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Home - Approfondimenti - L'Editoriale - Uno sciopero testimonianza da interpretare

Uno sciopero testimonianza da interpretare

9 Dicembre 2011
in L'Editoriale

Ferisce in profondità la decisione della Gran Bretagna di stare fuori dal nuovo accordo trovato in questi giorni a Bruxelles. Era atteso, perché il premier Cameron non aveva fatto nulla per dissimulare l’intenzione del suo governo di non permettere ulteriori scivolamenti sul piano dell’autonomia degli stati. E del resto non è un caso se tra gli inglesi circolino ancora le sterline invece degli euro, come in tanta parte d’Europa. Era atteso, quindi, ma spiace lo stesso, perché è un passo indietro della costruzione avviata sessanta anni fa. Ma è più forte la soddisfazione per l’accordo raggiunto. Non è quello che era necessario, il nuovo accordo non parla di eurobond e non ha messo in piedi un governo comunitario dell’economia, come da più parti si auspicava, ma il pericolo del default si è quanto meno allontanato, come prova la reazione positiva del mercato. La manovra dell’Italia, punto di attacco della speculazione finanziaria, e il nuovo accordo europeo, che accresce gli strumenti di difesa degli stati, consentono adesso un respiro, una pausa.
Non è poca cosa, in questi tempi di grandi difficoltà. Nessuno si è ancora esercitato fino in fondo a descrivere cosa accadrebbe in caso di un crac dell’euro, molti pensano allegramente che si tornerebbe alle vecchie monete, noi alla lira, che tutto finirebbe lì. Le conseguenze invece sarebbero tremende in termini di potere di acquisto. Stipendi e pensioni subirebbero un taglio molto più drammatico di quello, tutto compreso sopportabile in termini macroeconomici, che Monti ci ha imposto.
Ed è in questa ottica che vanno lette le cronache di casa nostra di questi giorni. Si è detto molto a proposito della protesta dei sindacati in questo momento difficile. Non capiamo perché. E’ infatti normale che i sindacati abbiano protestato per le misure adottate, perché sono molto dure, soprattutto quelle relative alla previdenza, che colpiscono le parti meno agiate della popolazione, quelli che hanno meno, e spesso nessuna, possibilità di reagire in qualche modo al calo delle disponibilità se non con un calo di consumi, troppo spesso ormai anelastici perché ridotti all’osso da una serie di manovre praticamente a senso unico. E soprattutto, come segnala la stessa Banca d’Italia, la manovra ha un segno recessivo che non può non spaventare chi guarda all’insieme dei nostri problemi. Senza crescita tutti i problemi strutturali della nostra economia non potranno essere sanati, anzi, con tutta probabilità si aggraveranno. L’occupazione e’ il problema principale: altre imprese entreranno inevitabilmente in crisi e sono destinati a saltare tutti i piani di rientro di quelle aziende che avevano costruito questi piani contando anche sul prepensionamento di loro dipendenti. Cosa accadrà quando quei lavoratori non potranno accedere alle pensioni e saranno intanto finiti i tempi e i soldi per la cassa integrazione?
La situazione è oggettivamente molto difficile, ed è allora normale, trovo, che i sindacati, messi di fronte a questa situazione, protestino e proclamino anche qualche sciopero. Tre ore di astensione dal lavoro in tempi di crisi economica non uccideranno nessuno e i sindacati, in presenza di una manovra così invasiva e per tanti così dura, non poteva esimersi. In caso contrario non sarebbero stati più capiti dai loro rappresentati. Questo è il gioco delle parti, e nessuno deve e può sottrarsi. Le proteste e lo sciopero devono quindi esser letti per quello che sono: una testimonianza di chi non poteva esimersi. Potremmo dire un dovere istituzionale per la loro funzione.
Testimonianze, quindi, le proteste e lo sciopero, nulla più. Diversa la natura delle proposte di modifica che i sindacati hanno avanzato. Perché i provvedimenti, anche se duri, per essere accettati dalla maggioranza degli italiani, devono avere il carattere dell’equità, la parola che Monti ha più usato in questi giorni. Gli italiani troppe volte, quando c’è stato davvero bisogno, hanno saputo accettare i sacrifici che la situazione imponeva, l’ultima volta quella per la campagna dell’euro. Ma hanno sempre chiesto che questi sacrifici fossero divisi tra tutti, magari con un peso maggiore su chi poteva sopportarli con meno pena. E allora è giusto e normale che le confederazioni abbiano avanzato le loro proposte di modifica dei provvedimenti, appunto per limare qualcosa qui o lì, per evitare che qualche intervento fosse punitivo per chi non avrebbe potuto sostenere il peso di questa manovra. Modifiche, alleggerimenti, interventi per rendere l’urto della manovra meno cattivo, pur mantenendo inalterato il peso dell’intero intervento.
Questa è la concertazione buona di cui spesso parliamo, quella che aiuta i governanti perché assicura il consenso sociale e pone basi, concrete, per la coesione sociale, che deve sempre rimanere l’obiettivo primo di chi tiene la barra del governo. In questo modo è possibile cogliere dei risultati. Una pratica che conviene ai sindacati, perché acquisiscono un ruolo importante a difesa degli interessi dei loro rappresentati, ma anche della collettività nel suo insieme, e conviene anche al governo perché facilita la sua azione, così difficile.

Massimo Mascini

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