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Home - Approfondimenti - La nota - Più reati, meno sicurezza: detenuti e polizia nello stesso girone delle carceri italiane

Più reati, meno sicurezza: detenuti e polizia nello stesso girone delle carceri italiane

di Elettra Raffaela Melucci
9 Marzo 2026
in La nota
Più reati, meno sicurezza: detenuti e polizia nello stesso girone delle carceri italiane

La scorsa settimana il Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale ha pubblicato il report sui decessi in carcere riferito al 2025, con il dichiarato scopo di «fornire una base conoscitiva utile per comprendere l’entità e le caratteristiche del triste fenomeno». Nel periodo considerato, i suicidi in carcere sono stati 76, dopo gli 83 del 2024, mentre negli ultimi anni la media è stabilmente sopra quota 70. Una diminuzione che, tuttavia, continua a confermare quella che è una vera e propria emergenza ormai divenuta strutturale del sistema penitenziario e di giustizia italiano.

«È evidente che qualcosa non funziona», commenta a Il Diario del Lavoro Giordana Pallone, segretaria nazionale della Funzione Pubblica Cgil, «soprattutto se ciò si verifica all’interno di un contesto in cui esiste un’istituzione che dovrebbe avere la custodia di queste persone ed evitare che accada». Il dato dei suicidi è il termometro delle condizioni inumane in cui si viene ristretti, ma anche delle enormi difficoltà che il personale di polizia penitenziaria e quello delle funzioni centrali — personale amministrativo, educativo, assistenti sociali e sanitari che operano all’interno degli istituti penitenziari — si trova ad affrontare nel tentativo di prevenire queste tragedie.

Questa situazione dipende anche da un tasso di sovraffollamento delle carceri che supera il 130% a livello nazionale, con istituti che arrivano oltre il 150% o perfino al 200%, conseguenza anche di un approccio fortemente securitario da parte dell’attuale esecutivo, che ha introdotto nuove fattispecie di reato e pene più severe. Il rischio è che le carceri vengano trasformate in una sorta di discarica sociale per carenze che lo Stato non è riuscito a colmare prima. In pochi anni, spiega Pallone citando i dati del Garante, la presenza media annua di detenuti nelle carceri è aumentata di quasi 10.000 unità. A questo incremento, però, non ha fatto seguito un aumento proporzionale del personale, né di polizia penitenziaria né delle funzioni centrali. Utile, in questo senso, sarebbe consentire l’esecuzione penale esterna, che ridurrebbe sensibilmente il sovraffollamento. Ma servono risorse, personale aggiuntivo e un contesto normativo favorevole perché tutto questo sia realizzabile.

L’interesse del governo, invece, «è quello di un approccio molto retorico nel dire che ci si sta occupando di sicurezza, pensando che rinchiudere le persone negli istituti penitenziari sia la soluzione al problema della riduzione della criminalità o che non abbia conseguenze esponenzialmente moltiplicatrici sul fenomeno». Un approccio che, secondo Pallone, entra in tensione con l’articolo 27 della Costituzione, che prescrive che le pene debbano tendere alla rieducazione del condannato e non alla sua mera afflizione, ma anche con l’articolo 111 sul giusto processo. In particolare, a fronte di un aumento dell’incidenza dei detenuti stranieri con il decreto Cutro, viene superata la figura dell’assistente legale nella prima accoglienza e vengono indebolite le figure di mediazione linguistica, che hanno consentito di favorire i percorsi di riconoscimento della protezione internazionale. Piuttosto, servirebbe un’infrastruttura «più sociale» di intervento da parte dell’amministrazione dello Stato, attraverso il potenziamento di tutte quelle figure che consentano di garantire i diritti delle persone sottoposte alla pena.

Tutto questo, ovviamente, si ripercuote sugli organici già di per sé depotenziati, vittime delle stesse condizioni disumane dei detenuti. Dal punto di vista infrastrutturale, spiega Pallone, agenti e detenuti si trovano spesso in contesti ai limiti della salute e della sicurezza. Vivere e lavorare con l’attuale tasso di sovraffollamento, pur territorialmente differenziato, «vuol dire trovarsi di fronte a un problema di vera e propria agibilità degli istituti penitenziari».

Il personale è insufficiente lungo tutta la filiera del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria. Questo si traduce in sindromi da burnout, stress lavoro-correlato, sovraccarichi di lavoro, ricorso sistematico allo straordinario per sopperire alle carenze, ma anche in aggressioni sempre più frequenti. Si contano diversi suicidi anche tra gli agenti di polizia penitenziaria, episodi spesso invisibilizzati, probabilmente per tenere a bada un’opinione pubblica già compromessa dal pregiudizio verso questo tipo di professione. «È un’altra dimostrazione di non attenzione nei confronti di chi svolge una funzione pubblica, anche e soprattutto nei contesti in cui ti trovi a dover fronteggiare ogni giorno persone che hanno commesso un reato o sono in attesa di giudizio. Una scarsa attenzione che, da parte del governo, denota la consapevolezza di essere nell’errore, perché altrimenti si svelerebbe la retorica vuota sulla centralità della sicurezza, che tale non è».

Detenuti e polizia penitenziaria sono accomunati dal fatto di essere la cartina di tornasole «di quanto le condizioni dei nostri istituti siano contrarie alla dignità umana e alla dignità del lavoro». Questo, tra l’altro, smentisce anche i proclami del governo, che sin dalla prima ora ha promesso massicce assunzioni straordinarie. Promesse forse un po’ frettolose, visto che per questo tipo di lavoro è necessaria una formazione mirata. Anche questo rivela «una sostanziale sottovalutazione della crucialità di chi lavora nella pubblica amministrazione in tutte le articolazioni dello Stato», ma anche una scarsa attenzione «alle conseguenze dei provvedimenti ideologici di questo governo, cui non interessano le ripercussioni sulla vita delle persone, soprattutto di quelle che lavorano».

La segretaria della Fp Cgil porta un esempio che dà la dimensione plastica dell’avventatezza dell’approccio. Tra le ultime novità del decreto sicurezza, infatti, si prevede la possibilità di infiltrare agenti di polizia penitenziaria all’interno della popolazione carceraria. Un provvedimento che, secondo Pallone, «denota scarsa conoscenza delle condizioni di vita e di lavoro negli istituti penitenziari. Significa innescare micce di disordini, diffidenza e quindi conflittualità all’interno del sistema, oltre a quelle che già esistono per le condizioni date. Si istituzionalizza una diffidenza tra persone che si trovano nella stessa condizione e, oltre ad alimentare le tensioni all’interno della popolazione detenuta, si alimenteranno anche quelle verso la polizia penitenziaria, che potrebbe avere degli infiltrati».

«Questo governo non tiene assolutamente conto delle condizioni di lavoro delle lavoratrici e dei lavoratori degli istituti penitenziari, a cominciare dalle forze di polizia penitenziaria, che avrebbero bisogno di tutt’altri interventi». Si tratta di donne e uomini che hanno scelto di lavorare «in una delle amministrazioni più di frontiera della pubblica amministrazione. Hanno un coraggio non comune perché si trovano a lavorare in condizioni difficili e con un’utenza peculiare rispetto alla generalità della popolazione. Proprio per questo dovrebbero avere le attenzioni che meritano, non essere considerati l’ultima ruota del carro».

In questo equilibrio fragile, detenuti e polizia penitenziaria restano nello stesso girone: quello di un sistema che fatica a reggere il peso delle proprie contraddizioni.

Elettra Raffaela Melucci

Elettra Raffaela Melucci

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