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Home - Approfondimenti - Interviste - Refosco (Cisl Veneto), i contratti rinnovati dimostrano la forza del sindacato nonostante le divisioni. La cultura sindacale e del lavoro veneta già contempla forme di partecipazione

Refosco (Cisl Veneto), i contratti rinnovati dimostrano la forza del sindacato nonostante le divisioni. La cultura sindacale e del lavoro veneta già contempla forme di partecipazione

di Tommaso Nutarelli
20 Maggio 2024
in Interviste
Cisl Veneto, 500 delegati a Monfalcone per il Primo Maggio

Gli obiettivi sono comuni, diverse sono le azioni per raggiungerli. Gianfranco Refosco, segretario generale della Cisl Veneto, legge così le tensioni che stanno attraversando il fronte sindacale. La forza della contrattazione non è in dubbio, afferma, e i rinnovi lo dimostrano. L’autonomia, prosegue, non in sé un male, ma non deve sacrificare la solidarietà nazionale e una dimensione realmente partecipativa. Alla politica chiede di lasciare da parte le turbolenze, legate al nome del prossimo governatore, per farsi carico insieme alle parti sociali delle grandi trasformazioni in atto. E dalla nuova Confindustria, dice Refosco, ci attendiamo un salto di qualità.

Segretario Refosco non è un buon momento per i rapporti all’interno del sindacato. Lei come legge questa fase? Sta avendo delle ripercussioni sul territorio?

Sull’attuale rapporto tra i sindacati incide anche l’evoluzione politica che sta vivendo il paese. Secondo l’Istat a dicembre 2023 i lavoratori in attesa di rinnovo contrattuale erano il 53%, a fine marzo erano scesi al 36%, di cui una buona parte nel pubblico, segno che lo stato e le amministrazioni non si impegnano nei rinnovi. Queste percentuali ci dicono che la contrattazione unitaria funziona, anche al livello aziendale. Al livello confederale gli obiettivi sono gli stessi, penso al tema della salute e dalla sicurezza, ma diversi sono gli strumenti che ora adottiamo. La Cisl ha scelto di sedersi ai tavoli di confronto, rivendicando i risultati frutto dell’azione sindacale come i primi provvedimenti per migliorare la sicurezza sul lavoro, o il taglio del cuneo contributivo. Nel territorio ci stiamo confrontando unitariamente con la Regione, praticando il dialogo e il confronto, su tutta una serie di aspetti, dal lavoro al rinnovo del piano per la salute e la sicurezza scaduto nel 2023.

La Cisl sta portando avanti l’iniziativa per arrivare a una legge sulla partecipazione, con risultati che fanno ben sperare. In Veneto già si può parlare di partecipazione?

La cultura del lavoro e sindacale veneta è sempre stata molto partecipativa. Non c’è mai stato un clima sindacale esclusivamente rivendicativo, con una forte contrapposizione tra capitale e lavoro. Questo anche per la dimensione e la struttura delle nostre imprese. Quindi c’è sempre stato un terreno fertile per il seme della partecipazione. Trentacinque anni fa qui è nato il Fondo pensione Solidarietà Veneto, che coinvolge il mondo  manifatturiero e artigiano, che conta 150mila iscritti e un patrimonio, fatto di risparmi pensionistici dei lavoratori, di due miliardi di euro, gestiti dal Fondo una parte dei quali vengono reinvestiti nel territorio e anche questa è una forma di partecipazione. Poi insieme a Cgil, Uil e Legacoop abbiamo recentemente sottoscritto un protocollo di collaborazione per promuovere il workers buyout, per salvare aziende in crisi e facilitare il ricambio generazionale rendendo protagonisti lavoratrici e lavoratori. Il merito della Cisl e del segretario Sbarra è stato quello di mettere al centro dell’agenda politica la legge sulla partecipazione come una vera e propria riforma istituzionale, che sta avendo un riconoscimento bipartisan.

Nonostante le elezioni regionali in Veneto si terranno tra un anno, il dibattito sul prossimo governatore è già entrato nel vivo. Qual è la sua opinione?

I cambiamenti che sta vivendo il lavoro sono molto più rapidi dei tempi della politica. Pensiamo solo al fatto che dieci anni fa si parlava di crisi industriali mentre oggi siamo in una situazione nella quale le aziende hanno difficoltà a reperire manodopera e competenze. Nel mondo si stanno definendo nuovi modelli industriali e una regione industriale come il Veneto non può non interessarsene. Ma c’è anche il tema delle politiche attive, della formazione senza dimenticare le trasformazioni che sta vivendo il nostro sistema di welfare. La politica, insieme alle parti sociali, deve farsi carico di tutte queste istanze che richiedono una leadership forte. Sicuramente le turbolenze che agitano il mondo politico non ci lasciano sereni. La politica regionale non può, nel prossimo periodo, occuparsi solo di organigrammi e campagna elettorale, serve continuare a presidiare i cambiamenti economici e sociali.

In che stato di salute si trovano il mondo del lavoro e il welfare veneti?

Stiamo vivendo una situazione in chiaroscuro che però non deve farci allarmare. C’è dinamicità in molti settori, anche se la frenata dell’economia tedesca si fa sentire. Le trasformazioni in atto sono molte. L’intelligenza artificiale può essere un aiuto per mitigare gli effetti dell’inverno demografico sul mondo del lavoro, a patto che non sia lasciata alle sole forze di mercato. La transizione green avrà delle ripercussioni sulle produzioni venete, come l’automotive e il termomeccanico, già in sofferenza. Sono tutti processi che vanno governati, con il più ampio coinvolgimento delle forze sociali, e non subiti. Purtroppo viviamo in un paese dove non si programma ma ci si muove solo in fase emergenziale. In questo senso serve cambiare approccio e anticipare i cambiamenti. Ugualmente nel sistema di welfare dobbiamo fare i conti con la penuria di personale. Dopo il covid è opportuno ripensare il sistema socio-sanitario, reinvestendo e riorganizzando, e la carenza di medici, infermieri e personale sanitario rischia di compromettere la qualità delle cure. Anche nella scuola si avverte questa carenza, nonostante ci siano sempre meno bambini. Due anni fa in Veneto mancavano all’appello 5mila docenti. E senza un sistema educativo e formativo all’altezza il paese non ha futuro.

Insieme a Cgil e Uil avete chiesto al presidente Zaia di non dar seguito al provvedimento voluto dalla maggioranza sulla presenza di associazioni antiabortiste in consultori e ospedali. Si rischia un ritorno al passato?

I consultori, anche in virtù dei cambiamenti sociali che stiamo vivendo, sono servizi di prossimità importanti che vanno rafforzati, perché accompagnano le persone in scelte e momenti non facili. Dunque la questione va affrontata mettendo al centro le persone per favorire e accompagnare scelte libere e consapevoli, e non le convinzioni ideologiche come invece sta avvenendo.

Il governo punta a portare a casa la riforma sull’autonomia differenziata, che il Veneto più volte negli anni ha cercato di affermare. L’ultimo referendum risale al 2017. È una strada percorribile?

Il concetto di autonomia e quindi di sussidiarietà non è di per sé sbagliato. Bisogna però capire come si vuole attuarla, visto che è prevista dalla Costituzione. L’autonomia, come maggiore responsabilità dei territori, richiede due requisiti: che il principio di solidarietà nazionale non venga mai meno, e che la sua attuazione contempli una partecipazione sostanziale e non di forma delle parti sociali, per definire i bisogni dei territori e le strategie per soddisfarli. Nell’attuale progetto sull’autonomia differenziata le criticità riguardano le modalità di confronto con le forze economiche e sociali, e l’esigibilità dei Lep. Ma il grande tema è che mancano comunque le risorse necessarie per garantire a tutti i cittadini i livelli essenziali di prestazioni per dei servizi che gli spettano di diritto. E questo, in alcune parti d’Italia, sta già avvenendo, senza l’autonomia differenziata.

Sono cambiati i vertici di Confindustria. Che cosa vi attendete dal nuovo corso?

Dalla nuova dirigenza di Confindustria ci aspettiamo un salto di qualità nelle relazioni e nella capacità di governare i cambiamenti. Quando le parti sociali hanno coraggio nell’agire insieme riescono a indirizzare anche le scelte della politica. Questo si è visto chiaramente durante il covid quando nel nostro Paese sindacati e associazioni datoriali  hanno siglato i protocolli per far ripartire le imprese, garantendo il funzionamento produttivo e la tutela della salute delle persone. In quell’occasione poi il Governo ha recepito gli accordi tra le parti sociali dando loro forza di legge. Ma dopo quel momento di straordinaria emergenza non c’è più stata la forza delle parti sociali di essere, insieme, protagonisti del cambiamento. È ora di riprendere quel percorso, verso un nuovo grande patto sociale per il futuro del paese.

Tommaso Nutarelli

Tommaso Nutarelli

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Giornalista de Il diario del lavoro.

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