A poco meno di un mese dal voto, la campagna per il referendum sulla riforma della giustizia si sta progressivamente accendendo. Il che non è proprio un bene, perché si accentuano i toni, si fanno più aggressivi e questo distrae dall’oggetto del quesito. La pubblica opinione è per lo più divisa in due partiti: chi si interroga sul merito della riforma e chi invece guarda esclusivamente alla realtà politica, trasformando il referendum in un voto a favore o contro il governo.
La cosa migliore sarebbe certamente concentrarsi sul merito, ma, come spesso accade con molti referendum, la materia è complessa e non è facile comprendere cosa si stia effettivamente votando e quali potrebbero essere poi le conseguenze di un si o di un no. Un caso esemplare fu quello del referendum sul nucleare del 1987. La maggioranza votò sull’onda emotiva dell’ incidente di Chernobyl, e dunque per un netto rifiuto del nucleare; ma se da un lato fece bene, perché c’era stato, e c’era, un grave pericolo, dall’altro quella scelta ci escluse dallo sviluppo della tecnologia nucleare, e questo per l’economia del nostro paese non fu, e non è tutt’ora, un bene.
Ma, facile o difficile che sia il quesito che viene posto, il referendum è sempre un potente strumento di democrazia, e non va sprecato o gettato via. Ed è sulla falsariga di questo ragionamento che in queste settimane si è tornati più volte a ragionare sui referendum dello scorso anno promossi dalla Cgil, ma non sempre dicendo le cose giuste. Per lo più ci si limita ad affermare, sbrigativamente, che è stata una prova inutile, il quorum non è stato raggiunto e quindi era inutile anche provarci. In merito, non sono proprio d’accordo.
Con quel referendum si sono ottenuti risultati molto importanti, che è bene non dimenticare. Non è stato raggiunto il quorum, ma la prova referendaria ha ottenuto l’indiscutibile risultato di accendere i riflettori sul tema del salario e su quello, più generale, del lavoro.
Di lavoro in Italia si parla sempre meno. I grandi organi di informazione hanno smesso da tempo di darne puntuale notizia, nonostante sia il tema più importante per milioni di persone e di famiglie. Nemmeno il contratto dei mitici metalmeccanici riesce a smuovere gli animi più di tanto. E le rare volte che i quotidiani ne parlano, spesso lo fanno con molte inesattezze. Forse per una sottovalutazione del tema, e forse anche perché non ci sono più le redazioni specializzate nel sindacale, e di conseguenza nemmeno i cronisti appassionati che un tempo si cimentavano quotidianamente con le questioni del lavoro.
L’anno scorso, però, proprio grazie al referendum della Cgil, di lavoro si è tornati a parlare molto, il dibattito è fiorito in tutto il paese, uscendo dall’ambito circoscritto dei giuslavoristi e dei sindacalisti. È stata utile, quella campagna referendaria, proprio per far luce su cosa sia oggi la condizione del lavoro, quali siano i problemi e come sia possibile intervenire. Il confronto da quel momento avviato è stato utile per tutti, e c’è da credere che il negoziato interconfederale tra le associazioni delle imprese e i sindacati, che dall’estate scorsa si sta sviluppando, sia nato anche grazie a quella rinnovata attenzione.
Ma con i referendum sul lavoro si è ottenuto anche un successo di partecipazione dei cittadini. Maurizio Landini, va detto, aveva perfettamente compreso l’importanza del referendum come gesto di democrazia reale, e ha deciso di impegnare la Cgil per portare quante più persone alle urne, al di là dell’esito finale. Con un risultato importante perché, come ha ricordato sul Il diario del lavoro il segretario confederale della Cgil Christian Ferrari, se è vero che non è stato raggiunto il quorum, è vero anche che sono andati a votare 14 milioni di cittadini, un numero insperato, e di questi ben 5 milioni di under 30: proprio quei giovani che come si sa tendono a non votare, eppure in quell’occasione ci sono andati, e in tanti hanno votato a favore dei quesiti.
Il referendum sul lavoro è stato quindi un importante esercizio di democrazia che, per una volta, ha invertito l’abitudine pigra degli italiani. Il referendum di marzo sulla giustizia è di tutt’altro segno. Non è abrogativo ma confermativo, e dunque non necessita del quorum. E tuttavia, anche in questo caso c’è da augurarsi che in molti si rechino alle urne. Perché a prescindere da chi lo vincerà, dalle ragioni del si e da quelle del no, resta che un’alta partecipazione al voto è sempre il segno di una democrazia sana e vitale.
Massimo Mascini























