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Home - La biblioteca del diario - La questione salariale, di Andrea Garnero e Roberto Mania. Editore Egea

La questione salariale, di Andrea Garnero e Roberto Mania. Editore Egea

di Elettra Raffaela Melucci
4 Aprile 2025
in La biblioteca del diario
La questione salariale, di Andrea Garnero e Roberto Mania. Editore Egea

I salari italiani sono fermi da trent’anni, lo sappiamo. Ma l’affermazione è del tutto corretta, anzi, qualcosa si muove: dal 1991 al 2023 i redditi da lavoro a parità di potere d’acquisto sono scesi del 3,4% contro un aumento del 30% e più in altri paesi dell’area Ocse. Inoltre, proprio di recente l’Oil ha certificato che dal 2008 al 2024 le buste paga dei lavoratori italiani hanno perso l’8,7% del loro potere d’acquisto. Intorno alla questione è fiorito un acceso dibattito per lo più a uso e consumo di slogan politici e titoli sensazionalistici, ma a riprova del fatto che siamo il Paese del mistero delle fede, nessuno si è mai dato la pena di interrogare il fenomeno. Perché in Italia, e solo in Italia, i salari arretrano? Quali fattori concorrono a questa involuzione mentre fuori il mondo accelera? A mancare, sostanzialmente, sono volontà, maieutica e anche una certa dose di coraggio per guardare in faccia la nostra essenza, perché fare chiarezza sulle ragioni profonde del fenomeno significa fare i conti con noi stessi, con i mali strutturali della nostra economia, della nostra società, della nostra politica. A mancare è il dialogo tra gli attori di questo babelico Paese, dialogo che però l’economista dell’Ocse Andrea Garnero e il giornalista Roberto Mania hanno strutturato nel libro La questione salariale (Egea, 128 pagine, 14,90€), in cui vengono snocciolati punto per punto e con chiarezza inusitata tutte le criticità che pesano sul nostro sistema. Innanzitutto smontando il monolitismo dei numeri, perché in un «paese troppo lungo» come l’Italia il rischio è di omettere passaggi fondamentali dell’analisi. È nella loro disaggregazione che si annida una parte della risposta: «La questione salariale non è la stessa per donne e uomini, per chi ha un lavoro a tempo parziale e chi a tempo pieno o per chi è entrato da poco nel mercato del lavoro e chi invece è prossimo alla pensione». E poi bisogna guardare dentro le caratteristiche del nostro capitalismo: aziende troppo piccole, specializzazioni produttive usurate, pochi investimenti, poca innovazione, troppi debiti e poca formazione, che hanno trascinato il rallentamento della crescita della produttività fino a un completo blocco, l’inadeguatezza delle competenze dei lavoratori dinanzi alla globalizzazione e al cambio di paradigma tecnologico e, infine, il potere di mercato delle imprese.

L’origine risale aggi anni Novanta, quando il secolo del Lavoro arrivava al suo epilogo e si dischiudeva per noi il secolo della crisi permanente. Le regole del gioco stavano cambiando in fretta, ma la maggior parte delle imprese italiane era impreparato ad affrontare la concorrenza imposta dalla globalizzazione e la flessibilità richiesta dalle nuove prassi tecnologiche. Se da un lato si pensa di contenere l’impatto svalutando e impoverendo il lavoro e i lavoratori, sul fronte lavoristico la scelta ricadde su una strategia difensiva senza guardare in avanti. Anzi, precipuamente guardando indietro. A mancare fu ed è una visione: l’edilizia «motore dell’economia », il turismo il «petrolio dell’Italia», il «piccolo è bello» sono condanne alla bassa crescita e ai bassi salari. La tecnologia vissuta come ancillare, se non ostile, la specializzazione dei lavoratori altrettanto, nel mito di un paese che poteva contare solo su sé stesso. Ed è così che si è arrivati a un blocco della produttività che, ritornando al punto, ha contraddetto anche il principio del protocollo Ciampi del 1993 che confermò l’abolizione della scala mobile e ridisegnò il sistema di contrattazione collettiva: «L’idea di un nuovo sistema di contrattazione articolato su due livelli, con al secondo il compito di redistribuire la produttività, si è scontrata con la fine dei guadagni di produttività. Se la produttività non cresce, non c’è nulla da distribuire al secondo livello, riportando la pressione sul primo livello», a partire dal quale comincia uno sfarinamento della contrattazione con la proliferazione dei contratti pirata con lo scopo di ridurre i salari. E poi ci sono le riforme del lavoro (come il pacchetto Treu del 1997), volte principalmente a ridurre l’alto tasso di disoccupazione tra i giovani, donne e meridionali e quindi ad accrescere l’occupabilità delle persone. Ma questo processo viene a coincidere proprio con l’inizio della fase di blocco della dinamica retributiva: poche ore lavorate e malpagate per l’alto numero di part time involontari, le discontinuità dovute ai lavori a termine, la mancanza di posizioni alte.

Si innesca quindi una crisi della rappresentatività degli attori sociali, in particolare dei sindacati che nel passaggio tra la prima e la seconda Repubblica, saltano da una stagione di ipergarantismo a uno scenario totalmente trasformato di cui fraintendono le direttive fino a perdere la rotta. «Il sindacato diventa un vero protagonista politico, gioca all’interno delle dinamiche del bipolarismo, e nello stesso tempo dentro, in particolare, i conflitti della sinistra politica». Si fa, per così dire, uno e trino e non riesce più a focalizzarsi sulla tutela del salario reale dei lavoratori. Con il mutamento dell’economia si assiste quindi a un indebolimento dei sindacati: «Una cosa è fare sindacato in grandi comparti composti da un numero di aziende leader che si contano sulle dita di una mano, altra è organizzare i lavoratori, o negoziare un contratto collettivo, in settori come quello dei servizi (nel caso italiano, purtroppo, di servizi a basso valore aggiunto) composto perlopiù da piccole e microimprese, sparpagliate e non organizzate». E lo conferma anche l’attuale tasso di sindacalizzazione dei lavoratori, ampiamente sotto il 20% (secondo una ricerca degli economisti Paolo Agnolin, Massimo Anelli, Italo Colantone e Pietro Stanig che contraddice il 30% autodichiarato). Il tema dei salari, quindi, esce dalla discussione pubblica, che si concentra piuttosto sulla questione della flessibilità del lavoro e della precarietà e, dal lato sindacale, la lotta alla disoccupazione e la gestione delle crisi salgono in cima alla lista di priorità. Le relazioni industriali, in breve, si distraggono e non riescono a tenere il passo.

Ma non solo. La questione salariare riguarda anche il peso del fisco che si scarica prevalentemente sul lavoro dipendente, avvantaggiando autonomi e piccole partite Iva, e riducendo di fatto il potere d’acquisto – e di contrattazione – dei lavoratori. Il carico fiscale ricade principalmente su una quota ristretta di contribuenti: oltre il 75% delle entrate Irpef proviene infatti da circa il 25% dei contribuenti con redditi superiori a 29.000 euro. Ma se il cuneo fiscale al 45% viene individuato come la causa di tutti i mali, viene facile raffrontarsi con paesi dell’area che hanno una percentuale analoga di tassazione del lavoro in cui però, d’altronde, i servizi sono pienamente efficienti. Negli anni si sono susseguite misure di taglia e cuci del fisco che ricadono, poi, sempre e solo su chi paga le tasse. Misure che sono state acclamate e invocate sia da sindacati che da imprenditori, dando l’impressione di affidare «ad altri (alla politica) un compito che non riuscivano a portare a termine o, banalmente, a svolgere». Senza contare, poi, l’annoso problema dell’evasione fiscale – stimata intorno a 80 miliardi di euro annui, che contribuisce a generare un sistema percepito come iniquo, con conseguenze sulla coesione sociale e sulla fiducia nelle istituzioni: «L’evasione fiscale appare imbattibile (ma sappiamo che potrebbe non esserlo e alcuni provvedimenti come la fatturazione elettronica si sono dimostrati efficaci) e il lavoro nero resta ampiamente tollerato e praticato (ma sappiamo che ci danneggia tutti). Anche per queste ragioni le retribuzioni non crescono da decenni».

La sintesi è che le relazioni industriali, da sole, non riescono a gestire la dinamica salariale italiana e lo dimostra anche l’attuale dibattito sull’introduzione di un salario minimo legale. All’inizio fortemente osteggiato dai sindacati stessi, che si sarebbero visti sottrarre la loro funzione nella contrattazione salariale – e smentendo, in qualche modo, la posizione di Giuseppe Di Vittorio che nel 1954 fu uno dei firmatari, insieme a Vittorio Foa e Teresa Noce, di una proposta di legge per introdurre un salario minimo legale – oggi è vessillo di una battaglia in difesa dell’articolo 36 della Costituzione e contro il lavoro povero che però è anzitutto politica, sfociata in divisioni interne a partiti e confederazioni. Il risultato è un’abdicazione alla magistratura che interviene a colmare i vuoti di una contrattazione poco efficiente, a seconda dei casi e quindi discrezionalmente. Forse, invocano gli autori, è necessario un tagliando alla delega che è stata data sia ai sindacati che alle organizzazioni datoriali. «Entrambi soffrono della crisi che ha colpito i corpi intermedi (anche se a dire il vero se la cavano ancora meglio di altri) e scontano un’eccessiva tentazione di fare da supplenti alla politica».

Dopo avere analizzato le esperienze di altri Paesi europei – evidenziando come l’introduzione di un salario minimo non sia necessariamente in contraddizione con la contrattazione collettiva – Garnero e Mania suggeriscono per l’Italia un approccio graduale, con una sperimentazione settoriale che consenta di valutare gli impatti prima di un’introduzione generalizzata, basandosi su un modello di governance che coinvolga parti sociali ed esperti (sul modello di esperienze come quella britannica) per garantire un’introduzione graduale e condivisa di un salario minimo per legge. Ma, conclude Mania, «L’ostacolo che si può frapporre a una proposta comunitaria, cioè condivisa da tutti, è ormai proprio la caratteristica divenuta strutturale della nostra politica fatta di divisioni e divaricazioni e capacità di individuare convergenze solo nei momenti di emergenza, affidandosi alla guida di una personalità carismatica, terza, neutra, tecnica. Ho la sensazione che il percorso ragionevole che indichi potrebbe proprio scontrarsi con questo, tanto più per la estrema politicizzazione che ora segna la vicenda del salario minimo. Senza una prospettiva e un interesse comune, ma con posizioni dettate perlopiù dalla contingenza politica. Un male molto italiano».

Elettra Raffaela Melucci

Titolo: La questione salariale

Autore: Andrea Garnero, Roberto Mania

Editore: Egea – Collana Cultura e Società

Anno di pubblicazione: 2025

Pagine: 128 pp.

ISBN: 9791222930350

Prezzo: 14,90€

Elettra Raffaela Melucci

Elettra Raffaela Melucci

Giornalista de Il diario del lavoro

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