A metà della prossima settimana, ovvero giovedì 26 marzo, Radio Radicale compirà cinquanta anni. Un bel traguardo, per una testata radiofonica dedicata all’informazione, in anni come questi in cui, per quel che riguarda il nostro Paese e non solo, proprio nel mondo dell’informazione ci sono sempre meno certezze.
Ma questa assenza di certezze, dopo una vita già di suo abbastanza travagliata, riguarda di nuovo, adesso, anche Radio Radicale. Infatti, come è noto, lo stanziamento annuo di risorse pubbliche volte a consentire a questa radio di svolgere il suo inestimabile servizio informativo non è stato ancora rinnovato. O, per dir meglio, è stato rinnovato solo per metà. Il Governo, sostanzialmente, ha lasciato alle due strutture su cui si articola il nostro Parlamento, Camera dei Deputati e Senato della Repubblica, il compito di assumere una qualche iniziativa che possa consentire, alla radio stessa, di proseguire il suo più che meritorio lavoro almeno fino alla fine del corrente anno.
Ora dico subito che, a mio modestissimo avviso, questa situazione è frutto di pura follia. Infatti, se nel nostro Paese c’è una cosa che funziona, sarebbe logico che venisse trovato un accordo volto a far sì che questa cosa possa continuare a funzionare serenamente. Ciò, a vantaggio di tutti.
E, non più per mio modestissimo avviso, ma per un giudizio condiviso, quanto meno, da molti, Radio Radicale è appunto una cosa che, da anni – e, relativamente, con poca spesa – funziona molto bene. E ciò nella sua duplice veste: da un lato, di radio che trasmette giornalmente non solo le sedute parlamentari, ma anche una grande quantità di eventi di natura politico-culturale, dai Congressi di Partito, alle presentazioni di libri, passando per convegni e dibattiti; e, dall’altro lato, di archivio sonoro della nostra vita pubblica.
Sorge quindi la domanda: perché privare la nostra democrazia di uno strumento efficiente che non va inventato, né testato, ma già esiste da anni e funziona benissimo grazie a una struttura e a una formula più che sperimentate?
Risposta: mistero. Quel che a me pare certo è che bisogna darsi da fare per scongiurare qualsiasi ipotesi negativa sul futuro della radio. E che bisogna farlo subito, adesso.
Questo lo hanno già detto, lo stanno dicendo, in molti. Quello che mi permetto di aggiungere è che quando qualcuno vuole rivendicare la necessità di dare un futuro a Radio Radicale, per motivare questo assunto con le esperienze più che positive sin qui fatte da anni, parla, in genere, delle due funzioni sopra richiamate: la trasmissione in diretta, o in differita, delle pagine fondamentali della nostra vita democratica quotidiana, e l’organizzazione della conservazione e della agevole accessibilità al maggior archivio sonoro esistente di tale vita, relativo – almeno – ai suoi più recenti cinquanta anni.
Ma, nella vita pubblica del nostro Paese, non ci sono solo la politica e la cultura. Ci sono tante altre cose, a partire dall’economia. Ebbene, se ne parla poco, ma Radio Radicale offre un suo peculiare contributo anche all’informazione economica.
Ciò, naturalmente, a partire dalle sedute parlamentari. Tanto per fare un esempio, se non ci fosse Radio Radicale, chi avrebbe potuto seguire facilmente in diretta la seduta della Camera del 12 marzo scorso, quella in cui il ministro Urso ha informato i Deputati su alcuni dei più recenti sviluppi dell’infinita vicenda dell’Ilva, ovvero su fatti relativi al nostro maggior gruppo siderurgico? Ma, oltre a ciò, Radio Radicale svolge anche, a partire dai suoi notiziari, una funzione di informazione giornalistica, declinata nel suo particolarissimo stile.
Coerentemente a quella vocazione che l’ha portata a offrire un’attenzione primaria alle Istituzioni della nostra democrazia rappresentativa, Radio Radicale dà innanzitutto spazio a voci di economisti che si sono impegnati, attualmente o nel recente passato, alla guida del Cnel (Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro), ovvero di un Organo di rilievo costituzionale deputato, appunto, a occuparsi di economia e lavoro.
Ecco dunque che l’attuale Presidente del Cnel, Renato Brunetta, è il protagonista di una rubrica, “Rivoluzione in corso”, in cui viene intervistato con cadenza settimanale. Così come anche accade anche per il suo predecessore, Tiziano Treu, protagonista di un’altra rubrica settimanale intitolata, appunto, “Economia è lavoro”.
Ma, oltre a voci conosciute anche per le loro attività accademiche e istituzionali, come quelle di Treu e Brunetta, su Radio Radicale si possono ascoltare anche quelle dei ricercatori di Adapt, l’associazione fondata nell’anno 2000 da Marco Biagi. Con due appuntamenti settimanali, il “Focus” e la “Pillola”, vengono dunque interpellati diversi studiosi, attivi nell’associazione, che aggiornano gli ascoltatori su ricerche ed esperienze relative a temi quali innovazione e formazione, oggi sempre più centrali per chi voglia occuparsi del mondo del lavoro.
Oltre alle voci variamente collegate al Cnel e a Adapt, ci sono poi quelle di altri economisti, come Mario Baldassarri, Paolo Guerrieri ed Enrico Giovannini, ciascuno dei quali, attraverso appositi appuntamenti settimanali, ha la possibilità di spaziare sui principali avvenimenti dell’attualità economica, considerati a partire dalle proprie e diverse visioni teoriche.
Inoltre, non possiamo non citare le corrispondenze da Bruxelles di David Carretta, utilissime per poter seguire gli sviluppi dei dibattiti e delle decisioni che, in materia di politica economica, prendono via, via forma nelle tre istituzioni dell’Unione europea: Parlamento, Commissione e Consiglio.
Ci sarebbe tanto altro da aggiungere, ma, per adesso, mi fermo qui. Limitandomi a osservare che sarebbe un inaccettabile paradosso se l’indispensabile mezzo di informazione di cui stiamo parlando non potesse festeggiare serenamente, assieme ai suoi affezionatissimi ascoltatori, il suo cinquantesimo compleanno. Diciamo dunque a gran voce: viva Radio Radicale.
@Fernando_Liuzzi




























