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Home - Approfondimenti - Analisi - Rapporto Inapp, la forza del Rdc, la debolezza del mercato del lavoro

Rapporto Inapp, la forza del Rdc, la debolezza del mercato del lavoro

di Giuliano Cazzola
24 Febbraio 2022
in Analisi
Martedì mobilitazione nazionale dei navigator per il contratto

RICHIESTE REDDITO DI CITTADINANZA UFFICIO POSTALE CORDUSIO POSTA RICHIESTA

La recente pubblicazione di un Report dell’Inps sul reddito e la pensione di cittadinanza (RdC/PdC)  e sul reddito d’emergenza (Rem) ha riacceso i riflettori su queste misure controverse e contrassegnate, prima che da valutazioni di merito, da prese di posizione politica e – si parva licet – di impostazione ideologica. In questi giorni, l’INAPP ha fornito un contributo importante, basato su di un ampio lavoro di indagine, a comprendere meglio gli effetti pratici prodotti nel corso di un triennio da questo istituto (con gli altri annessi) che è costato alla fiscalità generale la cifra ragguardevole – anche in tempi spensierati e spendaccioni come gli attuali – di 20 miliardi.

Il contributo dell’INAPP giunge dopo la relazione del Comitato Scientifico per la valutazione del Reddito di cittadinanza, nonché a poca distanza dalla Legge di bilancio 2022 che introduce modifiche alla misura. Il Rapporto si preoccupa di non sparare sulla Croce rossa, con giudizi faciloni e approssimativi. “Il reddito di cittadinanza (RdC) è una policy – giunta con ritardo nell’ordinamento italiano – oggetto di molte narrazioni frutto di interpretazioni raramente sostenute – è l’incipit della nota – da evidenze scientifiche, ma sovente alimentate da letture parziali o scandalistiche, che sviliscono la funzione e il ruolo della misura”.  Le stime evidenziano la portata della politica, ma anche l’importanza di regolare al meglio il suo disegno. Dalle analisi si rileva, infatti, una domanda potenziale di RdC di 3 milioni di famiglie che, rispetto alle caratteristiche socioeconomiche risultano vicine all’1,8 milioni di famiglie già beneficiarie. Vi sono pertanto motivi che inducono a ritenere che il RdC conoscerà un’ulteriore espansione. Il Rapporto assume la crisi sanitaria come un discrimine, un cambio di passo nel ricorso al RdC. Oltre 814 mila cittadini (in rappresentanza di altrettante famiglie) dichiarano di percepire il reddito di cittadinanza ‘già da prima dell’emergenza Covid19’, pari all’45% dei percettori. Poco più di 1 milione di famiglie, invece, ‘ha iniziato a percepire il RdC durante la crisi sanitaria’, pari al 55%.  Si arriva così nel complesso ad una platea di percettori – come già ricordato – di circa 1,8 milioni di famiglie, pur tenendo conto anche dei decaduti dal beneficio (corrispondenti a 244 mila nuclei nei primi 9 mesi del 2021, 259 mila nel 2020 e 80 mila nel 2019). L’INAPP ha stimato anche la domanda potenziale di RdC, intesa come quella relativa al novero di famiglie che hanno già fatto richiesta, ma non è stata accolta (1,4 milioni) e quella riferita a famiglie che non hanno ancora fatto richiesta ma intendono farla a breve, ritenendo quindi di possedere i requisiti (1,6 milioni). Queste famiglie esprimono una domanda complessiva di tutele, relativamente sia alla sfera sociale che lavorativa.

Dunque, la platea complessiva interessata al RdC sarebbe, secondo l’INAPP, di ulteriori 3 milioni di famiglie che hanno caratteristiche socioeconomiche simili a quelle dei percettori, tra i quali vi sono  numerose le persone in cerca di lavoro (25%),  inattivi (29%) ma anche occupati che, sommando quelli standard e non standard, sono pari al 45,8%. Tutto ciò avvalora la duplice funzione del RdC in termini di politica sociale e di sostegno al lavoro povero, ma mette in evidenza, secondo il Rapporto, anche le difficoltà oggettive del mercato del lavoro sulle quali occorre con misure specifiche. Un’ulteriore considerazione a difesa dell’istituto consiste, secondo L’INAPP, nel fatto che il RdC, disegnato per tempi ordinari, ha di fatto dispiegato i suoi effetti in tempi straordinari, come emerge dalla distinzione tra i percettori entrati nel RdC prima del Covid da quelli che hanno avuto accesso alla misura durante il Covid: nel periodo pre-pandemico il 37% dei beneficiari erano occupati, mentre durante l’emergenza sanitaria, i beneficiari working poor sono saliti  al 52%. Evidente, quindi, è la relazione tra disfunzioni distributive e necessità redistributive. La fragilità economica, unita alla povertà lavorativa (working poor) richiede strumenti di sostegno pubblico al reddito familiare, dinamica acuita dalla crisi economica conseguente al distanziamento sanitario.

Così, secondo il Rapporto per 1,4 milioni di famiglie, oltre il 77% del totale che l’ha percepito, il RdC è stato una risorsa indispensabile: fondamentale per il 27% ed essenziale per il 50% dei percettori. Dalle risultanze dei dati riferiti all’indagine INAPP emerge che in seguito all’accesso al RdC è aumenta la fiducia verso le istituzioni del paese (63,9%) e il tempo per la cura dei propri figli (63,2%). Il 61,4% dei beneficiari ritiene che sia migliorata la propria condizione economica, il 58,6% ha potuto dedicarsi per più tempo ad attività di volontariato e solidarietà in favore della collettività, mentre per quasi il 53% sono migliorate le relazioni con gli altri. Infine, per il 54,6% dei beneficiari è migliorato lo stato di salute sia fisico, sia psicologico, mentre per circa il 47% è aumentata la fiducia in se stessi e per quasi il 50% la fiducia nel proprio futuro. Superiore al 50% è anche la percentuale dei beneficiari che hanno  dichiarato, secondo l’INAPP, un miglioramento del loro giudizio sulla classe politica. I dati della percezione dei beneficiari evidenziano, così, un impatto della misura sulla collettività multidimensionale, non solo riferibile a dinamiche di sostegno economico e alle diverse forme di attivazione e inclusione, ma anche a dimensioni di benessere fisico e psicologico che rappresentano oggi condizioni fondamentali per la crescita e la coesione di una comunità sociale.

Nel Rapporto sono messi in evidenza altri aspetti operativi che sembrano contraddire  le valutazioni sostanzialmente positive fino ad ora descritte. In primo luogo, per quanto riguarda la presa in carico sociale e lavorativa dei beneficiari in cerca di lavoro o inattivi il 39,3%  dei percettori  (la domanda è stata posta solo all’intervistato e, di conseguenza, non sono disponibili le informazioni relative alla presa in carico degli altri membri della famiglia)  è stato contattato da un centro per l’impiego e il 32,8% dal proprio Comune di residenza.  Relativamente alla sottoscrizione del patto per l’inclusione sociale, circa 336mila famiglie, contattate dai comuni, sono state avviate al percorso previsto; di queste per ora solo 1/3 l’ha sottoscritto il patto Conseguentemente, sono pochi gli intervistati a cui è stato proposto un PUC (Progetto di Utilità Collettiva): poco meno del 20% ha cominciato a parteciparvi, per il 38% non sono ancora iniziati e il 42% non ha ancora ricevuto un invito alla sua sottoscrizione. Queste performance – secondo l’INAPP – sono anche attribuibili all’emergenza sanitaria che, imponendo il distanziamento fisico, ha precluso implicitamente queste attività sociali di prossimità. Tuttavia, se si guarda ai valori assoluti, emerge la difficoltà dei servizi sociali a prendere in carico i beneficiari non attivabili prima ancora della difficoltà di avviare i PUC. Passando al tema molto dibattuto dell’inclusione lavorativa dei percettori, circa il 40% degli individui in cerca di lavoro o inattivi che sono stati contattati dai CPI ha sottoscritto il patto per il lavoro.

La metà di questa tipologia di beneficiari (gli occupabili)  ha ricevuto una offerta di lavoro; il 21,8% l’ha accettata e il 28,2% l’ha rifiutata per i seguenti motivi: il 53,6% ha indicato l’attività non in linea con le competenze possedute; il 24,5% non in linea con il proprio titolo di studio, mentre  l’11,9%  ha lamentato una retribuzione troppo bassa. Solo il 7,9% ha indicato la necessità di spostarsi come causa prevalente del rifiuto. Al di là dell’identificazione dell’offerta congrua, quanto mai difficile da definire, il rifiuto per circa il 78% dei rispondenti beneficiari di RdC dipende dalla modesta qualità delle opportunità ricevute. Questi dati portano acqua al mulino di quanti criticano l’istituzione del RdC e considerano insufficienti le modifiche – che riguardano in particolare l’offerta di lavoro – introdotte nella legge di bilancio (i beneficiari possano rifiutare solo una offerta di lavoro ‘congrua’ su due; sono  stati ridefiniti in senso restrittivo i criteri riguardanti la congruità dell’offerta; è prevista la riduzione mensile di 5 euro dell’importo del RdC). L’INAPP sembra comprendere che questi “rifiuti” potrebbero influenzare taluni giudizi negativi correnti sul RdC. E corre ai ripari nelle conclusioni. Infatti, relativamente al controverso discorso della mancata accettazione dell’offerta di lavoro da parte dei beneficiari,  il Rapporto sottolinea che le offerte pervenute sono, in realtà, state scarsissime e che nel 78% dei casi i rifiuti sono dovuti all’inadeguatezza dell’offerta in relazione alle competenze e al titolo di studio dei beneficiari. L’enfasi sulla indisponibilità alla mobilità sul territorio, invece, appare non sostenuta dai dati (solo l’8% ha addotto tale motivazione al rifiuto per l’offerta ricevuta). Il problema è comunque delicato. Alcune analisi qualitative dell’esperienza del RdC hanno evidenziato che, oltre alla inadeguatezza degli strumenti di politica attiva (di cui l’indagine ha dato ampiamente conto), vi è un grave problema riguardante l’occupabilità dei beneficiari. Come ha scritto nella sua relazione finale il Comitato scientifico presieduto da Chiara Saraceno: “i beneficiari di RdC, anche quando teoricamente “occupabili” spesso non hanno una esperienza recente di lavoro ed hanno qualifiche molto basse. Inoltre, i settori in cui potrebbero trovare un’occupazione – edilizia, turismo, ristorazione, logistica – sono spesso caratterizzati da una forte stagionalità. I criteri attualmente utilizzati per definire congrua, e quindi non rifiutabile, un’offerta di lavoro non tengono conto adeguatamente di questi aspetti” mentre sarebbe prioritario favorire la costruzione di un’esperienza lavorativa. Pertanto, anche la qualità del lavoro  che viene offerto dovrebbe considerare “almeno temporaneamente, congrui non solo contratti di lavoro che abbiano una durata minima non inferiore a tre mesi”, ma anche quelli per un tempo più breve, purché non inferiori al mese, “per incoraggiare persone spesso molto distanti dal mercato del lavoro ad iniziare ad entrarvi e fare esperienza”.  Ma il bagno nella realtà si spinge oltre e mette in discussione l’obbligo di assumere a tempo indeterminato per le aziende che intendono usufruire dell’incentivo previsto. “Trovare un’occupazione a tempo indeterminato e con orario pieno rappresenta – è scritto nel documento – l’obiettivo ultimo dei percorsi d’inclusione lavorativa. Il mercato del lavoro, tuttavia, non sempre presenta queste condizioni, soprattutto all’ingresso, anche per chi non è, a differenza dei beneficiari di RdC, in situazione di particolare fragilità”.

Tutto ciò premesso non ci sentiamo tranquilli nel sorvolare sui rifiuti delle occasioni di lavoro offerte (soprattutto quando non vengono giustificati, nella maggioranza dei casi, con il disagio oggettivo della mobilità). Certo, quelli che hanno lamentato una retribuzione troppo bassa sono appena il 12%. Ma sembrano confermare (se si aggiunge anche il dato del titolo di studio “vilipeso”) la critica diffusa – benché priva di evidenza scientifica secondo l’INAPP –  per cui il RdC finisce per distogliere i giovani dal lavoro.

Giuliano Cazzola

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