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Home - Approfondimenti - Analisi - Quattro questioni oltre il Patto per l’Italia

Quattro questioni oltre il Patto per l’Italia

di Roberto Benaglia
19 Luglio 2002
in Analisi

Roberto Benaglia – Segretario generale Fim Cisl Lombardia

Con il passare dei giorni, se si lasciano da parte le inevitabili polemiche tra sostenitori e detrattori, l’accordo siglato tra governo e parti sociali sui temi del lavoro appare sempre più per quello che è. Si tratta di un’intesa parziale, condizionata negli esiti sia dalla forza parlamentare di cui il governo gode anche in virtù del bipolarismo che dalla debolezza dell’azione sindacale dovuta alle profonde divisioni tra Cgil da un lato e Cisl e Uil dall’altro.
Gli italiani ed i lavoratori stessi stanno accorgendosi che non si tratta né del roboante ‘Patto per l’Italia’ né di un ‘patto scellerato’. Al di là dell’alta simbologia riposta attorno al tema dell’art.18 (ma non dimentichiamo mai che esso copre la minoranza dei lavoratori italiani) le nuove regole non minano definitivamente il sistema di diritti, anche se siamo ben lontani dalla realizzazione di nuove tutele per chi non ne ha. Preoccupa semmai l’ulteriore diffusione di nuove forme di lavoro flessibili e precario (basta guardare allo ‘staff leasing’). Il positivo innalzamento della indennità di disoccupazione ha solo avviato una riforma degli ammortizzatori sociali che sarà tale solo quando strumenti come la cassa integrazione e la mobilità saranno rivisti e orientati al reimpiego. La manovra fiscale concordata per il 2003 a favore dei redditi medio-bassi certamente ribalta l’impostazione iniziale del Governo, anche se dovrà fare i conti con la tenuta del bilancio e della spesa sociale.
Per chi, come la Cisl, ritiene con legittimità che sia stato importante avere respinto i contenuti maggiormente pericolosi degli iniziali provvedimenti governativi, difendere il ruolo delle parti sociali nella politica di riforme, non sottostare al ricatto massimalista di una Cgil che resta unita solo nel non trattare e nell’idea di opposizione politica, non è però tempo di tirare i remi in barca.
Sono quattro le questioni fondamentali che questa intesa lascia aperte e che chiamano il sindacalismo confederale italiano da subito alla controprova:
1. Ridisegnare il sistema di diritti e tutele per il lavoro che è profondamente cambiato. Tutti sanno che il tavolo per lo Statuto dei Lavori si congiungerà nei fatti con la verifica fra 2 anni circa l’efficacia della attuale deroga negoziata sull’art.18. Se il sindacato si ripresenterà a questo appuntamento attestandosi di nuovo esclusivamente sulla linea Maginot dell”art.18 non si tocca’ potrà giocare una partita solo difensiva dagli esiti incerti, con il rischio di minare definitivamente la propria credibilità tra i lavoratori. Questi 2 anni vanno usati per pensare a come confermare e rendere universale l’essenza dei diritti sui licenziamenti (che riguardano la non discriminazione) e per confezionare misure e tutele nuove sia per chi ha già il 18 che per chi non ce l’ha.
2. Una idea di welfare. Le riforme in campo sanitario, assistenziale e pensionistico saranno probabilmente il prossimo banco di prova in cui il governo e le forze che lo sostengono cercheranno di realizzare un sistema di welfare non più universalistico ed adeguato ma minimo e ridotto. Anche in questo caso è poco consigliabile limitarsi alla adozione di parole d’ordine di cui i lavoratori cominciano a sospettare (‘Le pensioni non si toccano’). Il sindacalismo deve rimettere mano alle priorità del welfare: per un anziano un valido sistema di assistenza è oggi, al contrario di ieri, altrettanto importante che una adeguata copertura pensionistica. La sostenibilità economica di un welfare moderno è un problema che il sindacato deve porsi, poiché solo così può realisticamente combattere la devastante idea del ‘fai da te’ assicurativo e della sostituzione del pubblico con il privato.
3. Una nuova politica dei redditi. Sebbene sia stato poco notato in questi giorni, il sistema di politica dei redditi su cui la contrattazione salariale si è basata nell’ultimo decennio è entrato in crisi. Per la prima volta dal 1993 Cgil Cisl e Uil hanno dichiarato di non poter adottare il tasso di inflazione programmata fissato dal governo nel DPEF per il 2003 all’1,4%, in quanto non credibile. Nel momento in cui l’inflazione è ormai sotto controllo e in piena media europea, si potrebbe adottare il concetto più concreto di ‘inflazione attesa’ onde evitare sia le penalizzazioni sui salari che una errata programmazione dell’inflazione causerebbe, sia l’illusione di liberarsi dai gioghi della politica dei redditi tramite l’avvio di una rincorsa salariale nei contratti nazionali che non porterebbe lontano. I salari soffrono, è vero, ma i motivi stanno nella ancor poco diffusa contrattazione aziendale, nella mancanza di una contrattazione territoriale e nella perdita di autorità salariale da parte della contrattazione (la professionalità e la disponibilità dei singoli lavoratori sono pagate unilateralmente dalle aziende). Il rinnovo contrattuale die metalmeccanici fin dal prossimo autunno è chiamato a dimostrare su questi elementi la capacità riformatrice e la solidità del contratto nazionale.
4. Verso una legge sulla rappresentanza? L’escalation di accordi separati (quello del 5 luglio arriva un anno dopo quello dei metalmeccanici), di scioperi dichiarati in modo separato può portare il sistema di relazioni industriali fuori controllo e nella confusione. Il rischio è quello di smarrire regole costanti e comuni e di scivolare in uno scenario alla francese, con sindacati sempre meno rappresentativi, la cui contrattazione viene sopravanzata dalla legislazione. Potremmo fra non molto ritrovarci in una situazione di caos che aumenterebbe da parte di molti la richiesta di una legge sulla rappresentanza, magari come occasione anche per regolamentare più rigidamente il diritto di sciopero, e di una immediata applicazione dell’art.39 della Costituzione (quello sì che sarebbe il ‘sindacato parastatale’). Sarà difficile che un parlamento come questo faccia una buona legge. Ma prima che sia tardi i sindacati, Cisl in testa, devono produrre uno sforzo per ridefinire regole comuni su come si tratta, su come si regolano le divergenze, su come si validano le intese, al fine di evitare che quella dei referendum abrogativi diventi la principale azione dei sindacati futuri.
Questa legislatura è ancora lunga. Non c’è tempo né di avere timore, né di isolarsi sull’Aventino come la Cgil vuole fare. Soprattutto non ci sarà concesso di lasciar stare le cose come ora stanno.

Roberto Benaglia

Roberto Benaglia

presidente Fondazione Pierre Carniti

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