Per il momento è fantascienza, certo. Ma nient’affatto remota. Abbastanza vicina, anzi, per cominciare a scriverne e discuterne. Due studiosi del Mit le hanno dedicato un libro, il cui titolo suona “Corsa contro la macchina”. Il tema: sempre più computer, computer sempre più intelligenti, robot sempre più agili e sofisticati, quale futuro c’è per il lavoro? Gli Stati Uniti consegnano, infatti, segnali sempre più significativi. Nonostante la ripresa, l’occupazione non decolla, ma gli investimenti (in macchinari) sì. Risultato? Molte aziende americane hanno fatto rientrare la produzione dalla Cina, ma, nelle nuove fabbriche lavora il 30 per cento della forza lavoro che veniva impiegata dalle stesse aziende prima della delocalizzazione. Non è solo un problema di fabbrica. La rivoluzione tecnologica sta desertificando gli uffici. Rispetto agli anni ’70, negli uffici americani lavora il 50 per cento in meno di addetti come centraliniste, commessi, archivisti, ragionieri, contabili. Si calcola che, presto, il 50 per cento dell’economia sarà virtuale, confinata, cioè dentro network di computer. Già oggi, le spedizioni di merci sono, in larga misura, computerizzate, come, del resto, i viaggi delle persone: sparite le signorine ai banchi dei check-in, sostituite dalle macchinette fai-da-te. Presto, anche i camion potrebbero essere senza autista. Ma la tecnologia sta risalendo la gerarchia delle professioni, insidiando lavori come designer e avvocato. Intanto, robot sempre più perfezionati, capaci di rispondere ai comandi vocali, conquistano spazi impensati, dagli ospedali alle pulizie.
Insomma, il progresso tecnologico si sta dimostrando capace di sostituire il lavoro umano in uno spettro sempre più ampio di mansioni, da quelle a bassa qualifica a quelle ad alta specializzazione, da quelle standardizzabili a quelle più multiformi. Che lavoro faremo, allora?
I due studiosi del Mit spiegano che il progresso tecnologico consentirà vistosi aumenti di produttività, ma non sta scritto da nessuna parte che i relativi benefici saranno ripartiti equamente. In vista, c’è un aumento delle disuguaglianze e uno scontro di classe, fra chi detiene tecnologie e capitali e chi solo il proprio lavoro. Con il paradosso che, visto che l’unico modo che conosciamo per redistribuire il reddito è il lavoro, non si capisce chi possano essere i consumatori di questa massa di beni prodotti in modo sempre più efficiente. Per colmare il buco, l’economista premio Nobel Paul Krugman ipotizza l’introduzione di un reddito minimo garantito (finanziato dalle tasse su capitale e profitti): una sorta di salario che compensi il “non lavoro”.
Dal fondo della crisi e della recessione europee, tutto ciò sembra un vaniloquio. Ma se l’idea del reddito minimo garantito può sembrare (ancora) fantascienza, non lo è il problema da cui nasce. E’ sintomatico che questo dibattito si sia avviato negli Stati Uniti, non solo perchè sono il paese all’avanguardia della tecnologia, ma anche perchè sono il paese in cui la recessione è finita e la ripresa, bene o male, è partita. Una ripresa insoddisfacente, proprio perchè sta producendo molta meno occupazione di quanto sia avvenuto dopo le precedenti recessioni. In altre parole, in Italia e in Europa stiamo aspettando la ripresa. Ma non è affatto detto che la ripresa consentirà di riassorbire l’attuale disoccupazione o, almeno, la quota che ci aspetteremmo.























