avanguardia.

È lecito quindi attendersi molte novità da questa trattativa, che dovrebbe iniziare a breve. Per quanto attiene al salario non si dovrebbero incontrare particolari difficoltà. L’assist del governatore della Banca d’Italia ha infatti spianato la strada ai sindacati. Fabio Panetta non ha solo detto infatti la settimana scorsa che non è alle viste una nuova rincorsa prezzi salari, pure possibile considerando la crescita improvvisa che ha interessato l’inflazione. È andato più in là affermando a chiare lettere che una crescita dei salari potrebbe sostenere la ripresa e lo sviluppo dell’economia.

Questo non fuga la possibilità che il confronto sul salario sia complesso e sostenuto, almeno per un paio di motivi. Il primo è determinato dal fatto che l’anno passato i meccanici hanno potuto avere un aumento delle retribuzioni di 123 euro grazie al meccanismo fissato con l’ultimo contratto: l’indice Ipca era salito più del previsto ed è scattato un automatismo. Le aziende naturalmente hanno aumentato i livelli retributivi, ma vorranno tener conto di questo aumento improvviso. E poi, ed è il secondo motivo, sempre le aziende non potranno non chiedere un aumento della produttività. Vorranno cioè che le risorse necessarie per sostenere un aumento delle retribuzioni siano trovate con una maggiore produttività del sistema della produzione. Si discuterà quindi  molto di organizzazione del lavoro, di investimenti, ma questa è la normalità dei confronti contrattuali.

Molto interessante sarà il confronto sull’orario di lavoro. La piattaforma indica le 35 ore settimanali, che potrebbe causare qualche mal di pancia per il ricordo di passate, sbagliate, battaglie sindacali. Ma il tema è pienamente al centro del confronto generale. È proprio sulla gestione dell’orario di lavoro, infatti, che si gioca gran parte delle possibilità di avere un salto di produttività. Ed è proprio sulla riduzione dell’orario che verte la maggiore attenzione che le aziende hanno deciso di prestare alla persona, alle sue esigenze, alle sue richieste. Le sperimentazioni hanno mostrato anche l’importanza e l’efficacia della riduzione della settimana lavorativa a soli quattro giorni. È difficile che il nuovo contratto arrivi a tagliare un giorno dalla settimana lavorativa, ma certamente questo riferimento sarà al centro del confronto. Del resto, è sempre stato questo l’iter delle grandi modifiche contrattuali: si parte in azienda, sommessamente, si sperimentano le novità e solo dopo aver ricevuto risultati convincenti si allargano le novità all’intera categoria.

Questo ragionamento ci porta a un altro grande problema che attiene alla contrattazione, al rapporto tra i diversi livelli di negoziazione. La diatriba tra chi esalta l’importanza del contratto nazionale e chi invece crede che la strada da percorrere preferibilmente sia quella dei confronti in azienda (o in filiera, la differenza non è poi troppa) non è mai terminata. C’è ancora chi pensa che la strada dei contratti d’azienda sia la migliore per ottenere risultati concreti in termini di aumento della produttività, ma anche chi non crede alla bontà di questa scelta perché i contratti d’impresa raggiungono poco più del 30-40% dei lavoratori e non si possono creare divisioni nette tra le persone.

I sindacati naturalmente sono per il primato del contratto nazionale, proprio perché più vicino all’universalità, ma non possono non tener conto di chi la pensa diversamente. Anche perché il contratto nazionale mostra certamente debolezze molto marcate, soprattutto per quanto riguarda i tempi troppo lunghi delle trattative. Il Cnel ha dato indicazioni molto pesanti sul tempo necessario ad avere il rinnovo di un contratto nazionale, ma la verità è che esiste una netta differenza tra il mondo dell’industria, il terziario e il pubblico. Nell’industria di solito non si incontrano particolari problemi con i rinnovi: esistono forti difficoltà in qualche settore, ma per lo più si procede velocemente. Il record è certamente del settore chimico, dove quasi sempre i contratti vengono rinnovati prima ancora che scadano, a volte anche in una sola sessione di trattative. I chimici però sono diversi, basti pensare alla generosa decisione presa da Federchimica e Farmunione di anticipare di sei mesi l’avvio del pagamento di una quota di crescita salariale prevista dal contratto, una necessità a loro avviso per aiutare i lavoratori in una difficile stagione.

Se per l’industria i tempi dei rinnovi non sono un problema, per gli altri settori la situazione è molto diversa. Tutti i contratti dei pubblici dipendenti hanno un ritardo di anni, e nemmeno pochi. Frutto del blocco che per risparmiare risorse pubbliche ogni tanto viene deciso, ma anche di un iter complesso che certamente non aiuta. Ma peggio, molto peggio, accade per il terziario. I contratti più importanti, quello del commercio e quello del turismo, sono scaduti dal 2019 e non si vede una luce, nonostante interessino più di 5 milioni di lavoratori, i 3 milioni del commercio e i quasi 2,5 del turismo e alimentazione. Non mancherebbe la volontà di arrivare a un’intesa, ma le parti non sono in grado di trovare una soluzione. I sindacati chiedono quanto hanno perso i salari a causa dell’inflazione, le aziende non hanno le risorse necessarie. Un ritardo impressionante, che mette in luce i problemi di un sistema contrattuale che forse andrebbe ripensato. La realtà è che un enorme settore dell’economia resta bloccato. La prossima stagione contrattuale anche di questo si dovrà occupare.

Massimo Mascini

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