“La scuola è stata usata come un bancomat dai governi: ogni volta che c’è stata necessità di fare cassa subito si è guardato alla scuola e al pubblico impiego. Oggi siamo gli unici in Europa ad avere gli stipendi bloccati”. Questa l’accusa lanciata da Pino Turi, segretario generale della Uil Scuola, nel corso dell’assemblea delle Rsu svoltasi a Napoli.
I dati, contenuti in una ricerca della Uil che compara l’andamento dei contratti e dello status dei docenti tra i paesi dell’Ue e altri europei, riflette una grande disparità. L’Italia non è solo l’unica nazione in cui i contratti sono bloccati da otto anni, ma in molte classifiche occupa le ultime posizioni. “La nostra è una battaglia culturale per fare chiarezza – ha sottolineato Turi – rispetto a ciò che viene continuamente ripetuto: che sono i dipendenti pubblici a gravare sul bilancio dello Stato. Ma, se si guarda all’entità delle uscite si vede che la scuola viene vista come costo piuttosto che un investimento”.
In sostanza, secondo l’esponente della Uil, “la scuola italiana ha pagato in modo pesante l’insieme dei tagli, blocchi e politiche neo liberiste che si sono alternate in questi anni, molto più che su altri capitoli di spesa pubblica”. La ricerca, infatti, compara la variazione di retribuzioni del personale della scuola nei Paesi europei tra il 2011 e il 2016; le spese pubbliche per l’istruzione in percentuale sul Pil tra il 2004 e il 2014; le spese pubbliche per l’istruzione in rapporto alle spese pubbliche totali; gli stipendi dei docenti nelle scuole europee e anche i giorni di scuola.
“In Europa solo il personale italiano continua ad avere gli stipendi bloccati – ha aggiunto il segretario generale della Uil Scuola – tutti gli altri paesi, con modalità diverse, hanno ripreso ad investire nel loro sistema di istruzione. Solo noi continuiamo ad avere una spesa per l’istruzione pari al 5,4% dell’insieme delle spese pubbliche totali. La più bassa d’Europa, dopo di noi solo l’Ungheria”.
Alla classe politica Turi ha imputato un atteggiamento miope: “Ogni volta che c’è un rinnovo contrattuale scattano i veti corporativi e la coperta diventa sempre troppo corta, con le lobby che si attrezzano a chiedere soldi pubblici” quando, invece, “i termini per avviare il negoziato del contratto scuola ci sono e sono quelli definiti nell’accordo del 30 novembre” accordi che costituiscono “la base su cui implementare le ulteriori risorse aggiuntive”. Infine il segretario generale della Uil Scuola conclude, ” se ci sono troppe vigilie – quella della manovra finanziaria, quella elettorale – la politica deve prendere atto che la svolta contrattuale non è più rinviabile. È arrivato il momento di un’inversione di tendenza a cui la politica è chiamata. Con il contratto si potranno superare almeno alcuni dei tanti paradossi del sistema scolastico italiano”.
G.C.





























