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Home - Approfondimenti - Analisi - Quel che insegna la storia

Quel che insegna la storia

di Massimo Mascini
26 Marzo 2002
in Analisi

Massimo Mascini

Il momento di maggiore rischio che si è corso sabato 23 marzo, durante la imponente manifestazione della Cgil a Roma contro il terrorismo e per i diritti, è stato il minuto di silenzio che è stato osservato in onore di Marco Biagi, barbaramente ucciso dalle Br quattro giorni prima. Tre milioni di persone, o anche due per i pessimisti, sono tanti, una folla immensa nella quale può esserci di tutto. Non necessariamente provocatori, ma forse dissenzienti, persone che per la loro storia individuale possono pensarla diversamente. Era possibile che qualcuno rompesse quel silenzio con un grido, con una minaccia, magari  anche solo per smania di protagonismo. Non è successo. L’enorme piazza ha reagito con compostezza all’invito che le era stato rivolto. Non è volata una mosca. Tre milioni di persone hanno rispettato un assoluto silenzio. E’ stata l’ennesima prova dell’enorme lontananza che separa la sinistra, il sindacato e la Cgil dal terrorismo, dalla violenza, dalla prevaricazione con la forza sulla dialettica delle idee.
Non è bastato, per qualcuno. Ministri della Repubblica il giorno dopo hanno creduto di dover dire e scrivere che non esiste vera separazione del sindacato con l’estrema sinistra, come se poi il terrorismo fosse di sinistra. La verità è che il sindacato è mille miglia lontano dalle misere sponde del terrorismo, condanna fortemente il fenomeno, lo combatte aspramente, anche pagando un prezzo forte, perché l’eversione sa bene che il suo vero nemico è proprio il sindacato, dato che la sua ambizione sarebbe proprio quella di sostituirsi al movimento sindacale nella rappresentanza dei lavoratori. E non è quindi un caso se il terrorismo indica come nemici da abbattere il sindacato e i sindacalisti e se rivolge la sua violenza contro di loro, colpendo chi più degli altri si prodiga per cercare la pace sociale, gli accordi, le intese a favore dei lavoratori, credendo in tal modo di cambiare la realtà del dialogo sociale, di fermare la crescita del benessere.
Una contrapposizione ferma e tenace, che è una colpa non riconoscere e onorare.
Non è stato sempre così. C’è stato un lungo periodo, quello iniziale, nel quale non era chiara a tutto il sindacato la distanza politica e morale che divideva terrorismo e mondo del lavoro. L’avvio della lotta vera del sindacato contro il terrorismo ha una data precisa. E’ il 1979, l’anno in cui le Br uccisero Guido Rossa. Era un delegato dell’Italsider di Genova, molto amato dagli operai della sua fabbrica, stimato negli ambienti sindacali con i quali collaborava attivamente. Un bel personaggio, molto noto tra i suoi compagni di lavoro. Una mattina incrociò uno dei suoi operai che usciva da un locale della fabbrica. Entrò e trovò un pacco di volantini delle Br. Non ebbe esitazioni, denunciò immediatamente l’accaduto alle autorità di polizia. Pochi giorni dopo pagò con la vita la sua lealtà allo Stato.
Un episodio banale, forse, ma per il sindacato fu uno shock. Per la prima volta fu chiaro da che parte stava il terrorismo, come non esitasse a uccidere anche uno dei figli prediletti della classe operaia e del sindacato. Due anni prima c’era stato un altro campanello d’allarme per il sindacato, quando Luciano Lama era stato contestato violentemente alla Sapienza di Roma. L’università ribolliva per la nascita di quello che sarebbe stato il movimento del ’77 e il segretario della Cgil aveva deciso di parlare agli studenti, forse per incanalare il loro malcontento. Lama pensava si trattasse di normale routine, ebbe solo un soprassalto di incertezza all’ultimo momento, chiese ai suoi se davvero non si prevedessero problemi, ma ricevette assicurazioni. E invece era una sorta di trappola perché Autonomia operaia, allora fortissimo movimento, soprattutto a Roma, aveva già fatto sapere di considerare un comizio del segretario della Cgil una provocazione. In realtà, anche Autonomia era spaccata tra quello che poi sarebbe stato il suo braccio armato e gli altri, quelli che avrebbero poi dato sostanza alla sinistra sindacale, Cobas e via dicendo. Fatto è che in quella fredda mattina Lama fu contestato violentemente da gruppi di studenti e di non studenti, gli fu impedito di parlare, fu fischiato e insultato. Cercarono di picchiarlo e fu salvato a stento da un fragile drappello di uomini del servizio d’ordine del sindacato. La Cgil lasciò sul campo un camioncino rosso sul cui tetto Lama aveva cercato di parlare. Era usato per i comizi volanti, lo conoscevano tutti i lavoratori. Ma soprattutto lasciò sul campo l’ingenuità di considerare comunque tutti figli della stessa matrice, tutti figli della lotta dei lavoratori, della sinistra.
Lama rimase a lungo colpito da questo episodio, che aveva svelato l’esistenza di forti sacche di resistenza alle parole d’ordine del sindacato confederale, che invece per tutti gli anni settanta, dall’autunno caldo in poi, aveva avuto campo libero. E prese così il via una profonda riconsiderazione del fenomeno del terrorismo, fino a quel momento mai veramente capito. Negli anni precedenti infatti, quando i nuclei terroristi cominciavano a manifestare la loro esistenza con attacchi, ferimenti e poi uccisioni, negli ambienti sindacali  il giudizio era molto sommario. Si pensava semplicemente che fossero provocazioni di destra. Quando fu chiara la matrice di sinistra di questi gruppi il giudizio di fondo si modificò e si cominciò a parlare di “compagni che sbagliano”. Mancava ancora la condanna totale del fenomeno.
Col procedere del tempo e l’acuirsi del fenomeno terrorista la valutazione si fece più precisa, anche perché non era più possibile in alcun modo fingere che questi nuclei terroristi fossero qualcosa di diverso da quello che effettivamente erano. Ma anche quando il sindacato cominciò a comprendere la natura eversiva del fenomeno terrorista, a rendersi conto che l’obiettivo dei militanti delle tante fazioni era proprio il sindacato e non la difesa dei lavoratori, anche allora mancò una presa di distanza totale. Anche perché, se i vertici del sindacato cominciavano a capire da che parte spirava il vento delle Brigate rosse e degli altri gruppi eversivi, nel  corpo dei lavoratori, nella classe operaia una vera comprensione del fenomeno ancora mancava. Era il tempo in cui in tanti affermavano di non stare “né con lo Stato, né con le Br”, che non era una scelta di campo, ma nemmeno una presa di distanza. Il sindacato proclamava scioperi in occasione di fatti luttuosi di cui si macchiavano i brigatisti, ma la partecipazione era sofferta, scarsa la comprensione dei motivi che portavano a farsi carico dell’attacco a nemici dei lavoratori o a persone comunque non vicine al mondo del lavoro.
Con Rossa le cose cambiarono, perché fu evidente che nel mirino delle letali armi del terrorismo c’era la classe operaia e chi lavorava per essa. E da allora non c’è stata mai esitazione, nemmeno negli anni più duri, quando erano i leader sindacali a essere i più esposti e i più colpiti. Non ricordarlo, adesso che nuovamente il terrorismo con la sua terribile scia di morte si riaffaccia nel nostro Paese, è fortemente colpevole, perché l’impegno del sindacato in questa direzione è scritto nella storia. E perché con la sua azione il sindacato riuscì davvero a sconfiggere il terrorismo, perché convincendo tutti i lavoratori che quelli erano i loro veri nemici eliminò quelle connivenze che consentivano al terrorismo di crescere e prosperare. Come è stato tante volte affermato, il sindacato asciugò il brodo di coltura nel quale il bacillo terrorista si moltiplicava. Fu un’azione vincente. Non riconoscerlo adesso, pensare che le divisioni e gli ammiccamenti ancora esistano, è fare un torto alla storia. Tanto più che questa consapevolezza storica costituisce, oggettivamente, una condizione di base, un presupposto politico ineliminabile per ogni dialogo con il movimento sindacale.

 

Massimo Mascini

Massimo Mascini

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