Venerdì 13, su invito di Beppe Zuccatelli, dirigente sanitario in diverse Regioni italiane, sono andato all’Università Bocconi di Milano per assistere alla presentazione del libro “Il Management del Servizio Sanitario Nazionale” (Franco Angeli), con gli autori e altri importanti protagonisti di quella storica riforma. È stato davvero molto interessante ascoltare la ricostruzione delle diverse fasi: la creazione dell’SSN e il superamento delle “casse mutue”, la sua regionalizzazione, l’aziendalizzazione che introduce criteri di buona gestione anche economica di quei servizi (contro gli sprechi precedenti), la nascita e la depoliticizzazione dell’amministrazione delle Usl, la drammatica ma importante esperienza durante il Covid, le cose da fare ora di fronte a una popolazione che invecchia e ai nuovi bisogni sanitari da soddisfare (meno acuzie e più cronicità, per dirla schematicamente).
Davvero discorsi molto interessanti che svelano la complessità del sistema organizzativo che sta dietro i medici, i pronto soccorso, gli ospedali: le sue eccellenze e le sue carenze.
Nel constatare la competenza dei protagonisti, però, ho avuto l’impressione che la cultura dominante in quel bel dibattito fosse un po’ troppo “autoreferenziale”: che facessero “i conti senza l’oste”, come si dice. In questo caso “l’oste” sono i cittadini e chi li rappresenta. Che fossero bei ragionamenti ma visti tutti dall’interno del dell’SSN. E non ho resistito alla tentazione di dire la mia, a partire dai 10 anni di esperienza di amministratore della città di Ferrara. Ringrazio gli organizzatori per avermelo permesso.
Ecco i punti principali delle mie obiezioni, più che domande:
- La legge sulle competenze delle amministrazioni locali dice che il sindaco è “responsabile della salute dei suoi cittadini”;
- Malgrado questo il sindaco non ha alcuna voce nella gestione e nel miglioramento del sistema sanitario del suo territorio che compete totalmente alla Regione;
- I cittadini si lamentano con il sindaco di quello che non funziona (tempi lunghi per le visite specialistiche, costi crescenti, intasamenti, pochi posti letto, ecc. e non con il direttore della Usl che non sanno nemmeno chi sia;
- Nei Comitati di Controllo territoriali ci sono anche i sindaci ma come “uno dei tanti interlocutori” ex post (dopo che le decisioni sono già state prese), non come rappresentanti dei cittadini nel rapporto tra bisogni e servizi;
- La sintesi tra nuovi bisogni delle persone e risposte dei servizi sanitari non può essere fatta a livello regionale (ammesso che), perché quell’ente di governo del sistema sanitario è troppo distante dalle persone in carne e ossa e dalle loro necessità reali;
- E nemmeno dalle Usl che adottano, appunto, principalmente una logica amministrativa aziendalistica che parte dai bilanci e non dall’efficacia del sistema;
- Tra aziendalizzazione dell’SSN e la sua privatizzazione c’è una bella differenza.
Gli esperti che stavano in aula mi hanno risposto che i Comuni sono troppi e troppo piccoli per poter avere un rapporto diretto con le Usl che invece hanno necessariamente una competenza territoriale più ampia. Obiezione un po’ troppo automatica e difensiva, a mio avviso.
Io parlavo infatti dei sindaci delle città capoluoghi di Provincia che devono rispondere anche loro (data l’eliminazione molto discutibile delle amministrazioni provinciali) alle esigenze di un territorio più vasto del loro singolo Comune.
A cercare una sintesi tra questi diversi punti di vista ci ha provato Beppe Zuccatelli, proponendo che nei comitati (CCM) che dovranno cercare di riorganizzare i servizi sanitari sulla base dei nuovi bisogni della popolazione e del principio di prossimità (per un sistema non più prevalentemente “ospedalocentrico”), entrino anche i Comuni di una certa dimensione e i loro sindaci con funzioni di interlocutore primario. Io sono d’accordo: mi sembra che sia una buona soluzione, anzi, l’unica possibile. Altrimenti continueremo a rimpallarci le responsabilità di ciò che non funziona per altri 20 anni. Tra l’altro, la legge n. 126 del 2020 aiuta ad andare in questa direzione, bisogna cominciare ad applicarla.
Ultima considerazione. Gli esperti stimano che al momento manchino nel SSN almeno 5000 medici di medicina generale e almeno 20.000 specialisti. Se non si parte da lì sono tutte chiacchiere: compreso le mie.




























